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Il pianeta azzurro

Regia di Franco Piavoli vedi scheda film

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La recensione su Il pianeta azzurro

di mm40
4 stelle

Primavera, estate, autunno e inverno della campagna.

Franco Piavoli è un regista difficilmente etichettabile: autodidatta e fieramente amatoriale nell’accezione più nobile del termine, restio ai palcoscenici e ai microfoni, ha vissuto una prima stagione artistica a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta licenziando una manciata di cortometraggi la cui massima espressione è stata senz’altro Le stagioni (1961), 28 minuti incentrati sul trascorrere del tempo da un inverno al successivo nelle campagne del nord Italia. Dopo una quindicina di anni di silenzio, all’inizio degli Ottanta, su suggestione e con la complicità tecnica dell’amico Silvano Agosti, Piavoli torna a girare e questa volta lo fa in lungometraggio: il suo ‘secondo esordio’ è proprio questo Il pianeta azzurro; filmato in due anni – non consecutivamente – e con mezzi modesti, il film gode di intense sequenze pittoriche e ammalianti panorami naturali, lasciando costantemente in secondo piano gli esseri umani e focalizzandosi sul verde, gli animali, gli elementi, la Terra. E non a caso, visto che il titolo ricorda come il nostro pianeta, visto dallo spazio, sia circondato da una luce blu. Le riprese spaziano da un inverno al successivo, nelle campagne della Valbruna (Friuli): sostanzialmente Piavoli ha rifatto Le stagioni, a vent’anni di distanza, con un po’ più di esperienza dietro la macchina da presa, ma soprattutto di pellicola e di budget. Il film viene presentato a Venezia nel 1982, dove vince in qualità di miglior esordio, e ottiene il medesimo riconoscimento ai Nastri d’argento del 1983; il regista di origine bresciana viene considerato un genio da Tarkovskij. Ma fu vera gloria? Se già la mezzora scarsa del corto del 1961 era dura a digerirsi, si immagini gli 80 minuti de Il pianeta azzurro: bello, vero, intenso, ma pur sempre privo di una vera e propria spina dorsale, di qualcosa che lo regga in piedi, insomma: di una trama. L’accoppiamento nei campi dei due giovani nella parte primaverile potrebbe essere un richiamo a un altro lavoro di Piavoli, Domenica sera (1962); la didascalia lucreziana in apertura (“Il nascere si ripete / di cosa in cosa / e la vita / a nessuno è data / in proprietà / ma a tutti in uso”) è un indizio illuminante sulle ambizioni dell’opera. Unica presenza extradiegetica nella colonna sonora (inclusi i farneticanti borborigmi con cui i pochi attori liquidano le loro poche battute, come a testimoniare l’invisibilità dell’uomo nell’economia del mondo) è la messa del XVI secolo di Josquin Desprez inserita sulla conclusione. Opera dall’estetica eccellente – anche montaggio e fotografia sono di Piavoli – e basata purtroppo su pochissime, ottime intuizioni, delle quali la principale era stata già svelata nel lavoro di vent’anni prima. 4/10.

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