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La donna scimmia

Regia di Marco Ferreri vedi scheda film

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La recensione su La donna scimmia

di Peppe Comune
8 stelle

Antonio Semola (Ugo Tognazzi) è uno squattrinato che vive di espedienti vari. Un giorno, girando per un ospizio di Napoli gestito da suore, conosce Maria (Annie Girardot), una povera disgraziata interamente coperta di peli. Subito l’etichetta con l’epiteto di “donna scimmia” Antonio perché subito gli è balenata l’idea di prenderla con se per farne l’attrazione principale del suo circo particolare. Gli affari vanno bene, le persone accorrono a frotte per vedere la donna scimmia. I vicoli di Napoli iniziano però a non bastare più, gli inviti per fare delle esibizioni anche fuori città si susseguono. Come quello che li porta fino a Parigi, dove mettono in scena uno spettacolino erotico che riscuote un discreto successo. Intanto Antonio e Maria si sono uniti in matrimonio, come è più conveniente fare per la migliore serenità di tutti. Rimane anche incinta Maria e chissà se il figlio che verrà potrà rappresentare un’altra fonte di guadagno per Antonio Semola.

 

 

“La donna scimmia” è, a mio avviso, uno degli esiti più felici dell’intera carriera cinematografica di Marco Ferreri, un autore dall’intelligenza esuberante, anticonformista per vocazione e iconoclasta per convinzione, capace di corrodere dalle fondamenta il sedicente perbenismo della morale corrente attraverso un modo a tal punto sapiente di giocare con l’arma mai gratuita della provocazione da farsi analisi lucida della società. Scritto insieme all’amico fidato Rafael Azcona (suo sodale sin dagli esordi spagnoli), “La donna scimmia” tende a ribaltare la nozione di mostro mettendo in evidenza come il concetto di “normalità” sia uno strumento artatamente veicolato dalla morale borghese per meglio esercitare i suoi condizionamenti socio culturali sulle persone. Chi sia più “mostro” tra una donna mite e bisognosa d’affetto, resa brutta dalla sola natura dei suoi tratti fisiologici, e chi tende a speculare su di essa alimentando l’istinto voyeuristico proprio dell’uomo per delle mere finalità lucrative, sarebbe semplice da stabilire se si facesse esclusivo riferimento all’intelletto. Ma su giudizi di valore morale di questo tipo si è spesso indotti ad accodarsi al senso comune dominante e quindi ritenere più semplice assumere comportamenti accomodanti piuttosto che perdersi in riflessioni che rischiano di risultare poco rassicuranti per la stessa “buona coscienza” di chi le produce. In fondo, Maria è facilmente riconoscibile come fenomeno da baraccone e come tale si incastra al meglio negl’ingranaggi sociali, soprattutto se nelle sue esibizioni circensi sembra accettare di buon grado il ruolo sociale che gli è capitato di avere ; riflettere, invece, sulla liceità o meno del comportamento di Antonio Semola, un uomo che specula sulle fattezze eccezionali di una donna barbuta per cercare di riscattarsi da una vita grama, potrebbe significare iniziare a porsi delle domande sulla cattiva coscienza di un intera sistema sociale. Detto altrimenti, la mostruosità fisica di Maria rappresenta un qualcosa che può tranquillamente bastare a se stessa ed esaurirsi in una questione meramente descrittiva ; di contro, la mostruosità morale di Antonio, interagendo di continuo con quanti si rendono complici compiaciuti dei suoi comportamenti, è suscettibile di farsi specchio di “un’umanità ingabbiata nella propria (involontaria ?) mostruosità” (Paolo Mereghetti). La società richiede solo l’ottemperanza di semplici vincoli contrattuali posti a salvaguardia della quiete pubblica per consentire agli Antonio di turno di fare ciò che si ritiene più opportuno. In essa occorrono dei mostri riconoscibili affinchè tutti possano meglio autoassolversi dalle rispettive colpe. Come dimostra mirabilmente la struttura narrativa del film che fa perno sulla bellissima e struggente sequenza del matrimonio. Dapprima Antonio Semola ottiene di prendere con se Maria per puro spirito caritatevole ; poi, quando le suore dell’ospizio scoprono le vere finalità di Antonio, vanno a riprendersela indignate, salvo poi riconsegnargliela senza problemi dietro la richiesta di matrimonio di lui ; quindi, per rendere valido il vincolo matrimoniale è necessario consumare il rapporto sessuale. Da sottolineare che la progressione narrativa manca volutamente di quei momenti che avrebbero dovuto farci capire con più precisione il come e i perché si è giunti ad assumere determinate scelte. Ad esempio (ed è il più importante di tutti), Ferreri non ci fa vedere mai Antonio dire alle suore che ha intenzione di sposare Maria, notiamo solo uno stacco repentino che ci mostra i due in abiti nuziali sommersi dalla gente pervasa di morbosa curiosità che li segue in corteo tra i vicoli di Napoli. E’ un espediente questo che, a mio avviso, serve a sottolineare il carattere obbligatorio attribuito a taluni comportamenti i quali, in quanto scritti in un più generale disegno sociale, accadono necessariamente. I sentimenti ne risultano ulteriormente prosciugati e a venirne risaltata è la natura prevaricatrice della morale borghese. Il film ebbe alla sua uscita non pochi problemi e si racconta che il produttore Carlo Ponti, per sfuggire alle fauci della censura, riuscì ad imporre finali diversi a seconda di dove il film veniva distribuito. Così, mentre in Italia vennero tagliati gli ultimi sei minuti (quelli che rendono ulteriormente mostruoso il tutto), in Francia dovettero accontentarsi di una copia a dir poco edulcorata, dove Maria perdeva tutti i peli a causa della gravidanza, il figlio che nasceva era perfettamente “normale” ed Antonio si rassegnava a trovarsi un lavoro finalmente decente. Al giorno d’oggi, invece, abbiamo l’onore di ammirare “La donna scimmia” in tutta la sua integra cattiveria. Grandi interpreti, grande film e grande il caustico Marco Ferreri.

 

 

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