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M. Butterfly

Regia di David Cronenberg vedi scheda film

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La recensione su M. Butterfly

di OGM
10 stelle

Innamorarsi perdutamente, e assurdamente, della diversità: è questo il folle cappio che il furore del genio, con la diabolica complicità del destino, stringe talvolta intorno al collo degli artisti e dei rivoluzionari, facendo loro emettere un acutissimo grido. Nascono così le maledizioni culturali e storiche, che sono, però, le infuocate fucine del rinnovamento. Tuttavia, per l'uomo comune, inquadrato nelle sue convenzionali responsabilità di persona normale, il paradosso risulta insanabile, e si traduce in un urlo disperato ed incompreso, incapace di rimbombare nella società. Ma ciò che non riesce a suscitare una reazione torna indietro, e volge in autodistruzione. Il dramma di René Gallimard può così consumarsi solo sul riservato palcoscenico di una prigionia, mentale prima che fisica, attraverso un rito sui generis non riconosciuto, e tanto meno capito, dal pubblico che guarda. L'anomalia che non può essere brandita come provocazione e il sentimento inedito che non può assurgere a proclama, uccidono, inevitabilmente, chi ne è portatore; infatti l'eccezione senza seguito è come una mutazione genetica perdente che, secondo l'economia interna ad ogni specie, è destinata all'eliminazione. La scoperta della propria unicità produce allora un disperato senso di solitudine e di tradimento da parte della vita, che ha nascosto, dietro un'apparenza di miracolosa passione, il rivoltante germe di una malattia. Forse l'amore non vale di per sé, per le emozioni che ci fa provare ed i gesti che ci induce a compiere; forse ciò che conta è solo la collocazione che il rapporto tra l'amante e l'amato riesce a trovare nelle immanenti logiche del mondo e che, a seconda degli usi, dei luoghi e delle epoche, può renderlo buono e giusto, perverso o impossibile. In "M. Butterfly" Cronenberg racconta una storia d'amore – che, per gli estranei, è solo un melodramma recitato – dall'interno dell'animo che via via la scopre dentro sé e, per molti versi, la subisce. La femminilità di Song riesce ad essere, nel contempo, convincente e rivelatrice nella sua ingannevolezza, descrivendo, con la sua ammaliante ambiguità, sia ciò che l'occhio innamorato esalta, sia ciò che esso, invece, nega di vedere.

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