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Milano calibro 9

Regia di Fernando Di Leo vedi scheda film

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FABIO1971

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Milano calibro 9

di FABIO1971
8 stelle

“Tu sei appena arrivato, Mercuri, ma l’organizzazione dell’Americano è una cosa grossa: contrabbando di valuta, infiniti passaggi, molti uomini. Sono anni che gli sto col fiato sulla nuca, ma non mi riesce ancora di azzannarlo”.

“Commissario, io sono appena arrivato qui, ma ho studiato molto bene la cosa: secondo me lei fa un’indagine piuttosto unilaterale”.

“Unilaterale? Questi qui, caro mio, sono organizzati come servizi segreti: i corrieri conoscono un numero di telefono e basta e, quando controlliamo, si tratta quasi sempre di un locale pubblico”.

“Lei non ha capito, o forse non mi sono spiegato: a ogni cambio di quotazione in borsa, a una congiuntura sfavorevole, partono centinaia e centinaia di milioni. Alla fine il movimento è di miliardi, lo Stato spesso è in difficoltà per questo”.

“Dove vuoi arrivare, Mercuri?”.

“Non è l’Americano che dà le carte: nel giro ci sono banchieri e industriali che annegano nei miliardi, ricchi che se ne fregano se l’economia nazionale va a rotoli e che mandano i loro soldi in Svizzera, in Germania, nel Liechtenstein”.

“E allora?”.

“Perché, oltre che dell’Americano, non ci occupiamo anche di questi qui, commissario?”.

“Mercuri, ma tu forse forse ce l’hai coi ricchi?”.

[Frank Wolff e Luigi Pistilli]

 

Un’amnistia anticipa l’uscita da San Vittore di Ugo Piazza (Gastone Moschin), arrestato tre anni prima per una rapina finita male: l’uomo, accusato da Rocco (Mario Adorf), braccio destro dell’Americano (Lionel Stander), il boss della malavita milanese che organizzò il colpo, di aver sottratto i trecentomila dollari della refurtiva, ha anche il fiato sul collo della polizia, che attraverso lui vuole incastrare proprio l’Americano. Il boss, per tenere gli occhi addosso a Piazza sperando che si tradisca e riveli il nascondiglio del denaro scomparso, lo riprende a lavorare nella sua organizzazione criminale, coinvolgendolo in un regolamento di conti tra gang rivali. Anche Piazza, però, subdolo doppiogiochista nonostante gli avvertimenti (“Se non sei stato alle regole te la faranno pagare”) dell’amico Chino (Philippe Leroy), ha un piano: fomentare proprio la guerra tra bande per sbarazzarsi dell’Americano e potersi godere insieme a Nelly (Barbara Bouchet), la donna che ama, i soldi del bottino senza scoprirsi e rischiare una vendetta. Mentre tenta di fuggire dopo una sanguinosa sparatoria nella villa dell’Americano, viene fermato a un casello autostradale dalla polizia e convocato in questura per accertamenti: lo attenderà, invece, un tragico colpo di scena.

Primo titolo della cosiddetta “trilogia del milieu” realizzata da Fernando Di Leo tra il 1972 e il 1973 (seguiranno La mala ordina e Il boss), il più celebre (ma La mala ordina, personale predilezione, ha un passo ancora superiore) e imitato, con cui il regista torna a Giorgio Scerbanenco dopo I ragazzi del massacro: dall’universo dello scrittore di origine ucraina riprende alcuni spunti e situazioni importanti (il titolo del film da quello dell’omonima raccolta di racconti, il passaggio dei soldi tra i corrieri e la sequenza del pacco bomba da Stazione Centrale ammazzare subito), creando ex novo il personaggio di Ugo Piazza (seppur modulato sulle caratteristiche dei protagonisti degli altri racconti dell’antologia citata) e gli snodi cruciali del plot ma mantenendosi sempre fedele allo sguardo nero e realistico dell’autore sul mondo della malavita organizzata. Del noir Di Leo preferisce invece rielaborare, esasperandone i toni, la componente più profondamente tragica, distanziandosi in questo dagli stilemi ancora in fieri del nascente genere poliziottesco: “Contenuti e modalità erano diversi dai clichè di quello che poi diventerà il poliziesco all’italiana”, sottolinea il regista, “dove c’era il solito commissario protofascista che faceva tutto lui, scopriva tutto lui, ammazzava tutti lui, inseguiva, eccetera, e questo sarà il prototipo di tutti i film del genere, con qualche piccola variazione, beninteso. Io non mi riconoscevo in queste modalità, lavoravo pur sempre in contemporanea, ma in un’altra direzione: quella del noir, con la stella fissa di John Huston piuttosto che di Melville. Naturalmente parlo di esempi inavvicinabili per le mie forze creative”.

Violentissimo, sospeso tra furore e disperazione, sorretto dal ritmo vorticoso del racconto e dalla regia ispirata di Di Leo, che affida al personaggio di Mercuri, vicecommissario progressista (interpretato da Luigi Pistilli), le battute più incisive e le istanze di denuncia sociale, indirizzate verso uno Stato che si sfoga sui criminali brutalizzandoli nelle carceri o perseguitandoli, connivente con gli intrallazzi di banchieri e industriali (paragonati da Mercuri al boss malavitoso per il comune disprezzo per la legge) e si esalta nelle straordinarie sequenze d’azione: dal folgorante incipit del film, scandito dai tagli superbi e incalzanti del montaggio (curato da Amedeo Giomini), alla sparatoria nella villa dell’Americano, conclusa dal celebre “cambio di passo” di Moschin (e di cui si ritroverà traccia in quello di Kaiser Söze in I soliti sospetti), fino al famigerato e violentissimo finale, devastato dai tagli della commissione di censura (delle originarie 24 testate sullo spigolo del tavolino con cui Mario Adorf massacra il giovane Salvatore Arico, come racconta il produttore del film Armando Novelli, ne rimase soltanto la metà).

Ottimo il cast, da Gastone Moschin, antieroe infido e tenace dallo sguardo gelido e penetrante come la lama di un coltello, al killer Philippe Leroy, da Mario Adorf, galoppino crudele e brutale, alla splendida dark lady Barbara Bouchet e a un superbo Frank Wolff nei panni del commissario di polizia.

Impossibile, infine, non menzionare la magnifica fotografia di Franco Villa, le scenografie di Francesco Cuppini (trionfo dell’interior design italiano anni Settanta, specialmente per gli arredamenti dell’appartamento di Barbara Bouchet) e, soprattutto, la strepitosa colonna sonora di Luis Bacalov (alla prima di una lunga serie di collaborazioni con il regista pugliese) e degli Osanna: l’accoppiata tra il musicista argentino e il gruppo rock progressive napoletano venne scelta sull’onda del successo di Concerto grosso per i New Trolls, lo storico album dove Bacalov rielaborò, tra l’altro, alcuni temi composti originariamente per la colonna sonora di La vittima designata di Maurizio Lucidi.

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