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Il porto delle nebbie

Regia di Marcel Carné vedi scheda film

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Stefano L

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La recensione su Il porto delle nebbie

di Stefano L
7 stelle

 

“Le quai des brumes” fu uno dei primi noir francesi che ispirò i dettami del genere ad Hollywood e nel resto del mondo. Il film di Carné segnò anche l’avvio al rapporto di collaborazione professionale tra il regista, Prevert ed il già affermato Jean Gabin: Jean, defezionista dell’esercito coloniale, arriva a Le Havre prima di salire a bordo di una nave diretta per il Venezuela. Durante la sosta in un rifugio incontra Nelly (Michèle Morgan), fanciulla soggetta alle angherie del tutore Zabel (Michel Simon) e del gangster Lucien (Pierre Brasseur). Tra le scazzottate col secondo e il rapporto conflittuale col primo Jean e Nelly si innamoreranno, sognando di salpare insieme verso la tanta bramata libertà: senza ombra di dubbio Carné riesce a dirigere con mano sicura le ottime recite melodrammatiche di Gabin, Simon e gli altri personaggi secondari, contestualizzandoli nel quadro grigio e tediato del paesaggio francese dove la nebbia fa da cornice pittoresca alle atmosfere pessimiste ed esagitate le quali mettono in risalto la tempra aggrondata dell’opera d’ispirazione del romanzo di Pierre Mac Orlan; lo stile utilizzato, che prende il nome di “realismo poetico”, mostrava degli atteggiamenti molto spontanei da parte degli attori sullo schermo, i quali persino nella semplice gestualità richiamavano non poco dei comportamenti totalmente usuali della vita quotidiana. Nondimeno molti elementi di contorno, come le luci, gli oggetti del negozio di Zabel, e perfino l’abbigliamento mascolino di Nelly, sono dei tasselli di potenza metaforica che catalizzano, con contrassegni rivelativi, l’analisi psicologica e filosofica dell’autore sui suoi macchiettisti: spiccano marcatamente la visione della donna addotta come essere "androgino" ed il senso di intrappolamento del protagonista nel momento in cui maneggia un souvenir che racchiude un battello in miniatura. Meno d’effetto però emergono i dialoghi, che se per l’interpretazione di Gabin si mantengono intriganti, non lo sono altrettanto per il resto del cast, in particolare per la Morgan e Brasseur, in più di una scena tendenti a suscitare il sorriso per la loro essenzialità e spogliatezza. Ancora rimarchevole comunque il montaggio “ritagliato”, mirato a staccare in maniera inconsueta i vari punti delle sequenze concatenando i frangenti in modo discontinuo, ed a sviluppare un ritmo narrativo zigrinato ed imponderabile; anche se era ancora distante dalla completezza platonica ed il romanticismo tribolato di “Amanti Perduti”, Carné confezionò comunque una storia passionale aspra e tumultuosa.

 

 

 

 

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