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Bianca

Regia di Nanni Moretti vedi scheda film

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La recensione su Bianca

di MarioC
10 stelle

Bianca è un viaggio. Un accidentato percorso ad ostacoli all’interno di sé, e del se stesso nel mondo. Un’esplorazione sofferta e sofferente sulla necessità di razionalizzazione, sugli altri e sul nostro modo di interagire con essi, sulle idee ataviche (corredo genetico di piccoli e grandi traumi inesplorati e inesplorabili), sui rapporti tra uomo e donna, sull’amicizia, sull’amore, sui disastri delle convinzioni, sul fascino di una integrità morale molto prossima ad una forma smisurata di autismo esistenziale. Una summa, dunque. Il Moretti/Apicella che si mette a nudo come non mai, che impone i propri codici di decrittazione della realtà con il prepotente ego del profeta ma anche con la lieve timidezza dell’uomo smarrito. Un’esplosione di surrealtà che rilegge la contemporaneità ed i suoi colori accesi, una professione di incorruttibilità che pretende di farsi universale, una storia gialla e drammatica che fa ridere, una sarabanda comica che mette tristezza. Frasi che si sono fatte vangelo di questi tempi confusi, immagini che aprono mondi e scoperchiano voragini, discorsi che, sotto la apparente leggerezza dei toni, mostrano la scorza dura dell’apologo. Il capolavoro morettiano, la summa, si diceva, di quel mondo riluttante eppure alla costante ricerca della verità nelle cose, della quotidianità nemica, della speranza (delusa) nell’amore. Il complessissimo bignami del morettismo.

 

 

SIAMO TUTTI SCOLARI. La scuola come istituzione. Una buona scuola che trasforma il sapere polveroso nella deviante apposizione di codici moderni alla didattica. Le foto alle pareti, le icone di un già modernariato, il jukebox in classe, Sapore di sale, Mick Jagger e l’Italia mondiale dell’82. Il professore che recita sonetti e finisce scornato, lo psicologo (non è per gli alunni, è per voi professori), il segretario che non sa nulla del mondo e tutto di complicatissime formule matematiche (una mente inesorabile). Un bailamme, una babilonia di stili e formule che impedisce ogni forma di razionalità e razionalizzazione. Michele Apicella è il diverso, colui che rincorre la matematica lungo il sentiero della necessità (e non del caso, perché il caso può diventare caos) e si trova a dover imparare ancora, a dover rinascere, fungo commestibile (così crede) in un mondo di Amanite falloidi. L’entusiasmo del preside, quella inutile risata argentina, gli sguardi dei colleghi che frugano nella vita degli altri (anche Michele fruga, eccome, nelle altrui esistenze. Ma è convinto di rispondere ad una necessità – ancora – superiore, ad un moralismo che certo non può trovare terreno fertile in un istituto che si chiami Marilyn Monroe) sono le nuove, inaccoglibili, direttrici lungo cui snodare l’insegnamento. Ci vorrebbe uno scarto, un’infusione di purezza. Bianca, appunto. Epifanica, enigmatica, specchio entro cui tentare di riconoscere e di apprendere, finalmente, l’amore.

 

L’AMORE, O DELLA IMPOSSIBILE FELICITA’. Michele Apicella è un vergine (lo sguardo basso quando il preside gli ricorda la propria verginità professionale è la confessione di un sua più globale inattitudine al mondo). Come tutti i vergini si ciba, allora, di assoluto. Idealizza cose e persone, le calibra attraverso la lente deformante del totalitarismo. È tuttavia capace di filtrare questa visione manichea con le coordinate della razionalità (la matematica è la ragione contrapposta al disordine: due più due non farà mai cinque, anche se nella vita può succedere spesso). Dunque conosce l’impossibilità di raggiungere la pienezza, in amore ad esempio. L’amore che si realizza e si consuma si spoglia della propria aura di meraviglia, diventa terreno, si complica, si sporca, finisce prima ancora di poter davvero iniziare. L’amore prima di Bianca erano le coppie spiate: la ricerca della perfezione che l’osservatore antepone agli ostacoli, la necessità di saldare corpi ed anime in un impasto di unicità inscindibile. Il tradimento può essere eclatante (il frequentare un’altra persona) o rivelarsi in piccolissime crepe (le difficili peregrinazioni sentimentali degli amici di Michele che vivono un momento delicato ma che pure si vogliono bene). Non importa: l’amore o è un totem inscalfibile o non è. Dopo Bianca, l’amore è il lasciare le chiavi di casa alla compagna, il doversi difendere dai commenti degli altri, il dover assolvere agli obblighi della convivenza ed ai piaceri fisici. Troppo complicato: l’idea(le) non può reggere gli assalti del banale. Prima o poi accadrà che il vecchio amato si farà vivo (capisci, Bianca: da qualche parte c’è ancora qualcuno che sta pensando a te), presto la coppia capirà che l’amore è concetto che contiene in sé quello della disperazione. Meglio scappare (perché tutto questo dolore? Io mi devo difendere), rifugiarsi tra le spire della mamma/Nutella: dolcezza che non chiede nulla in cambio, porto tranquillo di confusione, rilassante grimaldello per l’atarassia. Michele/Nanni, diplomato in tentativi di razionalità e rimandato sine die in serenità, trova la sua felicità nella prevenzione, nell’arrestarsi a quel semaforo rosso che diventa tempo interiore ed infinito, durante il quale risistemare i tasselli, quando occorre eliminarli, e godere nel farlo.

 

 

L’AMICIZIA, GLI AMICI, LE SCELTE. Io non divento amico del primo che passa. Io scelgo di diventare amico; e, quando scelgo, è per sempre. Di fronte a tale frase celeberrima, vera manifestazione d’intenti, latrato di purezza, urlo inconsulto di una precisa poetica di vita, vien quasi voglia di immaginare un Apicella attuale, smarrito su Facebook ed in quel mondo di amicizie liquide e facili. Al di là di tutto, è questa la frase manifesto del film. Una questione di punti cardinali: gli amici sono e devono restare tali, non possono tradire. Se tradiscono (la mia amicizia ma, anche e soprattutto, l’idea bellissima che mi son fatto di loro scegliendoli) non resta che ricondurli ad un buio indistinto, rinnegare loro e me che ho dato loro credito, farli soffrire e soffrire per la stupidità e (come sempre) per la impossibilità di raggiungere la pienezza della comunanza (Siro Siri, un nome che è già doppiezza, e la sua amicizia vacua, facile, di grana grossa. Siro Siri che non si fa domande, che parte all’assalto di vita e persone. Impossibile amicizia, perché mancante del requisito della riconoscibilità reciproca). Gli amici come gli amori, le donne: figurine riempite di speranze, vuoti simulacri ovvero contenitori delle proprie ansie, burattini affidati ad un puparo ansiogeno, dunque inerti congegni di cartapesta. Pare per un attimo che Michele possa affezionarsi al commissario, e questi a Michele. Perché la solitudine che leggi negli occhi dell’altro è un ottimo punto di partenza, un’ ideale linea di start (Bianca, invece, non è sola, Ma lo diventerà, almeno per il breve attimo in cui la sua vita sarà lì ed ora, in parallelo a quella del corteggiatore, mero presente, senza futuro né soprattutto passato). Gli amici, e gli amori, non possono passare: per Michele la vita è (deve essere) un lungo fiume tranquillo, fermo, bastante a se stesso. Impossibile; e dunque a diventare impossibile è la vita, la conservazione della stessa (propria ed altrui) e della specie (è triste morire senza figli, il che vuole anche dire però: non si generano infelici ovvero triste è anche generare per costringere alla sofferenza).

 

 

LE SCARPE (E LE TORTE E GLI OMICIDI). Probabilmente il monologo più famoso del cinema italiano degli ultimi anni. Quello che dovrebbe essere mero accessorio, irrilevante appendice di abbellimento, si trasforma con Moretti in qualcosa che ha la forza e la consistenza di un libello morale. Tutto ancora riconducibile alla scelta: io scelgo gli amici, le donne, anche le scarpe, mie e degli altri. E, nella selezione, sono inflessibile: ho un’idea di eleganza molto piana e basica, una moralità che si autoalimenta fino a divorarsi (mai scoprire troppa pelle nuda), una speranza di infanzia mai sopita (i sandali con i buchi che hanno cresciuto intere generazioni di imberbi e la cui improvvisa ricomparsa spalanca le porte della percezione di un lontanissimo Eden). Puro, inattaccabile Moretti. Di quello migliore: quello che pontificava con grazia sofferente, che sfogliava il genere umano selezionandolo in base alle proprie fisime, che trasformava moti intimi in leggi universali e riconoscibilissime. Michele Apicella non sarà mai amico di chi porta infradito (la camera che si sposta repentinamente ad inquadrare gli orribili sandali dell’aiutante del commissario), né si innamorerà di donne che intendano aggredire il mondo a passi (il belle scarpe rivolto a Bianca è lo stupore di aver trovato una donna che cammina, con grazia inconsapevole, su due semplici décolléte nere. E si fa bastare quelle, i suoi occhi, la capacità di evocare altri paradisi di pensieri interiori). Michele non frequenterà chi non conosce la Sachertorte (perché la vita ha così poche cose belle, così pochi piaceri gratuiti che è imperdonabile sprecare la possibilità di goderne), non concederà altro credito a chi scantona. Dato un corredo di certezze, il candidato si prodighi affinché queste permangano tali e non si trasformino in mediocri compromessi. In caso contrario, il candidato provveda all’annullamento fisico e psicologico di chi quelle certezze ha svenduto per un piatto di lenticchie. Teorema che nemmeno un matematico serio può risolvere con soddisfazione, a meno di non accettare, finalmente, che la vita può anche essere il cantare come ebeti Dieci ragazze su un pullman turistico.

 

 

 

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