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Martha

Regia di Rainer Werner Fassbinder vedi scheda film

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La recensione su Martha

di supadany
8 stelle

Girato per la televisione tedesca, rimasto fuori dal circuito per questioni legate ai diritti e poi riproposto al Festival di Venezia nel 1994, l’opera di Rainer Werner Fassbinder mette i brividi facendo leva su di un percorso inflessibile, aspetto ulteriormente valorizzato dal fatto che maneggiare un materiale così esplosivo trovando tonalità talmente indicate era tutt’altro che semplice.

Ebbene, il regista tedesco ci è riuscito in pieno.

La trentenne Martha (Margit Carstensen) ha da poco perso il padre quando conosce l’affascinante Helmut Salomon (Karlheinz Bohm) che in breve tempo la prende come moglie.

Ma il matrimonio si rivela essere una prigione, le fredde e rigide richieste del marito portano Martha ad essere complemente soggetta all’uomo e le “catene” che la legano si stringono sempre più opprimenti nel momento che lei prova a reagire.

Quando apre gli occhi potrebbe essere troppo tardi.

 

Karlheinz Boehm

Martha (1973): Karlheinz Boehm

 

Rainer Werner Fassbinder, anche qui “debitore” di Douglas Sirk, alle prese con un tema incandescente e pericoloso che però riesce a maneggiare, perché nell’estremizzazione massima che presenta (non c’è via d’uscita, tutto precipita “step by step”) mantiene anche dei toni di quotidianità, spietata sfidando i limiti dell’umana comprensibilità ma anche evidenza di una condizione di mancati equilibri interni ad un rapporto a due che negli schematismi di tutti i giorni celava in ogni caso (sicuramente più “ieri” di “oggi”) condizioni di predominio e subordine.

Un melodramma (sempre più) raggelante, una sorta di via crucis a tappe con destinazione incontrovertibile, un matrimonio come punto di svolta per cambiare la propria vita che invece trasforma l’esistenza in una prigione con una figura subordinata, lo spazio tra i sogni e la realtà che apre una netta forbice, con privazioni in aumento ed una cattiveria che produce sgomento.

E’ una subordinazione che brucia l’anima fino ad annullare la personalità, un’ombra sempre più lunga con giornaliero dolore quindi sempre in accumulo come se si trattasse di un’invasione straniera che punta all’annullamento totale.

Situazione evidenziata dalla fotografia superlativa di Michael Ballhaus, che segna a chiare lettere tutta l’opera, un’importante gestione delle luci ed un’incredibile capacità filmica di mettere il microcosmo della vita di una coppia di sposi al cospetto dell’immensità (ad esempio nella scena in camera al mare quando lo sguardo si sposta sull’orizzonte azzurro).

Sinistro e pessimista, glaciale come la porta in metallo di un ascensore che ti si chiude definitivamente di fronte ed alle spalle.

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