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La mia vita con John F. Donovan

Regia di Xavier Dolan vedi scheda film

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La recensione su La mia vita con John F. Donovan

di alan smithee
4 stelle

CINEMA OLTRECONFINE

Parla di molte cose, l'ultima fatica cinematografica del giovane e prolifico attore e regista canadese Xavier Dolan: racconta di istinti di percezione giovanili (sessuali ma non solo) rispetto a codici comportamentali e convenzioni di vita diretti verso altri orizzonti e sentimenti; di condizionamenti sociali a scapito di una istintiva volontà di costruirsi un futuro guardando alle proprie spesso singolari e non facilmente omologabili attitudini; della difficoltà che si incontra nel non riuscire a scendere a patti con i dettami di una società che ci vorrebbe tutti omologati e sottomessi; della problematica derivante dalla accettazione della propria identità sessuale: tematica, quest'ultima, non nuova nel cinema del giovane, ambizioso autore, anzi al centro di tutta la sua opera. .

E, naturalmente, la pellicola è ugualmente incentrata sulla difficoltà che si avverte a resistere ai processi mediatici di una società che prima emette sentenze, e poi giudica e quindi ascolta e finisce per pentirsi del proprio operato.

Nemmeno decenne, un aspirante attore completamente infatuato del suo attore televisivo del cuore, ovvero John F. Donovan, inizia ad intrattenerlo con una fitta corrispondenza di lettere, peraltro contraccambiata da puntuali risposte della celebrità.

Dieci anni dopo, ritroviamo la stessa persona, ora attore in odore di successo, mentre accetta di essere intervistato da una giornalista stressata e piena di pregiudizi di fronte ad un lavoro su commissione in cui non crede e che neppure le interessa veramente. Una reporter che lo interroga proprio a proposito di quella confidenza che si era creata attorno alla figura del suo idolo, morto proprio una decina di anni prima in circostanze rimaste misteriose, che tuttavia fanno pensare inequivocabilmente ad un suicidio.

Da quel presupposto, Dolan ricostruisce non uno, ma due ritratti di persona: quello della star arrivata alla celebrità, ma non in grado di gestire ritmi e malevolenze legate al suo status di persona privilegiata, sia, ed in modo ancor più delicato, quello del ragazzino che vede svanire, con la notizia devastante della morte del suo idolo, tutte le ancore di salvezza che la propria sensibilità gli richiedeva per costruirsi le basi di un futuro destinato a rivelarsi tutto in salita, in grado di farlo sentire sempre un diverso ed una persona non facilmente omologabile: dunque un probabile reietto per la scalata al successo sociale ed economico.

Argomentazioni nobili che l'autore si prodiga a sviscerare con indubbio impegno: peccato che il ricorso a vezzi e a personaggi (sostanzialmente inutili) sopra le righe, oltre che a musiche e pezzi notissimi anche gradevoli in sé, ma inseriti con sin troppo calcolo e compiacimento (a volte forse anche a casaccio), diventi sempre più una costante irrinunciabile per il cineasta.

Avvertiamo dunque la sensazione che il giovane cineasta si perda nel racconto, nella costruzione e montaggio delle due vicende assai concatenate l'una all'altra, vittima di una urgenza narrativa il cui impeto viene affievolito gravemente da una ricerca di convenzionalità che da una parte rassicura la natura controversa della narrazione, ma dall'altra finisce per sbiadirla, rendendola appunto molto meno efficace e assai più manierata.

Alla sua vera, travagliatissima, prima prova in lingua inglese, Dolan ambisce a volare alto, ma accentua sciaguratamente i suoi pedanti vezzi, narrativi e caratteriali, già presenti nell'assai riuscito, ma certo calcolatissimo Mommy, divenuti già poco digeribili nel successivo francese e deludente "E' solo la fine del mondo" , e qui alla lunga quasi insostenibili.

I protagonisti hanno il volto atteggiatissimo del piccolo divo di Wonder, Jacob Tremblay, e quello non meno costruito e fazioso di Ben Schnetzer, impegnati ad impersonare il personaggio in crescita, tutto dubbi ed incapacità risolutive e di accettazione, di Rupert Turner, mentre il divo de Il trono di Spade, Kit Harrington ha il compito di interpretare un suo pseudo alter-ego incapace stavolta di far fronte ad un successo difficile da gestire e alle responsabilità che questo comporta ed esige.

Il contorno è appannaggio di attori cult, dal volto pregevole di Natalie Portman, Kathy Bates, addirittura Susan Sarandon, Thandie Newton. 

Da anni, tanto lunga e laboriosa è stata la messa a punto della produzione, ma sin dalla fase di preproduzione, si vociferata soprattutto la presenza in un ruolo chiave di Jessica Chastain, poi scomparsa, anzi letteralmente annientata nel cut finale della versione definitiva; esistono anche i manifesti che la vedono coinvolta...a riprova di una decisione finale tutto fuorchè preventivata.

In realtà questo cast di prezioso contorno, di presenze glamour solo sulla carta, a tutti gli effetti si dimostra il vero, clamoroso, irrisolvibile problema di una pellicola che tergiversa troppo e si perde in una narrazione poco controllata e coerente, troppo incentrata sull'apparire e su una formalità che non trova riscontri nei contenuti effettivi, presenti, ma a mio avviso mal o troppo disordinatamente sviscerati.

 
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