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Il giorno della locusta

Regia di John Schlesinger vedi scheda film

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La recensione su Il giorno della locusta

di LorCio
8 stelle

Un po’come Gli ultimi fuochi, è il romanzo di un’epoca perduta, quella della Hollywood che negli anni trenta raggiunse il massimo splendore. Tratto da un romanzo malato e crudele di Nathanael West, è una aspra, e cinica rapsodia sulle disfunzioni del sistema hollywoodiano, visto attraverso le esperienze di alcuni personaggi che vanno a comporre un coro tra il grottesco e l’inquietante, il disperato e il deprimente. Dall’antipatico bambino prodigio con madre petulante al nanetto dalle mille risorse, passando per l’attricetta senza talento con vecchio padre attore di vaudeville caduto in disgrazia e così via. Il tutto filtrato dagli occhi di un aspirante scenografo che si arrabatta nelle megaproduzioni e s’invaghisce dell’attricetta.

 

Il giorno della locusta arriva, nella carriera di John Schlesinger, dopo il trionfo dell’intimo Un uomo da marciapiede, premiato con l’Oscar. Non è un particolare da poco, considerando la magniloquenza epica del film, sottolineata soprattutto da un reparto tecnico in stato di grazia (fotografia evocativa di Conrad Hall, costumi filologici di Ann Roth, scenografie magnifiche a cui misero mano grandi arredatori degli anni trenta come George Hopkins, musiche avvolgenti di John Barry), e la dimensione larger than life della narrazione e della messinscena.

 

Fondamentalmente è una raccolta di episodi di quotidiana alienazione e di vaga miseria morale legati dall’impossibilità di uscire da un mondo attraente quanto crudele, culminanti in un finale devastante e perverso che procura un’ansia non indifferente e trasmette il disincanto di coloro che si spingono loro malgrado verso la fine. Film decadente come pochi altri, sicuramente imperfetto e con una serie di problemi, specie nella prima parte, di fluidità e di organicità (e anche tecnicamente Schlesinger costruisce un’opera sofferente, una specie di capolavoro mancato o sbagliato), infetta il pubblico gettandolo in una dimensione paranoica ed asfissiante.

 

Il primo nome in ditta, l’esimio Donald Sutherland, compare dopo un’ora e, nonostante qua e là sia un po’ troppo sopra le righe, lascia il segno con il suo disturbato, silente ed ossessivo Homer Simpson. Nel coro, menzioni speciali al nano pratico Bily Barty e all’eccellente Burgess Meredith, che ha almeno due o tre momenti in stato di grazia, compresa la parentesi che vede coinvolta la grande Geraldine Page come santona guaritrice (grande momento spudoratamente americano).

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