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Persona

Regia di Ingmar Bergman vedi scheda film

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La recensione su Persona

di cheftony
8 stelle

"Senti, faresti una cosa per me? So che ti chiedo un sacrificio, ma adesso io ho bisogno del tuo aiuto. Oh, niente di speciale: vorrei che tu mi parlassi, così, di cose semplici. [...] Sentire la tua voce per un minuto solo. Un minuto! Leggi ad alta voce qualcosa da quel libro, una sola parola, almeno! Lo so, non devo inquietarmi, tu stai zitta e sono fatti tuoi. Ma ora ho assoluto bisogno che tu parli con me. Soltanto una parola, è tutto ciò che ti chiedo."

Alma (Bibi Andersson) è una giovane infermiera, nella cui clinica viene ricoverata la nota attrice teatrale Elisabet Vogler (Liv Ullmann) in seguito ad un totale mutismo tuttora in corso. Dopo che la Vogler viene dichiarata del tutto sana di mente, una dottoressa della clinica offre per un certo periodo di tempo ad Alma la propria casa sul mare per andarvi con la paziente e poterla curare in condizioni più "personali", sperando che questa cessi la sua afasia autoimposta ed inspiegabile.
Fra le due donne nasce uno strano rapporto: Elisabet continua a non parlare, probabilmente dando il là alla loquacità di Alma, la quale si spoglia di ogni paura con la muta confidente e, partendo da tranquilli racconti della propria famiglia, giunge a confessare un osceno tradimento, ad arrivare alle lacrime, a scorgere improbabili parallelismi.
Quando l'infermiera scopre in casa una lettera in cui Elisabet spiffera ogni sua rivelazione, la situazione sembra precipitare e si ritrova paradossalmente invertita, con l'inizialmente tenera Alma in preda a forti disagi...

Premessa: Persona è un film praticamente non riassumibile, incomprensibile, inarrivabile; e pensare che quest'opera di Ingmar Bergman sia datata 1966 non fa che lasciare ancora più attoniti.
I primi 5-6 minuti di puro metacinema sono, permettetemelo, meravigliosi: una pellicola che scorre, un fugace fotogramma di un pene eretto, la spellatura di un agnello, vari spezzoni, un palmo di mano penetrato da un chiodo culminano con la scena di un bambino occhialuto che, all'interno di un obitorio, accarezza il volto di una donna indefinita proiettato sulla parete.
Dai titoli in testa in poi, il film diventa una sorta di infinito monologo teatrale di Bibi Andersson, spalleggiata dallo sguardo freddo e impenetrabile e dalle labbra grandi e sigillate della Ullmann, due attrici in grado pressoché da sole di reggere parti di difficoltà e chiarezza inversamente proporzionali.
La vicenda è irreale, priva di riscontri col concreto, sembra estratta dai peggiori incubi e interrogativi provenienti dalla psiche umana, toccando numerosi temi che si diramano dal nodo principale: l'identità. Chi è Alma e chi è Elisabet? Chi è sana e chi è pazza?

"No! Io non sono come te...non ho i tuoi sentimenti. Sono l'infermiera Alma e sono qui per aiutarti. Non sono Elisabet Vogler! Tu sei Elisabet Vogler! Io desidero...io voglio amare! Io non ho..."

La famosa scena in cui i volti delle due donne si sovrappongono a formare un'unica faccia è il sovrastante culmine del climax creatosi e la definitiva resa di ogni tentativo di spiegare razionalmente quanto è stato visto. In Persona Bergman, eccetto il prediletto tema del rapporto dell'uomo con Dio, fonde i suoi argomenti preferiti e probabilmente parte della sua vita personale, "tradendo" influenze dal rapporto fra bambino e genitore, fra donna e donna, dal ruolo dell'attore (da notare come la Ullmann interpreti proprio un'attrice) e del cinema stesso (la pellicola, i membri della troupe inquadrati al lavoro nel finale), da una realtà contornata di illusione e disagi intimi.
Tecnicamente il film è ineccepibile: la regia del maestro di Uppsala è ottima ed essenziale, con scenografie, costumi, trucchi e cast ridotti veramente al minimo necessario; la Andersson e la Ullmann sono bravissime e il fido Sven Nykvist fotografa con un magico bianco e nero l'isola di Fårö, in cui il film è ambientato. Persona è enorme, un pilastro, un film da vedere, ma ancora non sono in grado di stabilire se lo rivedrei per provare ad afferrarne qualcosa in più o se "devo" accontentarmi di una visione tanto soddisfacente quanto disturbante per l'inquietudine trasmessa.

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