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Satantango

Regia di Béla Tarr vedi scheda film

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Badu D Shinya Lynch

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La recensione su Satantango

di Badu D Shinya Lynch
10 stelle


Nulla sarà più come prima - Tutto sarà come
 prima

"Io non mi sono mai ritenuto un regista: pensavo che la mia unica missione fosse cambiare il mondo. Oggi come oggi mi accontenterei anche solo di riuscire a cambiare il linguaggio cinematografico. Certo, anche il cinema fa parte del mondo e ciò che faccio mi riesce bene, ma sarebbe difficile affermare che questo ha cambiato il mondo in qualche modo. Ma si può sempre contare sulla sensibilità della gente, che non è meschina per sua natura: pecca solo quando le circostanze la obbligano a farlo."
- Béla Tarr -

Satantango è l'abnorme rovina e la squallida devastazione che caratterizzano la dimensione vitale, interiore ed esteriore, di ogni essere umano, il quale, con tutta la sua inattività infettiva e corruttibilità disastrosa, ci costruisce la fortezza inespugnabile che racchiude la propra fine disinteressata: codesta apatica creatura, in questo mondo paludoso e pantanoso, decide di non sprofondarci all'interno e, allo stesso tempo, di non elevarsi e sollevarsi, cioè di non (ri)emergere e (ri)affiorare mai in maniera definitiva, ma sceglie piuttosto di rimanere a galla, di fluttuare in tale melma coscienziale. Un'esperienza di vita e di morte, e, soprattutto, un trattato filosofico sullo stallo esistenziale. Quest'opera straordinaria è l'intima dilatazione della settima arte, che trasforma l'inoperoso e immobile spirito umano in stimolante materia filmica, raffigurante questa monumentale (dis)avventura che è di un'attualità e universalità sconcertanti. Béla Tarr realizza l'(ultima) odissea nello spazio della desolazione terrena - quella dello spirito umano -, pregna di poesia struggente e sconvolgente, immensa ed eterna. In questa pellicola è importantissimo il rigore e il torpore registico: grazie ad esso, il silenzio diventa potentemente comunicativo e suggestivo ; gli sguardi e i gesti dei protagonisti si convertono inevitabilmente in lamenti silenziosi e taglienti che intaccano il subconscio dello spettatore il quale, pietrificato, diventa impotente al cospetto dell'ineluttabile disperazione e tristezza che, come dei virus liquidi e fangosi, contagiano e riempiono di malessere la mente e il cuore del pubblico. La pellicola divora ogni cosa: tempo, organi, spazio e speranza; si nutre di tutto ciò che è esistenzialmente malleabile, ma non espelle nulla, e tutto collassa interiormente - imprigiona le sensazioni e le emozioni come una sorta di implosione emotiva e narrativa. Satantango è un film perfetto, in cui è presente una sorta di inflessibilità passionale: il sentimento è in bianco e nero, (non) colore che corrisponde alla stanchezza e angoscia degli esseri viventi. In questo inarrivabile lungometraggio è presente, in dose implicitamente massiccia, tanta cupezza e malinconia. Ma chi è l'artefice di tutta questa indolente infelicità? Forse siamo tutti colpevoli? Quest'opera è un diluvio eccezionale di passività e indifferenza. Satantango è l'inesorabile rappresentazione della meschinità umana in tutta la sua catastrofica accidia, in tutta la sua abissale inoperosità; un film lacerante in maniera orizzontale e continua. La raffigurazione di rovine irreparabili, distrutte da sempre, esposte al buio di un mondo che non emana più calore. Satantango è il ritratto della decadenza universale, che riproduce gli ultimi e lenti sprazzi di mediocrità e grettezza che appartengono al'essere vivente razionale, uomo o donna che sia. Dipinti senza colore, che immortalano la fatiscenza cosmica in ultime pennellate di viltà e bassezza. La vita è pronta a tacere, a spegnersi. Il mondo è corrotto e cosparso dal fango. Il fango è la culla del pianeta, nel quale dormono le iniziative e le lotte, sprofondano le azioni, si sporcano le coscienze. L'immensa pellicola di Béla Tarr è un'ermetica manifestazione cinematografica, paradossalmente elogiativa, dell'abbandono e della decomposizione; è l'orizzontale e sterile auspicio di un futuro radioso; è l'abituarsi alla pioggia incessante; è la fine del sole a cui nessuno più volge lo sguardo. Il risultato è un film ipnotico che ha la struttura di una ragnatela; un'esperienza totalizzante e avvolgente. Tutto è corroso, deteriorato ancor prima di cominciare: l'inizio è la vera fine - l'incipit probabilmente è il vero excipit nel quale termina l'intero racconto, il reale epilogo della catastrofe - ogni cosa è abbandonata allo squallore più totale. Ecco che la speranza è annullata in partenza. Post-visione di una post-fine. Il regista concede al pubblico di vedere con gli occhi della Morte.

"Arrivano i turchi!". Il finale presagisce l'Apocalisse. Le campane suonano per i ribelli, ma forse era solo il tuonare del cielo. Continuate a dormire. Satantango apre i cancelli di Il Cavallo di Torino: terreno fertile nel quale far germogliare la catastrofe definitiva - Fango nel quale il Vento è pronto a danzare per l'ultima volta. Squillino le trombe. Buio.

"Non può piovere per sempre" - In Satantango sì.

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