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Star Wars: Gli ultimi Jedi

Regia di Rian Johnson vedi scheda film

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La recensione su Star Wars: Gli ultimi Jedi

di alan smithee
7 stelle

Si tinge di un vitale e minaccioso sottofondo rosso l'8° capitolo della saga fantascientifica creata da Lucas. Che riprende dinamismo, si concentra su 2 degli storici protagonisti, evitando le inutili prolisse vetrine commemorative del 7° deludente e puerile precedente episodio.

Il rosso è il colore dominante di questo vitale e dinamico capitolo VIII della saga di Star Wars, che celebra, ancor più di ogni altro precedente, il ritorno orgoglioso alla guerra “partigiana” contro la dittatura delle forze del male.

Rosso come il sangue, quello della stanza del potere ove sede il deforme Snoke, leader supremo e malvagio del Primo Ordine, titolare opportuno e meritevole di quel Lato Oscuro della Forza che si sta trasferendo progressivamente su un titubante Kylo Ren (Adam Driver, ottimo per prestanza ed espressione!), aspirante Jedi ripudiato da Luke Skywalker (Marl Hamill, orgogliosamente strepitoso e quasi “shakespeariano”) nel suo lungo esilio isolano presso un villaggio di "trulli" di pietra, ove tentò di formarlo, intuendo tuttavia i segni premonitori di un male insanabile ed irrimediabilmente in gestazione.

Rosso anche come il sale vermiglio e quasi liquido che si nasconde sopra il sottile strato bianco che ricopre il deserto inospitale ma seduttivo che ospita la miniera ove le forze ribelli si sono assembrate e ritrovate per difendersi dall’attacco delle forze imperiali. Un’idea scenografica suggestiva e strepitosa, che rende meglio di qualunque altro stratagemma visivo eventuale, la spettacolarità sanguinosa del campo di battaglia ed il sacrificio a cui porta lo scontro a difesa dei valori più puri di libertà e democrazia.

Dopo il semplicistico, nostalgico e sin troppo “amarcordesco” capitolo VII (Il risveglio della Forza…. o più propriamente e maliziosamente “La forza del risveglio”, mi verrebbe da ribattere) a cura del sempre troppo pompato J.J. Abrams (regista che continua a non convincermi affatto per retorica e buonismo insopportabile), mera vetrina di vecchie glorie con un Harrison Ford svogliatissimo ed incolore, l’operazione ora passa felicemente, sia per scrittura che per realizzazione, nelle mani di Ryan Johnson, cineasta fino ad ora medio o non proprio eccelso, che tuttavia qui dimostra verve sia a livello di narrazione, che di creatività di messa in scena.

Riuscendo a riportare al centro dell’azione, tra i molti validi nuovi o recenti protagonisti, i due gemelli separati dalla nascita che sono lo jedi Luke e la principessa Leia, riscattandone finalmente la primarietà dei rispettivi ruoli, e fornendo, specialmente a Mark Hamill, la possibilità di rivendicare la sua qualità di attore carismatico, baciato dalla fortuna di esordire con questa saga planetaria e proseguire con un autore come Fuller, per poi svilirsi in un resto di carriera piuttosto qualunque ed anonimo che di certo non meritava né merita come attore di buon carisma.

Ma il film, dinamico e spigliato nelle molte scene acrobatiche e d’azione spettacolari, si avvale di altri personaggi “spessi” come quello di Poe Dameron, il più temerario ed imprevedibile tra i piloti delle forze ribelli, validamente reso da Oscar Isaac (ben più riuscito che i due personaggi più convenzionali resi dalla bella Daisy Ridley – apprendista jedi, e il generoso “kamikaze mancato” John Boyega, un po’ carente invero di espressività).

Ed è bella e vitale l’ironia che a volte sin straripa da certe situazioni, come quando vediamo la stilosa Laura Dern nei panni del Vice Ammiraglio Holdo mentre sale in cabina comando dell’astronave indossando un finissimo ed ardito abito da sera quasi vintage; per non parlare della scena in cui un’astronave pare atterrare tra i fumi ed i vapori del comparto motori, accorgendoci poco dopo, che si tratta di un tradizionale impianto di ferri da stiro in azione sulla giacca del generale Armitage Hux (il fulvo Domnhall Gleeson).

E poi c’è lei, naturalmente, la regina, anzi la principessa: “in loving memory to our princess Carrie Fisher”, come recitano riconoscenti i titoli di coda, provocandoci un brivido di commozione che ci accompagna sino a casa, e forse sino alla prossima ed ultima puntata, tra due anni esatti.  

 

 

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