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I fantasmi d'Ismael

Regia di Arnaud Desplechin vedi scheda film

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La recensione su I fantasmi d'Ismael

di Leo Maltin
8 stelle

Visto in lingua originale con sottotitoli nella versione director's cut di 135'

La mise en abyme, fluviale sessione di terapia psicanalitica, può essere considerata una straordinaria espansione meta-narrativa del precedente Trois souvenirs de ma jeunesse (in Italia I miei giorni più belli), a cui lo legano preziose analogie (la città di Roubaix, il personaggio di Claverie).

Ivan Dédalus (ottimo Louis Garrel), misterioso diplomatico dall’assonanza joyciana che parla sei lingue e di cui si racconta la storia, è “fratello di schermo” del Paul visto nel primo titolo, dove era interpretato da Mathieu Amalric, anche qui eccellente nel ruolo del frère regista (la cui moglie risulta scomparsa ormai da anni) che vuole filmarne le intriganti vicende: Ismaël (figlio di Abramo e Agar, si allude anche al narratore non protagonista di Moby Dick) Vuillard. Il cognome ricorda quello di un pittore francese (Édouard, 1868–1940), appartenente al movimento Nabi, di avanguardia post-impressionista, il cui proposito era quello di raggiungere l’espressione interiore tramite la sintesi formale basata sulla memoria e l’immaginazione. Come ulteriore riferimento iconografico, sembra opportuno menzionare adesso la scena in cui si offre un piccolo saggio sull’uso della diversa prospettiva tra l’enigmatico Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434) del fiammingo Jan van Eyck – con quattro punti di fuga – e la classica Annunciazione del corridoio Nord (1440-1450) di Beato Angelico, che presenta un unico punto di fuga.

Desplechin prosegue il suo pallido dialogo a distanza con l’Ulisse di Joyce sfrondato: oltre all’omologo del giovane co-protagonista, abbiamo pure un Bloom, Henri (nel capolavoro letterario Leopold), suocero e maestro, cineasta come lui.

Con Les Fantômes d’Ismaël, ambizioso dispositivo filmico simbolico-immaginario (nei titoli di coda si fa cenno persino al Seminario VIII sul transfert di Jacques Lacan), le directeur realizza una debordante riflessione sulla creazione artistica tra vita (realtà), menzogna (artificio) e desiderio (sogno) e il senso del “tempo sensibile” caro a Proust, in cui la varietà di luoghi, eventi e azioni travalica i confini di genere (Borges, in parte Resnais).

Un plauso va alle tre donne del film – Charlotte Gainsbourg, Marion Cotillard, Alba Rohrwacher – di cui volutamente si omettono i ruoli per non togliere il gusto della suggestiva visione.

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