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Taxi Driver

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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La recensione su Taxi Driver

di rocky85
10 stelle

Dopo Mean Streets e Alice non abita più qui, Scorsese fa il definitivo salto di qualità con Taxi Driver, che è uno dei suoi più grandi capolavori di sempre nonché uno dei film più importanti nell’intera storia del cinema statunitense. Sceneggiato alla perfezione dal grande Paul Schrader, Taxi Driver è il manifesto di un’epoca, un film che ha segnato enormemente l’immaginario cinematografico e culturale degli anni Settanta. Il protagonista, Travis Bickle, è un reduce del Vietnam alienato in una New York buia e immensa. Soffre d’insonnia e passa notti intere nei cinema porno; così si presenta presso una stazione di radio taxi, con l’intenzione di impegnare le nottate insonni facendo il tassista. Conosce la bella segretaria di un politico in lizza per le primarie del suo partito, ed ha la speranza di cambiare finalmente la sua vita. La delusione sentimentale che ne segue lo fa sprofondare definitivamente in un vortice di follia che lo porterà a farsi giustiziere in una città malata e disturbante. Il finale, violento e sanguinario, non lo svelerò, anche se saranno in pochi a non conoscerlo. Tuttavia è proprio il finale del film ad essere stato, secondo me, male interpretato da alcuni, che lo hanno considerato come un manifesto reazionario e giustizialista. Non è così. Travis è un uomo dalla personalità dissociata, un emarginato dalla società. Poco a poco, nella sua mente malata, comincia a manifestarsi l’idea di ripulire la città dai delinquenti, dagli sfruttatori, dai papponi. Ma non c’è alcun compiacimento in questo, anzi. C’è invece un duro atto di accusa verso una società (e verso una classe politica) che è tesa ad allontanare, a ripugnare quei soggetti che in quegli anni apparivano diversi. L’America aveva dimenticato quei ragazzi che aveva mandato a combattere nelle giungle del Vietnam, tornati da lì con enormi problemi mentali e caratteriali. Travis diventa sempre più instabile, più deciso su quello che vuole e che si sente di fare. Sente il bisogno di agire, di fare qualcosa. Alla fine, il suo gesto verrà scambiato addirittura per un atto di eroismo, aumentando ancora di più il senso di incomprensione della società verso quest uomo. A rendere credibile il personaggio, ci pensa un Robert De Niro in stato di grazia, in uno dei suoi ruoli più importanti di sempre. La scena davanti allo specchio, divenuta celeberrima con l’intercalare “Ce l’hai con me?”, fu improvvisata dallo stesso attore, poiché la sceneggiatura originale prevedeva soltanto che egli borbottasse davanti allo specchio. Scorsese, da parte sua, dirige con un virtuosismo mai inutile o autocompiaciuto, con citazioni e omaggi a Hitchcock (la carrellata finale, le musiche di Bernard Herrmann) e ai suoi autori preferiti. Scorsese e De Niro, talenti straordinari di una stagione cinematografica irripetibile.

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