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L'età dell'innocenza

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su L'età dell'innocenza

di laulilla
9 stelle

Scorsese realizza uno dei suoi film più belli sulla storia, che gli sta molto a cuore, delle comunità newyorkesi (che, nella loro chiusura agli apporti esterni e nel loro familismo esclusivo legato a codici e riti ovviamente diversi, molto si assomigliano)

 

 

 

 

 

Dal romanzo al film

Il grande romanzo di Edith Wharton (uscito nel 1920 e Premio Pulitzer nel 1921) è all’origine di questa grande opera di  Martin Scorsese (1993): egli, all’inizio degli anni ’80, lo aveva letto su consiglio dell’amico e collaboratore Jay Cocks, ricavandone un’impressione profonda “… quello che mi ha colpito del romanzo è stata la sua intensità, la sensazione di perdita che trasmetteva...”


Entrambi ne sarebbero diventati gli sceneggiatori qualche anno dopo, quando la Columbia Pictures decise di approvare il progetto del regista, che pur non intendendo girare un film in costume alla maniera di Ivory, esigeva comunque di realizzare una minuziosa ricostruzione storica di quanto avveniva, alla fine dell’800 (1870), fra le villette della  Fifth Avenue, nella New York colta e benestante dei suoi residenti più snob, ciò che necessitava di cospicui investimenti produttivi.
La Quinta strada era abitata dai ricchissimi eredi delle famiglie più antiche della città, custodi gelosi di rendite e privilegi che era stato possibile mantenere, e talvolta incrementare, nel corso dei secoli, grazie a un’accorta strategia dei matrimoni, come avviene nelle società aristocratiche, decisi e concordati in modo da conciliare le aspirazioni all’amore dei giovani e delle giovinette con l’accettazione delle tradizioni e dei riti che ne confermavano l’esclusività.


Chi partecipava di quei privilegi condivideva infatti una Weltanschauung che si manifestava in ogni momento della vita, e che regolamentava persino i gesti, il parlare, lo stile dell’arredamento e l’apparecchiatura delle tavole. Erano codici, non scritti, che imponevano la presenza ad alcuni momenti della vita sociale come gli spettacoli teatrali seguiti dal ballo annuale, nonché il bon ton dell’abbigliamento, adeguato alle diverse circostanze, che si trattasse di un pranzo di gala o delle vacanze a Newport. Una fitta trama di convenzioni e norme, dunque, imbrigliava la vita di quegli abitanti, fra i quali, ancora alla fine dell’800, quando si avvertiva l’imminenza dei profondi cambiamenti economici che avrebbero mutato il volto della città, era condivisa la diffidenza verso chiunque, provenendo dall’esterno, potesse diffondere una visione del mondo sovversiva dei valori tramandati con sobria nonchalance, ma con determinazione così ferma da rassomigliare alla crudeltà.

 

 

La storia d’amore

Accordi familiari avevano reso possibile il fidanzamento di un giovane avvocato, Newland (Daniel Day-Lewis),con May (Winona Ryder), rispettivi eredi delle antiche e ricche famiglie degli Archer e dei Welland, mentre stava rientrando inopinatamente da Parigi la contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer), cugina di May.

Nella capitale francese la giovane signora aveva lasciato il  conte Olenskij, suo marito, fedifrago abituale e volgarissimo, ed era tornata alla casa dell’infanzia sulla Fifth Avenue, nella quale  viveva ancora la nonna, l’imponente signora Mingot (Miriam Margolyes), sperando di ritrovarvi il calore di un tempo, e un po’ dell’innocenza perduta. Una ridda di maldicenze e pettegolezzi avevano accompagnato il suo ritorno, tanto che Newland, che in tal modo intendeva anche preservare dalle chiacchiere il proprio rapporto con May, aveva sentito il dovere di difenderla

Di Ellen, che egli ammirava per l’intelligenza, la cultura e il coraggio dimostrato, egli si era in realtà presto innamorato, ma non aveva trovato la forza per venir meno alla promessa che lo impegnava davanti al bel mondo della sua città nonostante fosse cosciente di due fondamentali verità: che il suo vero amore appassionato per la contessa era appassionatamente corrisposto e che, sposando May, avrebbe avuto una moglie mediocre, conformista, tutta vezzi e luoghi comuni.

L’aveva perciò sposata senza amarla davvero e aveva scoperto un po’ alla volta quanta ipocrisia si celasse sotto i suoi vezzi e le sue mossette: May tutto aveva compreso dei suoi turbamenti amorosi e si era adoperata con un incredibile stratagemma per allontanare da lui la cugina-rivale, che lo lo aveva lasciato affranto, partendo per Parigi: la signora Mingot le aveva generosamente assicurato un’ottima rendita mensile, a garanzia della sua indipendenza dal marito: là, in un’aria più respirabile e meno ipocrita avrebbe ritrovato le antiche amicizie e ripreso le vecchie frequentazioni.


Dopo molto tempo, all'età di cinquantasette anni, ormai vedovo e in visita a Parigi in compagnia del figlio, Newland non aveva voluto rivederla, per mantenerne intatto il ricordo, non contaminando, col grigiore e la noia della propria vita quotidiana, l’incanto di una stagione romantica che intendeva tenere solo per sé, senza rinnegare il matrimonio con May, in fondo riuscito, che gli aveva dato figli amorevoli e un po’ meno costretti dalle convenzioni perbeniste dell’alta società newyorkese, soppiantata ormai dall’aristocrazia del denaro e degli affari.

 

___________________

 

A Henri Béhar di “Le Monde”, che gli aveva chiesto dove fossero finiti i sanguinosi gangster movies che lo avevano reso famoso negli anni ’80, da Taxi Driver a Quei bravi ragazzi, Scorsese aveva risposto:L’età dell’innocenza è probabilmente il più violento dei miei film”, dimostrando di aver colto in pieno lo spirito tranquillo e corrosivo del romanzo della Warthon, che non per caso gli amici chiamavano l’angelo della devastazione.
Che sotto l’apparente racconto di un amore infelice, Scorsese rappresenti tutta l’ipocrisia feroce di un gruppo sociale preoccupato esclusivamente di mantenere il proprio status, ce lo dice tutto il film, sin dalle scene iniziali, che affiancando i titoli di testa mostrano lo sbocciare miracoloso dei fiori di primavera, subito imprigionati fra i merletti che, impreziosendoli, avrebbero, forse, reso  più casto il décolleté di una giovane donna: potente metafora  richiamata spesso - nel corso del film -  da altri fiori e da altre scollature, come quella che Ellen esibiva all’Opera, dov’era arrivata in ritardo, suscitando curiosità e sdegnate maldicenze:

…Colei che aveva provocato tutto quel trambusto era graziosamente seduta nel suo angolo del palco fissando la scena e rivelando, mentre si sporgeva in avanti, un po’ più di spalle e di seno di quanto a New York si fosse abituati a vedere nelle gentildonne…

I movimenti dei binocoli nelle mani dei gentiluomini pettegoli e voyeur, pronti a cogliere il minimo errore nell’abbigliamento di Ellen, ben dissimulavano il fastidio per lo scompiglio che la nuova arrivata rischiava di introdurre nelle loro pigre abitudini di rentiers nullafacenti. Newland non era davvero molto diverso da loro, ma un po’ se ne scostava per la maggiore cultura che lo aveva reso più tollerante e meno volgare.

 

Scorsese realizza uno dei suoi film più belli sulla storia, che gli sta molto a cuore, delle comunità newyorkesi (che, nella loro chiusura agli apporti esterni e nel loro familismo esclusivo legato a codici e riti ovviamente diversi, molto si assomigliano), dirigendo attori grandissimi, sensibili interpreti di  ruoli non proprio fra i più facili, come Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer, e avvalendosi di un cast di collaboratori eccellenti: Dante Ferretti per le scenografie; Gabriella Pascucci per gli stupendi abiti; Elmer Bernstein per la bella colonna sonora e Michael Ballhaus per la suggestiva fotografia.

 

Le citazioni, dal romanzo di Edith Warthon, fungono talvolta da commento fuori campo nel corso del film, per la voce, nella versione inglese, dI Joanne Woodward.

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