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Il camorrista

Regia di Giuseppe Tornatore vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Il camorrista

di giansnow89
9 stelle

Un po' Scarface e un po' Padrino, uno dei migliori film italiani di sempre sulla mafia.

Il camorrista lo vidi per la prima volta quando ero davvero un bambino, a 7-8 anni, in una di quelle estati torride dove la più stringente preoccupazione è trovare un metodo per rinfrescarsi, e non seguire un film di morti ammazzati che danno su Telenorba. Fatto sta che questo primo titolo di Tornatore mi è rimasto molto impresso nella memoria, per le cifre sui morti snocciolate, per l'efferatezza e la sanguinosità degli omicidi, per l'incrollabile senso dello stato del commissario interpretato da Leo Gullotta. Rimembranze volatili e sfocate dagli anni, ma nel contempo estremamente vivide. Mi è capitato di rivedere Il camorrista l'altro giorno, e mi si è aperto un mondo. In un'epoca nella quale la moda imperante è Gomorra (la serie), che ritrae un modello che invita financo all'emulazione tra stereotipi e mitizzazione del fenomeno camorra, questo film costituisce una boccata di ossigeno. Lo stile è secco e senza fronzolo alcuno, il taglio è documentaristico, freddo, spietato: diversamente da altri lavori successivi di Tornatore (primo fra tutti La leggenda del pianista sull'oceano), che sono puro involucro senza polpa, qui è tutto succo e niente buccia. Tornatore punta il mirino su tutti gli aspetti molteplici che attengono al fenomeno mafia: lo sberleffo e la provocazione allo Stato, che hanno un loro culmine nei processi farsa dove il Professore s'atteggia a Messia, salvatore dei poveracci senza lavoro, vero e solo punto di riferimento degli ultimi; il mescolare sacro e profano; il valore del rispetto ancora più del denaro, perché sono il rispetto e la capacità di intimidazione che conferiscono la corona; il fulgore imprenditoriale dei mafiosi (già debitamente evidenziato nella contemporanea Piovra) che si sostituisce all'immagine arcaica e sorpassata del malavitoso con la coppola e la lupara: il mafioso ragiona col cervello e mai col cuore; la sacralità del legame di sangue, la sorella è legata al fratello da un vincolo indissolubile di dovere e fedeltà ancora più della moglie, relegata al rango feudale di trofeo; l'insostituibile appoggio esterno di politici e servizi segreti, in un magna magna che arricchisce e favorisce tutti, tranne proprio quegli ultimi che il Sistema mafia si picca caritatevolmente di proteggere e sostenere; non manca una gradita smitizzazione delle Brigate Rosse, scese più volte a compromessi con la mafia in barba ai loro ideali, perché tutto il mondo è paese.

 

Soprattutto nei film sulla malavita, dove si trattano pratiche, eventi e codici sotterranei e sconosciuti alla società civile, è sempre presente il sospetto che non ci sia una mimesi perfetta del mondo che viene raccontato. Che venga messo per immagini qualcosa che non è la vera mafia, ma un'imitazione letteraria, una licenza narrativa. Non è decisamente il caso de Il camorrista. Un enorme Ben Gazzara dà il volto a un criminale controverso, per cui nel corso del film sentiamo dapprima empatia, poi disgusto e infine lo vediamo con la sua vera faccia: un mostro. Un mostro autogeneratosi come tanti per sfuggire al soverchiamento e a una vita incolore, perché le vie, in quegli ambienti, sono solo due: o essere oppressi o essere gli oppressori. 

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