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Chiamami col tuo nome

Regia di Luca Guadagnino vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Chiamami col tuo nome

di karugnin
4 stelle

Nel 1983 “padano” è solo un innocente aggettivo che qualifica il grana e la pianura, e a Pizzighettone e Scanzorosciate i Mississippiani giocano ancora a briscola nei trani e votano Dc.

Guadagnino lo sa, ma un sud lombardo scevro da redneck non gli basta e, con larga licenza, elimina dal panorama anche i ditteri, permettendo ai suoi personaggi di bighellonare tra stagni e corsi d’acqua senza essere dilaniati da orde di zanzare e tafani. L’idealismo, non solo ambientale, è l’evidente leitmotiv di questo “Call Me by Your Name”, film italiano ma con titolo originale in inglese, che è anche la principale lingua impiegata (insieme a francese, italiano e alcune spruzzate di bergamasco, tedesco ed ebraico: doppiarlo equivale a devastarlo) e che ha permesso, forse strategicamente, la nomination nella categoria maggiore e non nella riduttiva cinquina dei film stranieri.

Un idealismo che si concentra ben presto sulla scoperta della propria identità sessuale da parte del giovane Elio, e che anzi si rivela l’unico motore (diesel) narrativo di centotrentadue minuti di film con inevitabili, cospicue porzioni soporifere. Identità sessuale sulla quale Guadagnino lascia apparentemente spalancate le porte, ma è solo un trucco: finge infatti di non prendere posizioni raccontandoci la purezza di un sesso senza generi libero da convenzioni e dominato solo dall’amore, salvo poi utilizzare un’ingiustificata chiave semi-comica per sminuire il primo rapporto di Elio con una femmina.

Non deborda mai davvero in un’eterofobia alla Ozpetek, e perlopiù rifugge dalle ostentazioni gratuite tipiche dei film dell’italo-turco, cercando di mantenere costante il registro poetico del suo racconto. Ma ogni tanto sbanda: e allora, ad esempio, fa quasi addentare una pesca impregnata di sperma, una scena che scritta da Bukowski o da Palahniuk troverebbe ragion d’essere ma nel contesto del film risulta incoerente e inutilmente esibizionistica.

L’idealismo utopico raggiunge il suo apice quando il babbo di Elio, saggio e stimato scienziato già lo sapevamo, ma evidentemente anche filantropo, profeta e santo, compreso che l’adone americano in bermuda cui ha offerto la propria casa gli ha sedotto il figlio minorenne (la seduzione invero è avvenuta in senso contrario ma lui non lo sa) non ha il minimo vacillamento. Più credibile, cinicamente, l’estinzione dei tafani.

Su tutto rimane, incontestabilmente, la prova mostruosa di Timothée Chalamet, l’unico che nell’imminente baracconata hollywoodiana potrebbe forse impensierire il Churchill di Oldman. Invece l’inadeguatezza di “Call Me by Your Name” tra le nomination a Miglior Film è seconda solo a “Get Out”; legittimo il dubbio che per entrambi i film siano entrate in gioco logiche di politically correct.

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