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Da morire

Regia di Gus Van Sant vedi scheda film

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La recensione su Da morire

di degoffro
8 stelle

Nonostante il fragoroso flop (critico e commerciale) di “Cowgirl – Il nuovo sesso”, Gus Van Sant firma, a sorpresa, il suo primo film per una major (la Columbia), si districa con abilità e gran classe dalle insidie e trappole tipiche di un prodotto omologato da grosso studio, mantiene coraggiosamente il suo indomito spirito indipendente, ritrova lo smalto dei suoi film migliori e realizza la commedia nera più cattiva ed irriverente degli anni novanta e non solo, spiazzando la Columbia che voleva semplicemente una commedia con Meg Ryan, attrice scartata dal regista perché ritenuta inadatta per un ruolo così dark (ma tra le altre ipotesi erano state prese in considerazione anche Bridget Fonda e Jodie Foster, l’ha spuntata Nicole Kidman che ha quasi supplicato il regista pur di avere il ruolo). Lo stesso studio impose al regista, visti gli sreening test disastrosi, di rimontare completamente l’opera, e solo la calorosa accoglienza a Cannes ha salvato il film dall’identico, nefasto, destino di “Cowgirl”. Autentica, terribile “imitation of life” (giusto per citare Douglas Sirk) dei nostri grigi e mesti tempi, amara parabola di una aspirante diva, cupa profezia di ciò che ci è capitato e ci capiterà ancora, antidoto perfetto ai vari “Save the last dance”, “A time for dancing”, “Amici di Maria De Filippi” e “Grandi Fratelli” che fanno sognare ad occhi aperti le nuove generazioni di adolescenti, figli della tv, definiti dal personaggio di Matt Dillon “stupidi che credono che tutto sia lecito, che sia giusto vivere così. A furia di vedere sul piccolo schermo gente che fotte, si ammazza e si rovina, non capisce più niente”. Basato su un romanzo di Joyce Maynard, sceneggiato in modo calibratissimo dall’esperto Buck Henry, anche attore nella parte del professor Finlaysson (i dialoghi da appuntarsi sono infiniti), girato in maniera geniale e all’avanguardia, con un cast d’attori da brivido, dove accanto a un nuovamente convincente Matt Dillon, una sempre eccellente Ileana Douglas e un glaciale David Cronenberg (è il killer), spicca la smagliante, scatenata, spudorata, travolgente ed irresistibile Nicole Kidman (lo dice uno che è ben lontano dall’essere un suo fan), giustamente premiata con il Golden Globe, alla sua prova più matura e riuscita, ancora oggi, esattamente antitetica all’altra sua maiuscola prova in “The Others” dove invece è austera, rigida, severa e pallida. Raramente un film sull’apparire, sul volere essere sempre al centro dell’attenzione, sul desiderio di popolarità a tutti i costi, sull’esigenza sfrenata ed incontrollabile di affermarsi e di arrivare, subordinandovi ogni sentimento, ogni relazione, ogni rapporto umano si era spinto così oltre ed era stato raccontato con tale forza, intelligenza e crudeltà, in equilibrio sottile ma efficacissimo tra farsa grottesca e tragica realtà. Si ride di gusto, ma la risata fa male. “L’America è un grande calderone”, dice il papà di Larry/Matt Dillon ad un talk show, ma in realtà tutto il mondo è paese.

Voto: 8

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