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Grand Prix

Regia di John Frankenheimer vedi scheda film

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La recensione su Grand Prix

di maso
8 stelle

 

 

 

Il Grand Prix di Frankenheimer è per me un grande film che se negli anni sessanta rappresentava un resoconto sulle dinamiche della Formula 1 con il tempo ha poi acquisito un gustoso sapore nostalgico su di un’epoca coloratissima e spensierata non solo dell'automobilismo ma della moda e il costume in generale, soprattutto in Europa, vero e proprio palcoscenico della storia.

La costosa e per il tempo avanguardistica tecnica Panavision sul formato a 65 mm fu la bacchetta magica con cui Frankenheimer poté dar vita al suo primo film a colori che parte subito benissimo dalla griglia del circuito cittadino del Principato di Monaco per una prima mezz’ora di film assolutamente pirotecnica a base di splitscreen doppio, triplo, multiplo in cui l'introduzione dei personaggi avviene simultaneamente allo svolgersi della corsa scandita da un montaggio che coinvolge l'occhio e l’orecchio sviluppando una serie di inquadrature e prospettive che una cronaca sportiva non può concedere neanche oggi: le pendenze, i tornanti e le improvvise accelerazioni impresse dal cameracart, i dolly e le zummate dall'elicottero oltre ai primi piani dei piloti fanno si che lo spettatore sia alternativamente fra il pubblico e nell’abitacolo delle vetture in gara mentre le voci fuori campo rimbalzano tra i vari personaggi con una fantasia nella costruzione narrativa di grande effetto, ad esempio mi è piaciuto tantissimo il salto improvviso dal tracciato alla stanza di albergo da cui si affaccia Jessica Walter che fra le altre cose è secondo me la più brava di tutto il cast.

 

 

 James Garner and John M. Stephens in Grand Prix (1966)  La costosa Pamavision cam montata sul bolide di James Garner per lo sbalorditivo GP di apertura a Monte Carlo

 

 

L'incidente è nell'aria, e il fortuito scontro fra le due Jordan in lizza per le prime posizioni conclude in maniera spettacolare la frammentata overture e innesca la parte complementare del racconto, quella incentrata sui retroscena e la vita privata dei piloti fra tradimenti e rivalse.

James Garner da spessore e carisma al personaggio di Pete Aron, il pilota americano malvisto dal suo team manager che dopo lo scontro a Monte Carlo che ha causato il grave infortunio del suo compagno di scuderia dando via libera alla vittoria delle Ferrari viene messo alla porta ma avrà una inaspettata occasione di rivincita da una emergente scuderia giapponese, il suo ex compagno Scott Stobbard vive nel frattempo una lunga convalescenza e l’abbandono della moglie stressata dai ritmi imposti dalla convivenza con un uomo che sfida continuamente la morte ma l’interesse della donna per Pete Aron causerà una ulteriore spinta per Stobbard a tornare in pista e riconquistare la leadership del campionato del mondo oltre alla bella Pat affidata alla esordiente Jessica Walter: molto carina e come già detto da una bella prova facendo emergere dal suo personaggio una certa insicurezza e fragilità interiore.

L’altra scuderia in lizza è ovviamente la Ferrari in cui sfrecciano i volti di Yves Montand e Antonio Sabato, rispettivamente veterano pluricampione del mondo e astro nascente: Jean Pierre Sarti è un pilota affermato che ha avuto tutto dalla carriera ma il prezzo del successo lo ha pagato sul versante famigliare e si concede quindi una relazione importante con una giornalista americana interpretata da Eva Marie Saint, la sua lunga esperienza nel mondo delle corse lo ha portato a non farsi distrarre da un incidente avvenuto in pista ma piuttosto approfittare del rallentamento dei suoi avversari e superarli, un personaggio cinico e disilluso al quale il racconto riserva i colpi di scena più vibranti.

Nino Barlini è invece un giovane spericolato e brillante che vive il suo ruolo alla pari con quello del più esperto compagno di scuderia ma la sua storia con Lisa che ha il volto di Francoise Hardy si spegnerà poco a poco proprio a causa del suo crescente divismo.

 

  La sequenza in cui Aron incontra il personaggio ispirato da Enzo Ferrari affidato ad Adolfo Cieli nelle officine di Maranello

 

Il retroscena si svolge in ambienti e locations splendenti e di grande eleganza, ad esempio l’alloggio monzese di Sarti con l’atrio in cui si osservano tutti i circuiti disegnati sulla parete, o l’esterno notturno del pub tipicamente inglese dove Baslini festeggia la sua vittoria a Brands Hatch ma niente in confronto alla resa dei circuiti e lo svolgimento delle gare filmate da Frankenheimer:

Spa in Belgio sembra più un rally con i campi e le case coloniche che fiancheggiano il percorso, il circuito di Zandvoort in Olanda viene ripreso dal cielo in modo da evidenziare la sua vicinanza alle dune sabbiose a ridosso della Manica, e in fine Monza con tutta la velocità del circuito impressa nella sghemba inquadratura della parabolica o nei suoi rettilinei al massimo dei motori.

Gli avvenimenti si susseguono scanditi dalla colonna sonora di Maurice Jarre che utilizza gli ottoni come l’effetto sfuggente di un bolide che si avvicina all’orecchio e poi sfuma.

La pellicola non è a mio avviso datata se non per il fatto che le vetture dalla forma affusolata sono ormai la preistoria dell’ingegneria attuale così come l’organizzazione dei gran premi ma è proprio sotto questo aspetto che il film ha guadagnato più fascino: basta pensare al tema narrativo del sapore spettacolare dell’incidente e del rischio mortale che suscitava agli occhi dello spettatore in tempi in cui la sicurezza era ai minimi termini, la scena in cui la vettura di Aron si incendia denota questo aspetto con il pubblico che assetato di sangue si avvicina curioso non curante del pericolo e Sarti evidenzia con il suo sfogo emotivo l’assurdità della cosa ma anche l’essenza di questo sport in cui si vince anche sopravvivendo al rischio, assai curioso poi come l’episodio della sua uscita di pista che causa la morte di due spettatori sia poi avvenuto veramente in maniera del tutto simile a Gilles Villneuve alla guida della sua Ferrari negli anni settanta.

Il ruolo di Pete Aron sembrava cucito su misura per Steve McQueen ma per una serie di incomprensioni fu affidato al suo vicino di casa Jimmy Garner che dichiarò come McQueen abbia per lungo tempo rimuginato sull’occasione mancata di impersonare un pilota, cosa che poi farà nel suo Le Mans ma con risultati nettamente inferiori rispetto al film di Frankenheimer che per anni dichiarò che tutte le volte che lo rivedeva rimaneva sbalordito dal risultato finale chiedendosi come fosse riuscito a farlo.

 

  Aron prova la sua nuova monoposto sotto l'attenta guida dell'ambizioso ingeniere Yamura interpretato da Toshiro Mifune

 

 

La prova degli attori/piloti è notevole soprattutto sul piano del coraggio visto che se si esclude Brian Bedford nel ruolo di Stobbard tutti guidarono le proprie autovetture andando incontro a inconvenienti pratici e rischi non da poco ad esempio James Garner era fuori misura per gli abitacoli di ordinanza per cui si dovette creare uno chassis consono alla sua altezza e alzare il roll-bar, Yves Montand invece andò in testa coda a velocità elevata in più di una occasione e in alcune scene fu trainato per escludere ulteriori rischi ma tale procedimento fu utile per evitare che Frankenheimer fosse costretto a velocizzare le immagini con l’artificioso effetto crancking che avrebbe fatto perdere qualità al film, ebbe ragione tanto che il suo lavoro fu premiato con tre meritatissimi Oscar tecnici ossia montaggio, suono ed effetti sonori.

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