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Il tempo dei gitani

Regia di Emir Kusturica vedi scheda film

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La recensione su Il tempo dei gitani

di Stefano L
7 stelle

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Una vita non certo idilliaca quella dei rom della Penisola balcanica. Vivono in baracche cedenti, devono arrangiarsi con espedienti rudimentali, vengono denigrati dalle popolazioni del resto della (supposta) Unione Europea, sono costretti a piegarsi alle minacce dei dispotici boss della zona, dediti allo sfruttamento minorile e il controllo del business della prostituzione. Martiri di quell’accanimento mediatico che (purtroppo) si ostina a bersagliarli e soppesarli quali un’avida stirpe senza né scrupoli né valori. Prendiamo Perhan (Davor Dujmovic): orfano mezzo sangue convivente con la nonna chiaroveggente e la sorella con problemi di salute. C’è pure una ragazza di cui si è innamorato, Azra (Sinolicka Trpkova), ma i genitori di lei non ne vogliono sapere, considerandolo incapace di mantenerla economicamente. Ha anche uno zio, dall’atteggiamento borderline e con il vizio del gioco d’azzardo; ritorce le sue frustrazioni contro il resto della famiglia, peggiorando la loro già misera condizione con lo sperpero di un'ingente somma di denaro in una sola serata. La consanguinea Danira (Elvira Sali), intanto, è gravemente ammalata e deve essere operata. Lo Sceicco, in debito con la vecchia parente del ragazzo dopo che questa ha miracolosamente guarito il figlio, suggerisce di partire con Perhan e Danira per aiutare la bambina ad essere assistita in un ospedale in Repubblica Ceca. Perhan accetta di mettersi in cammino con la sofferente Danira verso un destino ignoto attraverso la Jugoslavia, la Bosnia e la Croazia; qui i veri intenti del leader diventeranno gradualmente più trasparenti: vuole coinvolgere Perhan nella malavita in un ostile campo di zingari milanese.

 

 

La pellicola rappresenta un viaggio surreale in cui vengono esposte, con una tecnica risolutamente inusuale, le superstizioni annesse a quell’atmosfera scafata, nonché eterea, che caratterizza tutti gli aspetti della quotidianità di questo prodigioso gruppo etnico. La raffigurazione brilla di magnetismi visivi incantevoli: alcune sequenze (per esempio, quella della cerimonia nel fiume) vanno ricordate per la grazia zelante con cui gli sfondi tellurici sono amalgamati ai piani ravvicinati dei protagonisti in un quadro onirico dai contrassegni in bilico fra realismo folcloristico e levità trasognanti. Un’esperienza sensoriale di grande fascino amplificata dalla tavolozza di colori di Vilko Filak, la quale contrappone sfumature calde, accese e mitigate nella parte ambientata a Skopje (in cui prendono forma i desideri, le apparenze e le tentazioni) con il secondo frammento nel capoluogo lombardo, dove le tonalità si plasmano in gradazioni frigide e poco confortevoli, esattamente come il nuovo ostico contesto che circonda lo sventurato Perhan. Quest’ultimo si diletta spesso in alcune piccole stregonerie (riesce a muovere telepaticamente un cucchiaio sulla parete), impregnando il racconto di una componente fantasy (dal simbolismo religioso imperscrutabile) parecchio disarticolata ed ermetica, malgrado Kusturica pervenga ad integrarla intelligentemente in un'effigie in cui il filo che separa la ragione dalla follia e dall’occultismo è sempre sul punto di cedere... Quell’utopistica meta del triangolo ideale padre-madre-figlio, intanto, si allontana e si dissolve in un chimerico oblìo, mentre un turbine inarrestabile di violenza e tradimenti porterà Perhan a impersonare quell’insieme di attributi cinici dei suoi odiati padroni.

 

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Il lungometraggio ha dei monologhi e delle conversazioni, probabilmente improvvisati in diversi casi, i quali possono stancare alla lunga lo spettatore meno remissivo o interessato agli argomenti antropologici messi in luce: la resa dei conti è pessimista e melodrammatica, e alla fine, quindi, abbastanza prevedibile e scontata. Questo ovviamente, pur ridimensionando il lavoro di Kusturica, non impedisce a “Dom za vešanje” di esibire i meriti artistici relativi alle competenze registiche e fotografiche degli autori. Rimane però un dubbio personale sul formato cinematografico addotto: è mai esistita un’edizione in full screen anamorfico che non sia quella in 4:3 dei passaggi televisivi o dei dvd? La parola agli esperti…

 

 

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