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Cane di paglia

Regia di Sam Peckinpah vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Cane di paglia

di Kurtisonic
8 stelle

Sam Peckinpah esporta il modello americano del western e del cow boy all’estero, nelle valli desolate anti urbane della Cornovaglia, fra rozzi abitanti del luogo a confronto con un pacifico professore di matematica americano, David, lì per un soggiorno con la moglie, la disinibita Amy, nativa del posto. Peckinpah, lo smascheratore dell’universalità della violenza come elemento fondamentale insito nell’animo umano, costruisce una rappresentazione formale confrontando soggetti all’apparenza distanti e diseguali per provenienza, cultura, posizione sociale. David (il piccolo grande uomo Dustin Hoffman), sembra un uomo inerme, in difficoltà a rapportarsi con l’arroganza e la sfacciataggine degli abitanti locali, ma quando è nel suo territorio di appartenenza, nella casa dove alloggia, con la moglie Amy denuncia una relazione tesa e imprevista. Lei si aspetta attenzioni e lui le dà ordini risoluti in linea con l’immagine virile del cow boy, salvo poi blandirla per dovere che per necessità relazionale e tentennare alle richieste di reazione nei confronti degli abitanti sempre più offensivi nei loro confronti. A una prima parte  di costruzione della messa in scena  e di definizione delle varie personalità fa seguito una successione scatenante di eventi montati freneticamente con inquadrature a raffica come una vera e propria pioggia di pallottole, nella quale si realizza la maturazione di David  nel ruolo di vendicatore e difensore del suo territorio e dei suoi ideali.  Non esente da contraddizioni anche la figura femminile, Amy (una conturbante Susan George), provocante con i maschi e alla ricerca di tenerezze, subirà uno stupro che susciterà nella critica e nel pubblico dell’epoca discussioni e interpretazioni sul suo atteggiamento. Pur manifestando una certa immaturità nel rapporto con David, e la regia dichiara apertamente il suo disinteresse per tali dettagli, la sua figura è il nucleo centrale di quel bene privato che David vuole custodire come il resto, simboleggia il mettere alla prova tutto quello che il marito professa, nella logica dei numeri e delle sue regole. Peckinpah fu accusato di misoginia quando il film uscì, per la rappresentazione parziale e superficiale della donna, quando invece  il regista è più interessato alle dinamiche innate che innescano il comportamento violento che non tediarsi con un’analisi di genere. La scena dell’ammazzamento finale comunque  riabilita Amy, quando David alle prese con l’ultimo aggressore le grida di prendere il fucile e sparare. Peckinpah avrebbe potuto tranquillamente saltare delle inquadrature, giocando sulla grande concitazione fare rientrare in scena Amy con lo stesso esito finale,  e creando un  semplice effetto a sorpresa. Invece il regista usa la donna per caricare la scena di ulteriore tensione, costruisce una breve sequenza nella quale corre verso la stanza, afferra il fucile, lo punta tremante e terrorizzata sull’aggressore, esprimendo quella connotazione identica di elaborazione tragica e incontrovertibile che regola i rapporti primari fra esseri umani quando in gioco c’è la sopravvivenza.

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