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Friuli, memoria, acqua e suono: cronaca di un amore annunciato
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L'acqua conserva la memoria di chi incontra. L'acqua è l'anima dei fiumi. Il suo suono si chiama Rumore Bianco.
Il Tagliamento, "Re dei Fiumi Alpini". Prima linea di difesa durante la rotta di Caporetto. Ultimo avamposto dell'occupazione Nazista. Barriera storica e naturale nell'industrializzato nord-est d'Italia.

 

 

Ho visto il Tagliamento la prima volta il primo di agosto dell'anno 2010. L'ho rivisto altre volte, da altri punti, da altre prospettive, scendendo in altre località, ma niente è paragonabile alla vera e propria epifania che ha rappresentato per me scoprire l'esistenza di qualcosa del genere, quel giorno di agosto di quattro anni fa. Associare il mese di agosto a qualcosa di positivo, di così positivo, è stata una vera svolta. Ma queste sono farneticazioni personali.

 

 

Il Tagliamento c'è, ma non si vede.

 

"Il fenomeno delle risorgive si presenta in scala più ampia e rilevante più a valle divenendo una delle caratteristiche maggiormente distintive del paesaggio regionale. Il Tagliamento infatti al suo sbocco in pianura si trova a scorrere su terreni alluvionali molto permeabili e perde buona parte del suo carico per infiltrazione nel subalveo.
L’acqua del Tagliamento va così ad alimentare il più importante sistema acquifero sotterraneo della regione e nella bassa pianura; incontrando gli strati argillosi impermeabili, riemerge in superficie creando una vasta rete di corsi d’acqua di risorgiva e più in generale una vasta zona umida tipica della bassa pianura friulana, di inestimabile valore ambientale."

 

Che insomma, vuol dire che il fiume c'è, ma scorre sotto terra e a volte per simpatia torna su.

Il fiume c'è ed è una presenza anche se non ovunque si vede e non ovunque è in superficie. E in questo modo parla di una terra che è il Friuli, a cui sono particolarmente legata e di cui ho capito qualcosa anche guardando i posti e basta, anche solo cercando di capire cos'abbia di particolare questo fiume.

 

 

Rumore bianco è un documentario, ma fatico a considerarlo solo tale. Racconta storie che semplicemente accadono sulle sponde del fiume, e le mescola ad alcuni istanti di immagini storiche, per far sì che quella memoria sia sempre presente mentre continuano a scorrere le storie contemporanee. Non mi ritengo assolutamente in grado di parlare del Friuli e del popolo friulano, ma proverò a parlare di quello che secondo me vuole trasmettere il film: un messaggio di identità, uno studio sulla memoria e sul territorio, e un bisogno intenso di conservare e trasmettere le proprie radici, in un modo che non sia puramente statico e freddo ma che come il fiume scorra, e nel suo scorrere si arricchisca di elementi nuovi pur conservando intatta la propria natura.

Il rumore bianco è il rumore del fiume che scorre, che vive, che si allontana dalla fonte come ogni cosa che per vivere si allontana dalla nascita, dal suo punto iniziale. Questo racchiude due concetti fondamentali in sé:

  1. 1. per vivere, il fiume ha bisogno di scorrere, di scendere a valle ma di crescere nutrendosi di ciò che attraversa e tocca al suo passaggio;
  2. 2. il rumore segnala ciò che è essenziale,  ciò che è sempre presente anche quando sembra coperto, ossia l'invisibile non è assente.

 

Il dialetto, infine (che poi è lingua in questo caso) è un binario parallelo alla memoria, è qualcosa che sostiene l'identità, che deve essere sempre viva e presente anche se sotterranea, come sotterraneo è il Tagliamento. È fondamentale secondo me la scelta di filmare in lingua e aggiungere i sottotitoli, perché la lingua è come il fiume: sempre viva e sempre presente a determinare e ricordare le origini, ma sempre pronta ad accogliere elementi nuovi che l'arricchiscano.

 

scena

Rumore Bianco (2008): scena

 

Questa riflessione peraltro mi ha riportato alla mente un documentario di Ciprì e Maresco che si chiama Aspettando Totò, in cui Mario Martone e Enzo Moscato discutono, tra le altre cose, proprio sul concetto di tradizione. Con la loro opera, infatti, entrambi cercano di portare avanti un'idea di tradizione intesa non come qualcosa di statico e immutabile da preservare uguale a se stessa, ma come un flusso di elementi che si arricchisca dinamicamente nel tempo, travasando di epoca in epoca i concetti in cui si racchiude l'identità di un popolo, ma riscoprendoli giorno dopo giorno alla luce del tempo che passa, per far sì che rispecchi sempre il territorio da cui nasce e non sia solo un bagaglio immobile e sterile di nozioni intoccabili. La tradizione, insomma, non è una manciata di cose da conservare identiche a se stesse nel tempo, ma è un'identità in eterna e continua ridefinizione.
Per parlare di questo messaggio di identità, il film di Fasulo lavora appunto sul rumore. Nonostante sia un film girato in furlan, è in fin dei conti poco parlato: il suono, al contrario, è sempre presente e amplificato. Perché è il protagonista.

 

scena

Rumore Bianco (2008): scena

scena

Rumore Bianco (2008): scena

 

Il rumore è un patto sigillato tra l'uomo e la terra, è la garanzia di un contatto e un'appartenenza che non ha bisogno di documenti e passaporti e per fortuna scavalca le barriere di stati, diritti e leggi. La barriera, quella vera, rimane lui, il Tagliamento, confine storico e protagonista della memoria. Come dicono le parole introduttive del film, il rumore bianco è il suono dell'acqua del fiume, della sua anima. Conserva la memoria di chi incontra e quindi anche attraverso il suo rumore racconta la storia della sua terra e del suo popolo.
Non importa quali storie siano: giornate qualsiasi di una vecchia in casa propria, giornate di ricerca di un gruppo di studiosi tedeschi, giornate di lavoro di addetti alla manutenzione delle dighe, giornate di vacanza di ragazzi che si tuffano in acqua in estate. C'è chi disinnesca bombe rimaste dalla guerra e chi raccoglie legna da bruciare. La gente si racconta per quel che è, il fiume fa lo stesso. Che si capiscano o meno le parole, la lingua tedesca degli stranieri allontana, quella friulana della gente del posto avvicina e genera intimità e un senso di casa.

 

 

Cercare di conoscere da estranei un popolo come quello friulano è difficile come per tutti i popoli con una forte identità. Per fare un buffo paragone che personalmente uso spesso, è come avere a che fare con i gatti invece che con i cani. La facilità del legame incondizionato uomo-cane è per me molto meno appagante del rapporto forse meno automatico uomo-gatto ma spesso più intenso, nonostante le apparenze e il pensiero comune. Perché quando il gatto ti sceglie, non si affeziona meno di quanto faccia il cane. Quando il gatto ti sceglie, sceglie te. Ecco, al di là della battuta (che lo è meno di quanto sembri), la cordialità della gente che ho incontrato in Friuli è sempre stata, secondo me, come un primo livello difficile da scavalcare. La cordialità come faccia pubblica di un'apparente chiusura, che in realtà è solo un filtro, mi è sempre stata di stimolo alla comprensione reale del carattere di chi avevo di fronte. Ma la pazienza e il tempo necessari ad entrare davvero sono compensati, nella mia esperienza, da una sincerità e da una fedeltà che valgono tutte le difficoltà iniziali. Non mi sono mai piaciute le persone di facile accesso, non amo le cose user-friendly. Se l'apparente difficoltà d'ingresso è un filtro e non un rifiuto del contatto (che in quel caso rispetterei), lo trovo affascinante e stimolante, per me è una sfida a trovare le giuste chiavi di accesso, ossia a capire meglio con chi ho a che fare. Vale per le persone, vale per i posti che mi sono nuovi. E se entrare a volte può essere difficile, una volta dentro è difficile uscire. Eccezioni escluse: ma le eccezioni fanno parte della vita ed è giusto che anche loro finiscano per comporre un quadro per quanto non completamente consolatorio.
Ma non voglio divagare: rimanendo dunque fedele al mio proposito di non parlare dei friulani, per mia inadeguatezza, parlerò di quel che vedo, anzi di quel che amano mostrare di sé senza pudore: la loro terra, questa terra che ho cominciato a scoprire proprio a partire dal Tagliamento, e da quel suono che appunto qui prende il nome di rumore bianco.
 
 
Il rumore bianco ti entra dentro come un virus e ti infetta, per fortuna per sempre, senza cura. Mentre vedo il cingolato nelle immagini del film sento nelle narici la polvere che sta sollevando e nelle orecchie le vibrazioni che il motore genera al suo passaggio. Le mie mani sentono quel terreno tra le dita e perfino i piedi dimenticano il pavimento su cui sono poggiati, ormai trasferiti sul greto, bianco come il rumore che lo ha partorito. Il rumore bianco, di cui ho rubato un pezzetto quando me ne sono fatta rapire, attua questa definitiva totale immedesimazione. Nessuna meraviglia tecnologica come 3d, 4d e 5d potrebbe riuscirci con altrettanta efficacia. Anzi, mi correggo: non è un'immedesimazione ma uno spostamento di tutti i miei sensi, è una memoria fisica imprigionata in qualcosa (il suono) che di fisico ha solo l'origine, e di spirituale tutto il resto. Sono dunque completamente proiettata altrove, Fasulo ha vinto: l'elemento sonoro così preponderante trascende la pura funzione descrittiva. Si sente perfino il rumore dello spazio vuoto e dell'aria.
Anche il legame con la storia è affidato al suono: basti notare che per cercare i resti delle bombe, si usa un apparecchio come il metal detector che segnala le presenze proprio con il suono.
Il suono della terra e il suono della lingua camminano di pari passo e si legano perché si influenzano: e come Fasulo, Diritti nel suo Il vento fa il suo giro sceglie di sottolineare il suono della terra insieme a quello della della lingua che in quella terra viene parlata. Sottolineando la concretezza e la forza del legame che si crea a partire da una lingua. Se potessi reinventare una parola, ecco, deciderei di chiamare assonanza il potere che ha il suono di strutturarsi in una lingua, e in questo modo aggregare persone dando forma alla loro identità.

 
 

Fausto: Un popolo per essere se stesso deve continuare a salvaguardare la propria cultura, parlare la propria lingua. È la lingua che dice che delle persone hanno vissuto insieme per migliaia di anni...
Philippe: No. La cultura nasce dalla convivenza: vivere assieme. Jour après jour.
Fausto: Guarda, quando io penso che per novecento anni qua hanno vissuto persone che parlavano la lingua d'oc, che parlano la lingua d'oc, che da qua fino all'oceano con le balene si è parlato la stessa lingua per centinaia e centinaia di anni, beh, io mi emoziono!
Philippe: E cosa è rimasto della cultura occitana? La nostalgia è rimasta. Se sei umile, dicono che non hai le palle. Pensa alla società di oggi se si accorgesse di tutte le persone che si alzano al mattino, delusi. La vera trasgressione è cambiare, è fare realmente quello che hai voglia di fare.
Fausto: Sì ma nella società se esci dagli schemi sei un matto.
Philippe: E allora sono matto anch'io! E sono contento di esserlo. A cosa ti serve la vita? Per vivere male? Guarda che hai paura.
Fausto: Dai, va...
Philippe: Ti dico che hai paura. L'ho avuta anch'io, la paura che hanno tutti, quella di non essere adeguato alla vita, o a quello che vorrebbero fare. Bisogna godere la vita.

 

Questo dialogo non fa altro che sottolineare in fondo lo stesso concetto di Martone e Moscato: la trasformazione non rinnega la tradizione, ma la tiene in vita. Ambientato in un altro estremo d'Italia rispetto a Rumore bianco, parlato in altra lingua, film vero e proprio (non documentario) benché scritto a partire da una storia realmente accaduta, il racconto di Diritti è pervaso dallo stesso bisogno: quello di non tradire un'origine forte cercando il mezzo migliore per farla vivere. Come dice il pastore francese Philippe la vera trasgressione è cambiare, ma non è un atto teso a dimenticare le origini, bensì a rafforzarle. La memoria che rimane identica a se stessa è già morta in partenza, è pura e semplice nostalgia che non progredisce; e il diverso (reale o percepito) isolato e reso apparentemente innocuo ma in realtà profondamente giudicato e condannato, trova il suo ovvio finale tragico proprio nel paese che all'inizio sembrava disposto ad accettare l'Estraneo.
Non c'è vita per un paese che si chiude e trattiene la diversità. Non c'è progresso. Non c'è alcun rumore bianco che porta a valle ciò che era alla fonte sommato a tutto quello che ha raccolto. È tutto fermo, in questo modo.

 

scena

Rumore Bianco (2008): scena

scena

Rumore Bianco (2008): scena


Diritti racconta la sua vicenda cercando di prenderne le distanze: guarda da vicino, a volte vicinissimo, i tentativi di Philippe di dare agli altri una diversa chiave di lettura delle cose (con Fausto, ma anche con il padre del ragazzo che vorrebbe fare una scelta di vita diversa e personale). Guarda da lontano invece, perfino lontanissimo (l'elicottero) gli eventi di cui non vuole farsi complice.

Fasulo invece si immerge nel territorio. Anche l'uso della macchina da presa, come la potenza del suono, riflette il dentro / fuori, il sotto/sopra. Le scene in cui la steadycam si piazza dal punto di vista dei protagonisti con tutte le sbavature possibili sui loro movimenti (il ragazzo che gioca col cane) sono completamente fuse a quelle dal punto di vista opposto, come per mescolare la prospettiva della gente locale con quella degli stranieri, di noi stranieri. Come il Tagliamento entra ed esce dal terreno, l'occhio entra ed esce continuamente dall'immagine, per puntualizzare una presenza che cambia solo forma. Non c'è presa di posizione o giudizio in questo: c'è un dichiararsi, un esporsi per ciò che si è. Rumore bianco è un'identità esposta.
E sceglie di esporsi nel suono perché è primordiale. Il rumore dell'acqua. Il rumore dell'acqua che si muove. C'è forse qualcosa di più bello? Nessuna musica è paragonabile.
C'è forse qualcosa di più bello: il rumore del respiro umano. Ma è lo stesso. Il rumore dell'acqua del fiume è esattamente il rumore del suo respiro, ossia di ciò che ne determina la sua vita.
È il punto di partenza: io sono io, tu sei diverso. Insieme possiamo creare, o essere una terza cosa, che somigli a me e a te, e aggiunga qualcosa a entrambi. È il senso della memoria: usare il passato per scavalcare il presente e basarci un'idea di futuro.

 

scena

Rumore Bianco (2008): scena

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