Espandi menu

cerca
Kalifornia

Regia di Dominic Sena vedi scheda film

Recensioni

L'autore

degoffro

degoffro

Iscritto dal 10 gennaio 2003 Vai al suo profilo
  • Seguaci 94
  • Post 164
  • Recensioni 584
  • Playlist 23
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su Kalifornia

di degoffro
8 stelle

"Che differenza c'è tra un assassino e uno qualunque di noi? Che cosa ha o non ha che lo rende diverso?" Verte su queste domande, all'apparenza semplici, quasi innocue o ingenue, l'esordio alla regia di Dominic Sena, autore non giovanissimo (è del 1949 e questo suo primo film è del 1993), noto soprattutto come regista pubblicitario (per la Nike e la Apple, ha vinto persino la Palma d'oro al Festival internazionale della Pubblicità di Cannes) oltre che di celebri videoclip per Sting, David Bowie, Janet Jackson, Tina Turner e che avrebbe poi sfondato al box office americano con due action fracassoni ("Fuori in 60 secondi" con Nicolas Cage e "Codice: Swordfish" con John Travolta), non del tutto indegni, specie il secondo. Se in passato la California era un sogno ("Sognando California" cantavano i Dik Dik dal successo originale "California Dreaming" dei Mamas & Papas del 1966), oggi per i due giovani protagonisti del film, Brian e Carrie, la California rischia di trasformarsi in un vero e proprio incubo. Non a caso il film si intitola "Kalifornia" dove il suono duro e negativo della "K" è stato volutamente scelto, perché parso più adatto ad una storia nera e violenta, a tinte forti, che parla proprio di Killer. "Quando sogni non ci sono limiti, puoi anche volare, può succedere di tutto. A volte c'è un momento, quando stai per svegliarti, che percepisci il mondo reale intorno a te, ma stai ancora sognando. Puoi anche pensare di poter volare, ma è meglio se non ci provi. I serial killer vivono tutta la loro vita in questa dimensione tra il sogno e la realtà". E' questa la convinzione di Brian, impegnato e letteralmente assorbito, a livello quasi patologico, insieme alla sua ragazza Carrie, fotografa specializzata in ritratti erotici in bianco e nero, ai limiti del voyeurismo, nella stesura di un libro sugli assassini seriali, a proposito dei quali confessa candidamente che "quel poco che sapevo l'avevo imparato in una biblioteca universitaria e l'unica cosa che sapevo di sicuro era che la gente non si ammazza nelle biblioteche". E questa carenza conoscitiva gli viene fatta notare con sarcasmo dallo stesso Early, invece esperto sul campo della materia: "Tu non hai mai ammazzato nessuno Brian! E non hai mai neanche visto uno ammazzato. E dimmi un po’ furbacchione, come fai a scrivere un libro su una cosa di cui non sai un cazzo?" Brian è convinto che la società faccia ben poco per riabilitare gli assassini seriali ed esclude che il rimedio nei loro confronti possa essere la sedia elettrica (non ti restituiscono tua madre anche se condannano a morte chi l'ha uccisa, dice ad un amico per il quale i serial killer sono solo "persone perverse"), ma alla fine del suo traumatico viaggio, un gioco al massacro sempre più spietato, anche Brian di fronte ai mali estremi sarà costretto a ricorrere ad estremi rimedi. "Kalifornia" è il tipico road movie americano virato al thriller, anche macabro, che non riesce sempre ad evitare gratuiti eccessi (l'omicidio del ricco uomo di colore al distributore di benzina - tra l'altro c'è da chiedersi come mai nessuna macchia di sangue compaia sul vestito o sul corpo di Brad Pitt, visto l'accanimento con cui accoltella a ripetizione la sua vittima o l'uccisione dei due poliziotti alla miniera di Davidson) né soluzioni piuttosto telefonate (l'inevitabile duello finale tra i due antagonisti, che secondo il Morandini denuncia un "uso ridondante della violenza"). Il film di Sena, scritto da Tim Metcalfe (da un soggetto di Stephen Levy e dello stesso Metcalfe che poi sarebbe tornato ancora sul tema con "Killer: diario di un assassino" con James Woods), ha però il pregio di provare ad entrare nella mente del serial killer, cercare quasi di psicanalizzare il fenomeno (all'epoca non ancora così abusato), sia pure con le semplificazioni ed approssimazioni necessarie e proprie di un prodotto di puro intrattenimento, per sforzarsi di arrivare a soluzioni inedite e preoccupanti. Non mancano ingenuità (Pitt che si sente "potente", "superiore"), ma il tentativo è comunque interessante, quasi inquietante per le sconsolate risposte a cui arriva. La violenza, anche la più brutale e crudele, non sempre ha giustificazioni razionali, non ci si può di continuo arroccare sulle consuete spiegazioni scolastiche e/o da psicologi d'accatto (traumi infantili, carenze affettive per esempio, come fa inizialmente Brian con Early a cui chiede, tra l'altro, con estrema fantasia, se lo fa perché odia sua madre) che alla lunga nulla risolvono, perché come impara a sue spese Brian "chiunque di noi è capace di togliere la vita ad un essere umano", e la realtà di ogni giorno è lì a dimostrarcelo. La speranza nasce forse dalla pur fragile constatazione che comunque "c'è una differenza tra noi e loro: noi dobbiamo fare i conti con il rimorso, il senso di colpa, la nostra coscienza. Early non l'aveva mai fatto!". Sena è molto esplicito sulla difficoltà di controllare gli istinti che ognuno porta dentro di sé e il suo messaggio amorale sulla gratuità di una violenza condotta agli eccessi e a tratti incontenibile non può lasciare indifferenti. Conclusioni moralmente discutibili e non certo educative, presa di posizione ambigua, anche condannabile e che può infastidire ma che sarebbe errato oltre che pericoloso sottovalutare aprioristicamente. Leggermente risaputo invece appare il discorso sul fascino e la seduzione del male, affrontato in maniera più efficace e tagliente, restando al puro cinema di genere degli anni novanta, in "Cattive compagnie" di Curtis Hanson con un luciferino Rob Lowe. "Non so se mi affascinava o mi faceva paura: forse tutte e due le cose" dice Brian a proposito di Early, uno che "viveva alla giornata, faceva quello che voleva, quando voleva" e dal cui ascendente rimane irrimediabilmente soggiogato, creando un'attrazione morbosa, un'inattesa complicità, tanto da ripeterne le medesime espressioni (per esempio "Vado a svuotare il serbatoio" quando va a fare pipì) o assumerne gli stessi atteggiamenti. Emblematico in questo senso l'episodio in cui Brian impara a maneggiare la pistola "come se fossi il giustiziere della notte o uno sceriffo di contea, facendo bang bang come un ragazzino" gli fa presente irritata Carrie, seguendo con attenzione i consigli e le provocazioni di Early ("La devi tenere con delicatezza, come il pisello" ironizza a proposito dell'uso della pistola). C'è poi un maledettismo di fondo che sembra calcolato e un pò sospetto, ma lo stile visivo allucinato e malsano ed il ritmo teso, dinamico e sostenuto, all'altezza delle aspettative, garantiscono uno spettacolo di prim'ordine, magari puramente epidermico ma tutto sommato efficace, energico, duro e coinvolgente, a metà strada tra "The Hitcher" e "Henry - Pioggia di sangue", in una specie di "Bonny & Clyde" aggiornato ai tempi moderni. Quanto al cast David Duchovny, questa volta alle prese con un mistero terreno ben più indecifrabile dei consueti soprannaturali X Files conserva la solita espressione attonita e spaesata, tutt'altro che convincente; Brad Pitt, brutto, sporco e cattivo come non mai (a memoria, a tutt'oggi, questo rimane il suo ruolo più negativo e perverso), zoticone sudicio e sboccato, di nuovo in viaggio dopo "Thelma & Louise", è senza dubbio funzionale e disturbante (fa davvero paura, per esempio, quando, mentre amoreggia con la fidanzata in macchina, scopre che Carrie lo sta fotografando di nascosto) anche se, a tratti, nella sua furia distruttiva e rivoltante, sembra compiacersi troppo della sua cattiveria. Brava ed intensa l'inedita Michelle Forbes (più attiva in Tv, da noi, per esempio, è stata vista nella soap "Sentieri"), straordinaria invece Juliette Lewis, all'epoca delle riprese compagna anche nella vita del bel Brad, perfetta incarnazione di Adele, ragazza dagli atteggiamenti bambineschi, testarda, sgradevole e tenera allo stesso tempo, svampita e sciocca a tal punto da sembrare ritardata (gioca di continuo con il suo yoyo e con una piantina di cactus) commovente nella sua fragilità e sottomissione all'amato Early che per lei "ha gli occhi di un angelo e mi picchia solo quando me lo merito!". Sarà però proprio l'indifesa Adele, di fronte alla crudeltà sempre più incontrollata ed accesa di Early, a ribellarsi al suo uomo con un gesto di sorprendente maturità ed umano coraggio che le costerà molto caro. L'anno successivo la Lewis, evidentemente affascinata dal tema, avrebbe girato il provocatorio ed affine "Natural born killers" di Oliver Stone. Notevole la fotografia di Bojan Bazelli, capace di valorizzare al massimo le ambientazioni desolate, notturne e desertiche, spazi aperti che creano un'atmosfera di respiro e allo stesso tempo di inquietante solitudine. Curiosa, infine, ma molto credibile, la spiegazione di Early sul destino del mai trovato assassino della Dalia nera, uno dei tanti crimini irrisolti della storia americana. Non originalissima invece la frase di lancio internazionale: "La paura non viaggia mai da sola!" Clamoroso flop al botteghino sia in Usa sia in Europa, ma, come spesso capita, resta fino ad ora il migliore e più complesso dei titoli di Dominic Sena. Presentato in anteprima e con successo nella sezione "Notti Veneziane" alla Mostra del Cinema di Venezia del 1993. In concorso al Festival di Deauville (vittoria ex aequo a "Il banchetto di nozze" di Ang Lee e "Public access" di Bryan Singer). Al Montreal World Film Festival Dominic Sena si è aggiudicato il premio Fipresci ed il premio per il miglior contributo artistico. Nomination infine da parte dell'Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films Usa per la migliore attrice Michelle Forbes (battuta da Andie MacDowell per "Ricomincio da capo"), la migliore sceneggiatura (vittoria a Michael Crichton e David Koepp per "Jurassic Park") ed il miglior film horror (vittoria a "L'armata delle tenebre" di Sam Raimi). Girato in gran parte tra le aride pianure di Arkansas, Texas, Nevada. Per meglio calarsi nel ruolo, Brad Pitt ingrassò 10 kg, si fece scheggiare un dente ed evitò di lavarsi per giorni: questo zelo gli procurò non poche grane con i suoi manager. I serial killer che Brian studia nella trama, provengono da posti che sono stati scelti in base ai nomi degli attori del cast: Lewiston Ranch, Mt. Juliet, Texas (Juliette Lewis), Forbes, Tennessee (Michelle Forbes), Davidson Mine, Duke Cove, Nevada (David Duchovny); Bradbury Textile Warehouse in Pittsburgh, Pennsylvania (Brad Pitt).
Voto: 6/7

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati