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Orange Is the New Black

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La recensione su Orange Is the New Black

di bradipo68
8 stelle

Paese d'origine : USA
Episodi : 13 da 55 minuti cadauno circa ( Stagione 1 )
Produzione : Tilted Productions, Liongate Television per Netflix

La storia di Piper Chapman , fidanzata a un passo dalle nozze con Larry, scrittore di belle speranze, che si ritrova a dover scontare una pena di quindici mesi di carcere per un reato commesso dieci anni prima: traffico di narcodollari per compiacere la sua amante di allora.
Si, amante al femminile.
Tra amicizie disinteressate e no, nemici temibili, secondini con le mani lunghe , amplessi rubati nella chiesa del penitenziario, baci fugaci nei sottoscala , prevaricazioni e tutto l'armamentario di avvenimenti che fanno da corollario alla permanenza in prigione, Piper cerca di sopravvivere e di far sopravvivere la sua storia d'amore.
Eh si perché la sua ex, quella che l'ha tradita, è nella stessa prigione e il diavolo tentatore è sempre più forte...
Orange is the new Black è una di quelle poche serie americane che quasi quasi mi fanno dubitare dell'assioma English Do it Better!
Anche perché gli ingredienti per farmelo piacere non c'erano: è vero che il sottogenere carcerario mi garba abbastanza ( come non farsi piacere una roba come Fuga da Alcatraz, tanto per citare un caposaldo del genere se non IL caposaldo ?) ma la sua declinazione al femminile non mi ha mai attirato più di tanto soprattutto per la svolta pseudoerotica del genere che a suo tempo definiì tetta, chiappa e sbarra.
Ma se anche un califfo del cinema americano , Jonathan Demme, esordì nel 1974 con un film Femmine in gabbia appartenente aquel genere ...tutte le mie idiosincrasie diventano quisquilie.

a

Diciamo che mi sono avvicinato a Orange is the new Black sulla scorta di pareri entusiastici letti per ogni dove: è vero che a volte bisogna diffidare di tanti facili entusiasmi, ma stavolta mi sento di concordare al 100 %.
La serie creata da Jenji Kohan,  già creatrice  di Weeds e di sceneggiatrice di episodi in alcune delle serie tv americane più conosciute, riesce a dare un punto di vista convincente al travaglio di Piper Chapman.
Un punto di vista femminile senza essere femminista, uno sguardo affilato e lucido dell'intimità di queste donne dietro alle sbarre senza falsi pietismi o deliranti ipocrisie.
Dentro quella prigione ci sono pulsioni sessuali o semplici richieste d'aiuto e d'amicizia, guerre intestine a cui non far vedere mai la luce del sole, rapporti irrisolti e forse irrisolvibili che aggiungono dolore al dolore e poi c'è lei Piper , una specie di corpo estraneo che deve fare di tutto ( e anche velocemente) per uniformarsi al resto delle detenute.

A partire da quella divisa arancione che poi diventerò avana quando acquisirà sufficiente "anzianità".
Una parola su Taylor Schilling, attrice che non conoscevo anche se ho letto che ha avuto una parte in Argo di Ben Affleck: è un'attrice strepitosa capace di cambiare registro recitativo in un nonnulla passando dal pianto dirotto al sorriso di felicità per poi ritornare al pianto, capace di reggere la scena madre anche per istanti lunghissimi, insomma un volto e un corpo da cui i registi della serie ( tra cui Jodie Foster che ha diretto due episodi) pretendono tanto, tantissimo, sapendo di poterlo ottenere.
Anche fisicamente fa uno strano effetto: con l'abito della prigione sembra una mazza di scopa vestita ma ha dei momenti in cui anche con quella immonda tuta di nylon è di un sexy inaspettato.
Poi quando è truccata e sistemata è tutta un'altra cosa, non sembra sbattuta come appare più volte in prigione.
Quegli occhi, quello sguardo sempre in bilico tra vari sentimenti, il suo linguaggio del corpo, colorano un bellissimo personaggio, memorabile direi.
E faccio ingiustizia non nominando le altre del  numeroso cast femminile, tutti volti giusti al posto giusto, tutti personaggi che riescono in qualche maniera a sfuggire sempre allo stereotipo della carcerata, tutte con le loro storie pregresse che man mano vengono raccontate attraverso numerosi flashback.
La trovata geniale di Orange is the new Black è quella di creare un universo sempre  in espansione  pur essendo rinchiuso per la quasi totalità del tempo tra quattro pareti asfissianti.
Un universo potenzialmente infinito e in grado di autoalimentarsi con personaggi e storie sempre nuove che una regia attenta riesce sempre a bilanciare perfettamente.

Ogni personaggio è un microcosmo a sé stante e se Piper è il centro di questo universo , tutti i satelliti che le ruotano attorno hanno storie da raccontare che sono interessanti e profonde almeno quanto quella di Piper.
Orange is the new Black è un miracolo di forma e sostanza costantemente in bilico tra dramma personale e commedia, crudo realismo e inaspettata delicatezza, a un passo dalla blasfemia ma profonda abbastanza per parlare di religione, una serie che sorprende continuamente con i suoi sbalzi di umore che vanno dal nerissimo al felicissimo senza necessariamente passare per tutti gli stadi intermedi e questo permette di affrontare la visione senza alcun cedimento, tanto la sorpresa è sempre dietro l'angolo.
Una serie in cui non ci sono santi ma solo peccatori, in cui non si scaglia mai la prima pietra perché tutti i personaggi hanno il loro lato nascosto, in cui non si dà mai all'untore perché sono un po' tutti untori....
L'unica cosa che mi ha convinto poco è l'evoluzione del personaggio di Healy, il direttore della prigione che diventa un nemico temibilissimo di Piper per motivazioni un po' troppo leggere per giustificare tale suo cambiamento.
Ma è una stupidaggine di pochissimo conto.
La serie è tratto da un libro che racconta una curiosa storia vera ed è stata confermata per altre due stagioni.
Visione assolutamente consigliata. Anzi obbligatoria.

PERCHE' SI : sempre sorprendente, attrici bravissime, non ci si annoia proprio mai
PERCHE' NO. evoluzione del personaggio di Healy un po' troppo repentina e senza troppe spiegazioni, astenersi bacchettoni religiosi .

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