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Campane a martello

Regia di Luigi Zampa vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Campane a martello

di sasso67
7 stelle

Venuto dopo Anni difficili (1948), uno dei film migliori, Campane a martello (1949) non è una delle maggiori riuscite di Luigi Zampa. Tra le opere del regista romano di quel periodo, questo film è avvicinabile a Vivere in pace (1946), soprattutto per l'ambientazione in un microcosmo, che cerca faticosamente di risollevarsi nei primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale (nel film precedente si era in piena guerra). La situazione di piccolo mondo chiuso in sé stesso è accentuata dalla collocazione del villaggio in cui si svolge la vicenda su un'isola, che nel caso di specie è Ischia.

Rispetto a Vivere in pace, dove il popolo era descritto, pur nelle difficoltà belliche, come bonario e generoso, nonché fondamentalmente - e, stando alle risultanze storiche, falsamente - contrario alla guerra, qui gli abitanti di isola d'Ischia sono descritti come avidi, gretti e litigiosi, pur vivendo un periodo in cui la guerra è ormai finita da tempo. La gente di Vivere in pace era riassunta nella figura bonaria di Aldo Fabrizi, mentre qui il rappresentante della cittadinanza è il sindaco affarista interpretato dalla fisionomia vagamente arpagonica di Agostino Salvietti.

Tutta la vicenda si sviluppa dal momento in cui l'ultimo contingente degli eserciti alleati lascia l'Italia. In particolare, siamo a Livorno, dove, partiti i soldati stranieri, alle prostitute provenienti da altre regioni, viene dato dalla questura il foglio di via. Agostina (Gina Lollobrigida), bella ed avveduta segnorina, torna all'isola di cui è originaria, insieme ad una collega conosciuta con il nome d'arte di Australia. La ragazza, negli anni d'esercizio della professione, ha accumulato un gruzzolo di circa un milione e mezzo di lire, con il quale conta di aprire un'attività in società con la collega. Non fidandosi delle banche, ha inviato mese per mese questa somma al parroco del paese perché gliela custodisse. Sennonché il vecchio sacerdote nel frattempo è deceduto e il nuovo parroco (Eduardo De Filippo), anch'egli malfermo di salute, ha impiegato tutti quei soldi per accogliere nell'asilo parrocchiale tutte le bambine "figlie della guerra" - nate da mamme italiane e padri dei vari eserciti alleati, ma anche da fascisti e comunisti - e non c'è rimasta più nemmeno una lira (anzi, l'asilo, in mancanza di ulteriori fondi, sta per chiudere). Quando Agostina torna al paesello, dove tutti la credono beneficiaria di un'ingente eredità, è accolta come una benefattrice, mentre quando emerge che i soldi sono finiti è trattata addirittura come una truffatrice. Alla fine potrà cavarsela e seguire il giovane da sempre innamorato di lei, anche grazie all'intervento del severo ma in fondo bonario maresciallo dei Carabinieri interpretato da Carlo Romano - un personaggio che sembra anticipare quello ricorrente nei film del cosiddetto neorealismo rosa. Il futuro riserverà ad Agostina, bene che vada, un impiego da domestica in città (ma l'Italia di quell'epoca non offriva molto di più ad una giovane donna).

Al di là dei meriti tecnici ed artistici di Campane a martello, è da evidenziare la sua incredibile attualità, a sottolineare come i problemi sociali si ripropongano ciclicamente nei diversi momenti della storia. Basti sentire il discorso fatto da Don Andrea alla cittadinanza radunata grazie all'abile uso delle campane a martello (da qui il titolo): la perorazione per le bambine dell'asilo potrebbe essere adattata pari pari ai migranti che al giorno d'oggi cercano di attraversare il Mediterraneo - e spesso vi si impantanano in attesa di un approdo - in cerca di un presente migliore di quello da cui fuggono.

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