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Con i primi anni ’60 il cinema passò dall’analizzare gli strascichi di estrema povertà dell’italia post bellica a constatare le anomalie di un miracolo economico che da un lato portò oggettivamente un cambio di passo alla vita quotidiana di un grandissimo numero di persone (basti vedere ancora oggi i dati di immatricolazioni di auto, di produzione di elettrodomestici e di beni di consumo), ma fu accompagnato da costanti storture proprio in virtù di un successo che appariva alla portata di tutti. Film come Il sorpasso con il suo mito della bella vita e spensierata incrinata dal dramma, Il successo film co-diretto da Dino Risi (non accreditato) che evidenzia la perdita di “innocenza” del protagonista che resta solo con la ricchezza che ha realizzato a scapito delle proprie relazioni, I motorizzati con la sua satira sull’auto quale bene divenuto status symbol, passando per letture come Il maestro di Vigevano che evidenziava il trionfo delle classi produttrici e la caduta in disgrazia (anche in termini di reputazione) delle aree più intellettuali, La rimpatriata, una amarissima commedia che riflette su coloro che sostanzialmente sono stati ai “margini” del boom, I mostri sempre di Risi, che con episodi anche fulminei svelano un ritratto agghiacciante dell’Italia del momento. Tutti i film citati vengono realizzati tra il 1962 e il 1963. In quest’ultimo anno si aggiunge la pellicola che non lascia dubbi sul tema da trattare: Il boom. Non è uno dei soggetti meglio sviluppati, diciamo che di tanto in tanto si scade nel banale in alcune caratterizzazioni. Se da un lato abbiamo un Alberto Sordi, nel ruolo di Giovanni Alberti, dall’altro la moglie del protagonista è un prototipo perfetto di casalinga annoiata e viziata che non ha idea di cosa sia l’inflazione, ma punta solo a soddisfare i suoi capricci. Più interessante è invece il clima di “finzione” che contraddistingue la vita dei protagonisti, e che ancora oggi viene stigmatizzato: sebbene non possano permetterselo (almeno Giovanni ne è consapevole) partecipano a feste e cene con personaggi di più alto livello, hanno una casa lussuosa e con terrazzo, è dunque arrivata l’epoca in cui l’apparenza e la forma sono ben più importanti della sostanza; l’auto sportiva e le vacanze sono indispensabili, così come avere l’aiuto di domestici o essere iscritti a circoli sportivi; la frequentazione di personaggi più in vista (Giovanni è sempre al seguito del suo principale) gli fa spendere somme che non riesce in realtà a sostenere (per inciso Giovanni mentre è brillo afferma che le provvigioni gli fanno avere uno stipendio sulle 250/300.000 lire, che comunque era di tutto rispetto se si considera che in quegli anni un impiegato poteva prendere tra le 60/70.000 lire). Dunque tutto questo è messo alla berlina, contrapposto, anche un po’ schematicamente, alle figure che invece non si sono fatte contaminare da questa frenesia della ricchezza (su questo è emblematica la figura della mamma di Giovanni che è disposta a dargli il suo libretto di risparmio pur di allentare la pressione dei creditori. Questo tema è altresì evidenziato dal ricchissimo Bausetti, forte di un patrimonio di 300 miliardi di lire ma che prova una profonda repulsione per tutti i parvenu del mondo degli affari che si sono manifestati in una manciata di anni, rispetto alla sua carriera che ha visto sforzi ed impegno per decenni. Non manca anche una critica sostanziale al modello che andava a formarsi in quegli anni: il successo nella vita si misurava con il successo economico, di conseguenza la moglie Silvia così come il suocero sono pronti ad abbandonare Giovanni quando emerge il suo stato di insolvenza, così come sono pronti a riaccoglierlo come un eroe appena egli si palesa di nuovo benestante. Attraverso l’idea di un’operazione in cui il protagonista dovrà cedere un occhio al menomato Bausetti in cambio di un cospicuo pagamento (negozierà 70.000.000 di lire) mostra un ennesimo lato feroce di questo contesto in cui i valori etici vengono soppiantati appunto dalle esigenze economiche.
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