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Il raggio verde

Regia di Eric Rohmer vedi scheda film

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La recensione su Il raggio verde

di degoffro
8 stelle

Dopo il ruolo della scostante e un po’ antipatica Anne in “La moglie dell’aviatore”, in cui il vero protagonista era in realtà il giovane fidanzato François (in una sorta di continuità - poi interrotta con il successivo “Il bel matrimonio” - con il ciclo dei “Racconti morali” dove la voce narrante era sempre quella maschile in una evidente sovrapposizione personaggio/spettatore) Eric Rohmer offre a Marie Rivière la parte della vita e ne viene ricambiato con un’interpretazione magistrale e struggente. Quinto episodio della serie “Commedie e proverbi” è forse il più drammatico di tutti, pur non rinunciando a diversi momenti esilaranti: per esempio la lunga chiacchierata a tavola quando la protagonista Delphine cerca di spiegare ai suoi occasionali interlocutori i motivi della sua alimentazione vegetariana, la seduta di gruppo con l’invadente Beatrice, interpretata dalla solita, dirompente, Béatrice Romand che pretende di sapere tutto di Delphine senza nemmeno quasi conoscerla (“Prova a guardarti, sei triste. Bisogna reagire. Non ti conosco ma ti vedo!”) e giustifica il suo atteggiamento quanto meno aggressivo sostenendo che “A volte ci vuole un po’ di brutalità, perché in certi casi la gente bisogna strapazzarla!” o il personaggio di Lena, la disinibita ragazza svedese incontrata da Delphine al mare e, al contrario di lei, ben felice di viaggiare da sola e smaniosa di conoscere nuovi ragazzi per divertirsi. Paolo Marocco parla di “una comicità ambigua e tragica che Pascal Bonitzer paragona ai divertimenti ideati dai pagani a danno dei primi cristiani: il grande rito pagano delle vacanze getta la giovane vergine nella fossa dei leoni, rendendo la situazione comica dal punto di vista dello spettatore, tragica da quella della vittima.” Mai, fino ad ora, Rohmer si era spinto così oltre in un ritratto femminile. Certo Sabine (“Il bel matrimonio”), Pauline (“Pauline alla spiaggia”), Louise (“Le notti della luna piena”) – giusto per limitarsi al ciclo commedie e proverbi, ma il discorso si estende anche agli altri film, compreso “La Marchesa Von…” – sono ragazze/donne a tutto tondo, ma, a mio parere, la Delphine de “Il raggio verde”, grazie anche all’interpretazione carica di intensità e sfumature di una Rivière in stato di grazia, ha qualcosa in più. Non a caso molti critici, soprattutto francesi, all’epoca dell’uscita del film hanno visto nel personaggio di di Delphine un chiaro omaggio al cinema di Roberto Rossellini, un autore molto amato da Rohmer. Scrive sempre Paolo Marocco: “Delphine si fa carico di tutta la solitudine, il sacrificio, la rinuncia ai facili valori terreni che Rohmer ammirava nei personaggi rosselliniani degli anni cinquanta (“Viaggio in Italia”, “Stromboli” e “Europa ‘51”) ma li distacca da una dimensione sacrale e alto-borghese per mostrarli nelle spiagge affollate delle vacanze, tra canotti e canottiere.” Basterebbero le tre lunghe sequenze di solitudine in mezzo alla natura (prima in campagna, poi in montagna dove si avvicina a toccare la neve, infine al mare, con la discesa alla “chambre d’amour” con le onde che sbattono contro gli scogli, una sorta di discesa agli inferi, come è stata definita dallo stesso regista) a mettere in risalto la straordinaria abilità del regista e della sua attrice nel far vivere concretamente sulla pelle dello spettatore la fragilità, il disagio e l’inquietudine di Delphine, “chiusa in un’ostinazione caratteriale” che non la porta da nessuna parte e blocca inesorabilmente la sua vita relazionale: “Non faccio mai un’azione determinata per trovare qualcuno o qualcosa.” dice infatti la donna. Bidonata, due settimane prima della partenza, dall’amica Caroline con cui avrebbe dovuto trascorrere le vacanze in Grecia, Delphine si trova nella condizione di non sapere come e soprattutto con chi trascorrere le ferie. Rifiutato tanto l’invito dell’amica Manuella di trascorrere qualche giorno a casa di sua nonna in Spagna, quanto quello della sorella di andare con lei e la sua famiglia in campeggio in Irlanda, accetta invece di passare le vacanze al mare a Cherbourg con la conoscente Françoise e i suoi amici. Nelle sue frequenti passeggiate solitarie, è forte il senso di nostalgia e depressione che la attanaglia e la porta a piangere sconsolata. Spesso poi si isola dalla compagnia per giocare con i bambini, sopportando persino le domande personali ed assillanti sul suo fidanzato da parte di una ragazzina curiosa ed impertinente. Del resto, come le fanno notare, il suo atteggiamento solitario è coerente con il suo segno zodiacale: “Il capricorno è il simbolo della capretta che si inerpica sulla montagna e va più in alto che può, ma in genere ci va da sola! E tu sei un po’ così.” Tornata a Parigi chiama l’ex fidanzato per chiedergli se può passare qualche giorno nella sua casa in montagna a La Plagne, ma appena arrivata, decide di ripartire subito per Parigi dopo una breve camminata sui monti dicendosi annoiata e incasinata. Incontrata un’amica al bar, accetta la sua proposta di passare qualche giorno a Biarritz nella sua casa. Qui conosce la disinvolta Lena che vorrebbe convincerla, senza successo, a passare quei giorni all’insegna del divertimento più sfrenato, tanto da consigliarle sfacciata “andiamo a dragare un po’…”. Nulla però sembra allontanare da lei quel malessere e quella insoddisfazione che non riescono a farla stare serena ed in pace con se stessa, che la portano a fare una scelta per poi pentirsene un attimo dopo averla compiuta, in una condotta piena di contraddizioni ed insicurezze. Come se non si riconoscesse in chi le sta accanto, come se si sentisse ovunque un pesce fuor d’acqua, come se non riuscisse a superare la rottura con l’ex fidanzato che infatti contatta di continuo per poter utilizzare le sue case al mare o in montagna, quasi a tentare di mantenere vivo un rapporto che ormai dall’altra parte si è completamente spento, con il forte rischio di “restare tutta la vita attaccata ad un ricordo”. Vorrebbe compagnia ma poi, in mezzo ad altri, non si sente a posto, a volte sembra provare quasi fastidio. Di sé dice: “Non sono un’avventuriera. Non sono una intraprendente. Sono una che guarda tanto gli altri!”. Proprio l’osservare gli altri frena la sua intraprendenza. Paradossalmente, dunque, più vicina all’adolescente Pauline che alle quasi coetanee Marie, Sabine e Louise, molto più “accomodanti”, in fatto di gusti, con l’altro sesso. Delphine ha poca fiducia in se stessa (all’amica Léna che a proposito di relazioni le dice “E’ un po’ come giocare a carte, non puoi fare vedere subito quello che hai in mano!” replica “Io non ho niente in mano. Se io dessi qualcosa, se io avessi qualcosa da offrire, gli altri se ne sarebbero già accorti, quindi se mi stanno alla larga è normale, è solo colpa mia!”) ma ha anche poca fiducia negli uomini (“Non mi fido degli uomini e non ne incontro più se non dei tipi che mi corrono dietro per bere un bicchiere o per dire quattro fregnacce o per portarmi a letto. Non ce la faccio, li allontano, li rifiuto, tutti!”). Intorno a lei, ai suoi occhi “è tutto vago, confuso”. Di una cosa è certa: è “stufa marcia” di sentirsi dire dagli altri quello che deve o non deve fare. La solitudine diventa per lei così quasi uno stile di vita, una regola: “è devastante, ma allo stesso tempo riesci a serbare in te stessa una certa purezza, perché così non disperdi quel poco di energia che hai dentro. Continui a sognare e ad aspettare, ma è meglio vivere sognando un ideale che adattarsi ad una mediocre realtà e perdere ogni speranza.” Solo il racconto, ascoltato casualmente, sul fenomeno del raggio verde, l’ultimo raggio del sole che tramonta, (da un romanzo di Jules Verne di cui il film non riprende la trama ma cattura soltanto la romantica idea di base) sembra attirare l’attenzione di Delphine e stimolare la sua curiosità. Sarà proprio la visione di quel raggio verde, accanto ad un ragazzo conosciuto alla stazione e con cui si è fin da subito stabilita una complice intesa ed un’affiatata sintonia (come le aveva predetto l’amica Françoise “E’ proprio quando meno ce lo aspettiamo che incontriamo gente nuova!”) ad illuminarla e rinfrancarla: di fronte a quell’affascinante fenomeno Delphine scoppierà ancora in lacrime abbracciata a quel ragazzo, ma questa volta il suo pianto sarà di gioia e liberazione, perché “quando una persona vede il raggio verde, quella persona è capace di leggere nei propri sentimenti e nei sentimenti altrui.” Rohmer si affida all’improvvisazione nei dialoghi ed al talento naturale di Marie Rivière per confezionare un ritratto poetico e commovente, sincero ed appassionante, “delicato come una fiaba” (così le signore, ascoltate con interesse da Delphine, definiscono il romanzo di Verne, ma il giudizio si adatta perfettamente anche al film), magico nella sua linearità, moderno proprio nel suo essere ordinario, psicologicamente di una finezza che non ha pari (riuscire a rendere così palpabile, senza annoiare o essere ripetitivi, quella strana sensazione di fastidio e di angoscia interiore, quei sentimenti di monotonia, nervosismo e grigiore che si possono provare quando si è soli nei periodi di vacanza o festivi non è per nulla facile ma Rohmer riesce nel miracolo). Rohmer non racconta la consueta eroina romantica ed idealizzata ma una donna come tante, comune, con le sue paure, insicurezze, contraddizioni, difetti, non sempre di piacevole compagnia, a volte anche irritante, eppure trasparente, pura, schietta. Quasi un contraltare al suo film d’esordio “Il segno del leone” di cui mi è parso di vedere più di una citazione tanto nel girovagare assente di Delphine per le strade di Parigi in estate tanto nella sua credenza a “superstizioni personali”. Il lieto fine probabilmente è illusorio (1), come quello de “Il bel matrimonio”, tanto che la stessa protagonista dice “Non so in fondo come andrà a finire ma bisogna pur rischiare. Intuisco da come l’uomo posa lo sguardo su di me.”, ma è sufficiente per (ri)dare, sia pure fugacemente, un po’ di fiducia, equilibrio ed armonia a Delphine, dopo tanto vuoto e sofferto peregrinare. Per lei, almeno in quell’idilliaco, appagante ed ipnotico istante, si è concretizzato nel migliore dei modi quanto profetizzato dai versi di Rimbaud con cui si apre il film: “Ah! Que le temps vienne où les coeurs s'éprennent” Quanto avrei voluto essere accanto a te per condividere quell’euforico e romantico momento cara, dolce, Delphine … Leone d’oro alla Mostra di Venezia. François Ozon deve avere preso molta ispirazione da questo film per il suo “Sotto la sabbia”. Girato in 16 mm con una troupe ridotta, formata da ragazze molto giovani per la prima volta alle prese con un lungometraggio, uscito in Francia contemporaneamente in sala e in pay tv, “Il raggio verde” rappresenta uno dei più grossi successi commerciali del regista, avendo incassato anche in Italia quasi un miliardo e mezzo delle vecchie Lire.

Voto: 8

(1) Nel primo passaggio televisivo del film ci si è accorti che il telespettatore non poteva percepire il raggio verde che invece al cinema si vedeva. Al riguardo Rohmer ha affermato: “Dopotutto, non è poi così male!” incrementando l’ambiguità del finale e l’idea che quella di Delphine potrebbe essere anche una semplice autosuggestione, una magica immaginazione.

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