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Sami Blood

Regia di Amanda Kernell vedi scheda film

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La recensione su Sami Blood

di mck
8 stelle

Lei si scopre - estranea a due mondi, al contempo istmo e limine, ponte e breccia tra essi - al punto di partenza, a “sapere il luogo” - e il paesaggio è sé stessa, le sue rughe - “per la prima volta”. Il sangue, randagio, trova sempre la strada di casa. Anche se la felicità - che vive di contrasti, non di assoluti - spesso, non sempre, è altrove.

 

IperBoreale FennoScandinavia, o: the (Very/“Other”) True North / 1 : “SameBlod” (SVE), “Thelma” (NOR), “Nooit Meer Slapen” (OLA).

Acqua, ghiaccio, vetro, specchio.

“Rosetta-Vénus va in città”.

1.1 - SameBlod – Sami Blood – Sangue Sami

“Non nella neve sciolta, dove non si tocca!”

 

 

Rubano, puzzano, mentono.
Così quelli che rubano, puzzano e mentono come loro ma che al contrario di loro hanno l'acqua corrente calda in casa perché loro e i loro avi hanno rubato e mentito di più, e perché la geografia è destino, le dicono dietro mentre passa per la sua strada e va, fino a che un bel giorno si ferma, si volta e glielo risputa in faccia, rimettendoci un pezzetto di cartilagine (non sanno manco marchiare un cerbiatto di renna, quei buoni a nulla capaci di tutto). Ma capace di tutto è anch'ella, e con paura di niente, pure, e non la ferma certo un incidente di percorso (Vénus Noire, Caterina Va in Città, the New World, Rosetta, il Primo Incarico/Vergine Giurata...), fuori dalla kampina/kota/layvu, in “quel campo strappato dal vento / a forza di essere vento”: sa essere anche più razzista di loro (ché per fare la maestra, del resto, un po' di faccia tosta e pelo sullo stomaco ci vuole), lei: “Rubano, puzzano, mentono”: ecco, ha imparato la para-antropologica lezione lombrosiana. A memoria. Le è entrata nel sangue. 

 

 

Nella sala da ballo del hotel per praticanti l'eco-turismo di lusso, Christina ricorda i tempi (e i luoghi) quand'era Elle-Marja (quasi 3/4 di secolo prima, all'alba della WW2) e non c'erano quad-bike ed elicotteri che aiutassero gli allevatori di renne a circumnavigare e scalare le montagne durante le transumanze e i marcaggi, e i belvedere gl'innamorati in fregola dovevano conquistarseli. Check-in. Check-out. Analessi. Prolessi. Di là dal vetro della finestra, già la fioca, tardiva notte della tundra polare, l'estate che va, l'estate che viene, di qua dallo specchio della finestra, ecco il riflesso dei conti fatti col tempo. Si scopre - estranea a due mondi, e al contempo istmo e limine, ponte e breccia tra essi - al punto di partenza: per dirla con T.S.Eliot, parafrasandolo e storpiandolo un poco, ma non tanto, non troppo, in fondo, di senso, si ritrova a “sapere il luogo” - e il paesaggio è sé stessa, le sue rughe - “per la prima volta”. Il sangue, randagio, trova sempre la strada di casa.

 

 

Dopo aver scritto e girato una decina di cortometraggi nel decennio precedente, tra i quali “Stoerre Vaerie”, di cui “SameBlod” rappresenta l'estensione, essendovi stato letteralmente incorporato utilizzandolo come prologo ed epilogo, Amanda Kernell, classe 1986, madre svedese e padre sami, originaria di Umeå (centro-nord-est), sul Golfo di Botnia nel Mar Baltico, distante 400 km da Tärnaby (centro-nord-ovest), nei cui dintorni, i luoghi d'origine della famiglia di Elle-Marja, ai confini con la Norvegia, sono ambientati il prologo, la prima parte e l'epilogo della sua storia, in pieno Sápmi (Lapponia) svedese (luoghi che interpretano loro stessi, non tipo Cinecittà che fa New York), nell'incavo del gomito/ginocchio (la parte alta dell'avambraccio/gamba e alta del braccio/coscia) che la gigantesca penisola scandinava (poi, sarà Uppsala, a sud, poco fuori Stoccolma, verso nord, coi suoi giardini, e le case, e le strade, e la gente) assume a conformazione antropica in quello spicchio di pianeta, esordisce nel lungometraggio sceneggiando e dirigendo...

 

 

...questo potente “BlueBerry Field”, fotografato da Sophia Olsson (dall'Islanda alla Nuova Zelanda: “Eldfjall/Volcano”, “Beast”, “the Weight of Elephants”, “Þrestir/Sparrows/Passeri”, the Charmer), montato da Anders Skov, musicato - e l'ottimo score è utilizzato benissimo - da Kristian Eidnes Andersen (“Submarino”, “Antichrist”, “the Weight of Elephants”, “Ida”, “Nobel”) e interpretato da un cast...

 

 

...che esprime gemme preziose, quasi tutte esordienti: Elle-Marja che si ribattezza Christina (come la sua insegnante), Lene Cecilia Sparrok, novella Emilie Duquenne by Dardenne, sua sorella (anche nella realtà extra set?) Njenna, Mia Erika Sparrok, Christina che viene riconosciuta Elle-Marja, Maj-Doris Rimpi, già protagonista del cortometraggio di cui sopra, l'insegnante Christina, Hanna Alström (attrice professionista), la madre e lo zio di Elle-Marja, poche pose, intensissime, indimenticabili (una cintura d'argento in eredità, un coltello affilato in dote), etc... 

 

 

Elle-Marja si emancipa e viene inglobata nel/dal Mondo, ripudia il proprio retaggio (e quindi anche la propria lingua, il saami occidentale-meridionale, che oggi conta circa 600 locutori), sceglie di cambiare, ed evolvendosi progredisce, e si conforma. Come ha scritto meglio e prima di me @Yume nella sua bella recensione pubblicata su queste stesse pagine, “per chissà quale demone interiore trova le parole per fare e farsi domande e i gesti per saltare lo steccato. La natura imitativa e contagiosa del desiderio […] la spinge ad inventarsi il modo. Le sue strategie sono infantili, si muove con ingenuità e innocenza, le umiliazioni sono inevitabili, ma Elle sa resistere, e il breve ritorno al villaggio e alla madre sa di richiesta di una benedizione, come accadeva in un tempo mitico in cui l’eroe partiva per l’avventura. Purtroppo nel tempo della Storia all’avventura si sostituisce la realtà quotidiana, ed è una guerra in cui non si vince. Il modello di assimilazione che Elle deve adottare non le darà certo felicità”.
Ecco, non concordo con l'ultima affermazione: la “felicità” può coesistere col rimpianto. La felicità vive (la sua breve vita) per contrasto, non per assoluto. Se sei solo felice, e basta, non lo sai.  

 


E ancora, “SameBlod” è un'opera in cui tutto “è tanto più agghiacciante” quanto più siamo “in presenza di scenari di ordinaria follia” che rendono l'aberrante status quo (col senno di poi dell'evoluzione civile) un'abituale, banale, consueto, diffuso (e via di seguito: l'abcd arendtiano) terreno di coltivazione della - parola pericolosissima - ingiustizia, e della sua cronicità: ieri, oggi, domani. Quel vivere attraverso il quale “la somministrazione di sofferenze incredibili passa per normale processo educativo” per cui, di conseguenza, “la sistematica denigrazione della propria cultura produrrà solo rifiuto della stessa fino a quando ci si accorgerà di aver sbagliato, di essere stati espropriati di quello che si possedeva di più prezioso, ma a quel punto non resterà altro da fare che chiedere perdono ai morti. La piccola Elle-Marja non muore in mare né conosce l’orrore dei lager, la sua condanna sarà arrivare, consapevole, alla vecchiaia”.
Una vita modesta, decente, giusta, da quel che possiamo vedere e capire, dal figlio e dalla nipotina. Chissà se si sta chiedendo come sarebbe stata se l'avesse vissuta dall'altra parte del vetro. Penso di no. Ma questa, oltre che un'altra vita (a riposo in una cassa di legno), sarebbe un'altra storia. Un altro (qui 226 esempi) joik (improvvisato, inventato, come natura e canone, a volte, richiedono).

* * * * (¼)  

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