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Venezia 2017. Paura e delirio
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L’accoglienza che il Festival di Venezia 2017 ha riservato a Madre!, il settimo film di Darren Aronofsky, non è stata bella. Qualsiasi sia la natura dell’opera, a cui si possono ascrivere difetti, pregi e significati vari, i fischi della sala stampa non sono mai uno spettacolo da offrire in pasto ai mass media. Aronofsky era atteso al varco: non è mai stata una persona facilmente approcciabile a causa dell’aura di presunzione che lo circonda. Questo è il motivo per cui nei suoi confronti si nutre spesso un astio così viscerale da traslarlo alle sue opere.  Lungi dall’essere una recensione, quella che segue è una disanima delle tematiche che il regista snocciola una dietro l’altra all’interno di un film non racchiudibile in nessun genere o sottocategoria. Per una volta, dunque, il post non seguirà un percorso ma un flusso di pensieri a voce alta, proprio come Madre! è, al di là di ogni riflessione o annotazione intellettualoide.

Onirico, drammatico, ironico, allegorico, sofferente, sofferto, claustrofobico, claudicante, incerto, rabbioso, esplosivo, liberatorio. Ognuno degli aggettivi precedenti è affibbiabile a una sequenza diversa del lavoro di Aronofsky, la cui sceneggiatura è stata scritta di getto in cinque giorni. Già prima della proiezione, il film ha fatto discutere per il commento del regista, diffuso dalla Biennale:

"Sono tempi folli in cui vivere. Mentre la popolazione mondiale sta per sfiorare quota 8 miliardi, ci troviamo di fronte a questioni così serie da sfuggire alla nostra comprensione: gli ecosistemi collassano mentre il fenomeno dell’estinzione ha assunto proporzioni senza precedenti; le crisi migratorie fanno traballare i governi; palesemente schizofrenici, gli Stati Uniti aiutano a negoziare un trattato epocale sulla questione climatica per poi chiamarsi fuori solo alcuni mesi più tardi; annose controversie e credenze tribali continuano a provocare guerre e divisioni; il più grande iceberg mai documentato si stacca dalla calotta dell’Antartico e finisce in mare alla deriva. Allo stesso tempo, ci troviamo di fronte a questioni troppo stupide perché si possano comprendere: in Sudamerica per ben due volte alcuni turisti uccidono i cuccioli spiaggiati di una rara specie di delfino, soffocandoli nella frenesia da selfie; la politica assomiglia sempre più a un evento sportivo; alcuni muoiono ancora di fame, mentre altri possono permettersi di scegliere a un buffet. Come specie il nostro impatto è diventato pericolosamente insostenibile ma continuiamo a vivere in uno stato di negazione delle prospettive che gravano sul pianeta e del posto che occupiamo al suo interno. Una mattina mi sono svegliato da questo brodo primordiale di angoscia e impotenza e ho visto questo film sgorgare come da un sogno delirante. Mentre tutti i miei precedenti film hanno avuto una gestazione di diversi anni, ho scritto la prima bozza di mother! in soli cinque giorni. Nel giro di un anno stavamo già girando le riprese. Oggi, a distanza di due anni, è per me un onore ritornare al Lido di Venezia per l’anteprima mondiale. 

Immagino che la gente si chiederà perché questo film sia caratterizzato da una visione così pessimistica. Hubert Selby Jr., autore di Requiem for a Dream mi ha insegnato che è possibile vedere la luce solo guardando negli angoli più oscuri di noi stessi. mother! ha inizio come la storia di un matrimonio. Al centro della trama una donna alla quale viene chiesto di dare, dare e ancora dare fino a quando non le resta più nulla. Alla fine la storia non è più in grado di contenere la pressione che sta ribollendo al suo interno. Diventa qualcos’altro che è difficile spiegare e descrivere. Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questo film. Alcune cose sono state ispirate dai titoli che leggiamo in prima pagina ogni giorno della nostra vita, altre dalle continue, interminabili notifiche che ci arrivano sul cellulare, altre ancora dall’avere vissuto in prima persona l’uragano Sandy abbattutosi su Manhattan, mentre altre sono sgorgate direttamente dal mio cuore e dalle mie emozioni più profonde. Nel complesso, si tratta di una ricetta che non sarò mai in grado di replicare, ma so che questo è un drink che va servito e gustato tutto d’un fiato nel bicchiere giusto. Buttatelo giù! Salute!”.

Jennifer Lawrence, Javier Bardem

Madre! (2017): Jennifer Lawrence, Javier Bardem

Partendo dai pensieri del registi è possibile cercare un senso logico all’interno di un percorso sempre più impervio. Madre comincia presentandoci i due personaggi principali, costantemente senza nome come tutti gli altri che segneranno la vicenda. 

Per ragioni di comprensione del testo scritto, chiamiamoli Madre e Scrittore. Madre e Scrittore sono una coppia affiatata, innamorata, che vive in una casa dalla forma ottagonale in mezzo a un bosco nel nulla. Non sappiamo dove siamo: Stati Uniti, Europa o Cina, non conta. La storia è universale e piazzarla a una latitudine ridurrebbe la sua portata. Non si chiarisce nemmeno la dimensione temporale, se non fosse per alcuni oggetti che si palesano (a partire da uno smartphone, in mano a Michelle Pfeiffer). Siamo, dunque, in un presente contemporaneamente vicino e lontano a noi, in una dimensione ossimorica che rispecchia la dimensione ora reale ora fantastica del racconto. La casa in cui i due vivono è reduce da un violento incendio che l’ha quasi distrutta, lasciando in ricordo un diamante puro ma grezzo che fa da fonte di ispirazione, di rinascita e di vita stessa. Mentre Scrittore è alle prese con un classico blocco della creatività, Madre è alle prese con la ristrutturazione della grande residenza. Non fa infatti leva su nessun aiuto, è sola nelle sue riparazioni domestiche che, pur sfiancandola e costringendola all’assunzione di farmaci calmanti, segnano la sua quotidianità. Una sera, nella loro isolata abitazione, irrompe però un medico, ammiratore di Scrittore, che pone fine all’esistenza dei due e dà inizio a una catena di eventi che spezzano l’armonia delle sequenze iniziali.

Realtà e finzione, si diceva. La professione di Scrittore e i suoi libri pubblicati lo rendono al pari di un Creatore: dà nella fattispecie vita con le sue parole a mondi paralleli, in cui possono intrecciarsi creature fantastiche, personaggi sconosciuti, folle impazzite e gravidanze miracolose. Ma è anche un idolo da osannare, venerare e seguire pedissequamente. Seguendo l’idea religiosa, Aronofosky decide di passare in rassegna più di un evento biblico: il medico che arriva solitario nella sua casa e nel suo Eden personale può essere considerato Adamo, tant’è che dopo un giorno arriva al suo fianco la Moglie, un’Eva moderna e imperscrutabile. Come se non bastasse, i due sono genitori di due Fratelli, novelli Caino e Abele, che maccheranno per primi di sangue delittuoso la casa dalle otto mura di cinta. Si sottolineava prima come Madre fosse desiderosa di avere un figlio che ancora non arriva e che si palesa dopo un “sacrificio a Dio”: come non pensare alla storia di Sara, moglie di Abramo? Ma Madre è anche Maria, costretta ad assistere impotente alla morte del figlio e ad accettare (o forse no) il concetto di perdono.

La dimensione religiosa torna anche nel riferimento alle otto mura di casa. Chi conosce un po’ il significato dei numeri sa come il numero 8, uno dei simboli più antichi usati dall’umanità, rappresenti l’equilibrio cosmico e l’infinito, dove nulla finisce e tutto ricomincia in maniera ciclica. Di natura positiva, l’8 è il simbolo di apertura alla trascendenza ma può anche trasformarsi in qualcosa di negativo portando a un circolo vizioso senza fine. L’idea di infinito è regalata dal finale, criptico, che chi scrive sceglie di non svelare. In Madre! l’8 ha una valenza positiva se consideriamo il punto di vista di Scrittore ma ha una connotazione negativa seguendo la prospettiva di Madre, la stessa che Aronofsky sceglie di adottare. La storia procede seguendo le paure della donna, passando in rassegna i suoi sentimenti più profondi e portandoli in vita.

Realtà e finzione tornano anche con una lettura differente. Scrittore scrive: chi ci assicura che tutto ciò che vediamo non sia soltanto una messa in scena del suo romanzo, costruita dalla mente di chi lo ama sopra ogni cosa?

Prendiamo ora in considerazione un aspetto più pragmatico. Subito dopo che rimane incinta, Madre smette di prendere le sue gocce. La natura di quel farmaco non viene mai specificato però qualcosa in precedenza ci ha fatto notare che si tratta di gocce calmanti: Madre le usa per riempire e colorare il suo bicchiere di acqua quando sente pulsare il cuore della sua residenza. Capita soprattutto quando è sotto stress e la realtà cede il passo a una dimensione extrasensoriale che non riesce a spiegarsi. I calmanti in medicina vengono spesso usati per curare l’alterazione degli stati d’umore o gli stati depressivi. Smettere di prendere un calmante da un giorno all’altro può compromettere per sempre la salute mentale di individuo, che rischia di vedere lentamente sparire la sua lucidità per lasciare spazio ai propri demoni interiori e alle proprie paure. Niente vieta dunque di pensare che Madre vada incontro a una crescente follia, a un universo tutto suo popolato di fantasmi, nemici e riti antropologici arcaici. La paura primordiale di Madre è quella di ogni essere umano: la solitudine. Lo dice anche lei stessa nel primo momento di sconforto che la coglie, quando urla in faccia a Scrittore il suo stato d’animo e la sua rabbia nei confronti degli sconosciuti che hanno invaso la sua casa. Pur di non rimanere sola, Madre rimane incinta: lo sente già dal momento della fecondazione di non essere più da sola. E una volta agguantato il desiderio di mettere al mondo un erede cosa la renderebbe nuovamente sola? Perdere il bambino. Del resto, è stata duramente colpita dalle parole della Moglie del medico, che le ha ricordato come lei non potesse capire il dolore di una madre che vede morire il figlio. Ecco perché, a gravidanza oramai ultimata, Madre vive il peggio: una nuova invasione domestica in nome del marito Scrittore e Creatore le porta via il Figlio che, condotto in processione a mo’ di agnello sacro, giunge a decapitazione dopo aver “benedetto” (con la pipì) la folla giubilante che aveva provveduto prima a portare un cesto contenente una versione alternativa di oro, incenso e mirra. Madre vede anche il figlio oramai morto trasformarsi in comunione, in corpo da prendere e mangiare tutti.

Restia ad accettare le violenze del mondo, la paura dell’altro, la follia collettiva in nome del mito, Madre regala l’Apocalisse e al tempo stesso la Resurrezione (il ritorno dei significati dell’8 è ovvio): è diamante grezzo da rimodellare, cuore infuocato da placare e anima da riportare in casa. Perché Madre è la Casa, non a caso un luogo comune dice che la madre è il cuore del focolare domestico. E questo è il motivo per cui Madre sente anche battere il cuore di chi l'ha preceduta nella sua forma umana.

Esiste tuttavia un’ulteriore lettura di Madre!: Aronofosky ci regala tra le righe la storia di chi è costretto a convivere con la fama di una persona cara, di cui fan e ammiratori vorrebbero appropriarsi. Un selfie, un cimelio, un ricordo da portare via: Scrittore è l’idolo di cui tutti vorrebbero conservare un ricordo. Madre vive nella sua ombra, è costretta a condividerlo con il mondo e a pagare le conseguenze di una sovraesposizione non voluta, di una mancanza di privacy cicatrizzante e di un riflesso che sfugge di mano. Gli amanti del gossip vedono già nel film un’esacerbazione del rapporto tra il regista e la musa e compagna Jennifer Lawrence, di cui vorrebbero metaforicamente appropriarsi i milioni di fan sparsi in tutti il mondo per placare la loro fame. Non a caso, un pezzo d’idolo si trasforma in carne per gli hunger, i bramanti, presenti in casa. Hunger come gli Hunger Games che hanno reso famosa Jennifer. Non per niente quello che è accaduto oggi anche in sala stampa è del tutto folle: accerchiata da una miriade di giornalisti o pseudotali in cerca di un autografo o di una foto, l'attrice è andata letteralmente nel panico fuggendo spaventata.

Esagerato, Madre! non è il film sbagliato che la critica sta dipingendo. E lo scrive chi non ama particolarmente il regista.

Javier Bardem, Jennifer Lawrence

Madre! (2017): Javier Bardem, Jennifer Lawrence

 

(7 - Continua)

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