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Taxi Driver

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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La recensione su Taxi Driver

di Aquilant
2 stelle

Okay, okay, l’illusorio mito di Scorsese appare all’apparenza inattaccabile, anche se il nostro eroe prosegue imperterrito nel suo cammino lastricato di alti e bassi aviatorii, conscio del fatto che le cinque proverbiali stellette non gli saranno mai negate. Ma questo epidemiologico “Taxi Driver”, innalzato per chissà quale macabro scherzo del destino a livello di stracult da additare come esempio di giustizia fai-da-te alle nuove generazioni, è da considerare in realtà alla stregua di un’apoteosi allucinatoria della più bieca e trucida violenza metropolitana sciolta da qualsiasi vincolo frenante in nome di un'ipotetica rivalsa nei confronti di un’America reazionaria e corrotta da parte di Travis Bickle, terrore inconsulto d’ogni sorta di papponi e pedofili. Ma costui è un frustato, si dirà. E si vede. Introverso, disacculturato, impacciato, autoreferenziale. “Angelo vendicatore generato dalla cattiva coscienza degli Stati Uniti” a detta dei critici. E Scorsese nel disegnare il controverso personaggio incappa suo malgrado in una palese contraddizione di fondo, nell’attribuirgli, sono parole sue, “la volontà di ripulire la città dalla gentaglia, di spazzare via tutta quella roba che fa rivoltare lo stomaco: prostitute, ladri, scippatori”, inducendolo nel contempo a gloriarsi di quella stessa immondizia in squallide sale a luci rosse, consumata in una “grande abbuffata” (toh, chi si rivede!) di pornografia a buon mercato, e da lui additata a salutare esempio di film “per famiglie” (magari cristiane). Potere dello sdoppiamento del suo sguardo, acuminato di notte ma completamente offuscato di giorno all’interno del pane quotidiano dei “live show”. E su questa indubbia malafede Scorsese costruisce il suo personaggio, fuorviante e destabilizzante simbolo di propugnatore di una legge della jungla il cui sanguinoso epilogo possiede l’arcano potere di mandare in sollucchero i critici ed i cinefili di tutto il mondo. Ma il vero nodo della questione risiede nell’osannante apoteosi della violenza che il regista sciorina con fierezza sullo schermo. È sufficiente osservare con quanta accondiscendente partecipazione viene descritta la scena in cui il mercante d’armi fa sfoggio della sua mercanzia, basta soffermarsi sull’amorevole dispiego di un campionario di morte minuziosamente descritto nei minimi particolari e corteggiato amorevolmente dall’occhio della macchina da presa. E giova gettare uno sguardo attento sul malcelato entusiasmo dell’alter ego autoriale De Niro, in una commovente scena di capzioso autocompiacimento del suo potenziale potere omicida. “MA DICI A ME? CON CHI STAI PARLANDO? CON CHI CREDI DI PARLARE? HO AVUTO ANCHE TROPPA PAZIENZA CON VOI”, blatera il guerriero metropolitano travestitosi da angelo vendicatore con espressione ammiccantemente furbesca nei suoi solipsismi automasturbatori, segni palesi di un ipertrofico orgoglio, atteggiandosi a sterminatore di ladri, sfruttatori, drogati, vigliacchi….e pedofili. Ed intanto Charles Palantine, presunto simbolo di un’America reazionaria, prosegue imperterrito per la sua strada verso la presidenza, inutilmente osteggiato da un ridicolo mohicano vestito di verde, simbolo vivente di un ottuso reazionarismo conservatore e retrogrado, novello Tex Willer fracassone vendicatore e protettore (inde)fesso di inermi ragazzine tredicenni esposte sullo schermo con estrema disinvoltura ad uso e consumo di potenziali morbosità spettatoriali. Morale della favola: legge della giungla translata in ambito metropolitano ed un Travis Bickle qualsiasi assurto a mito contemporaneo. Riuscirà il tempo a rendere giustizia e relegare l’opera in quel livello di anonimità che le compete di diritto?

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