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Sotto il vulcano

Regia di John Huston vedi scheda film

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La recensione su Sotto il vulcano

di LorCio
8 stelle

Permeato da un’atmosfera funebre dichiarata sin dalla rassegna iniziale di scheletri abbigliati a festa, Sotto il vulcano può essere considerato la prima parte dell’ideale trilogia testamentaria di John Huston, tutta consacrata alla riflessione sulla morte (esorcizzata nella commedia noir L’onore dei Prizzi, celebrata nel capolavoro The Dead). Tratto dal semiautobiografico e leggendario romanzo omonimo di Malcolm Lowry (giudicato infilmabile da gente come Bunuel e Losey), racconta il finale di partita di un ex console britannico completamente alcolizzato, in bilico tra saltuaria lucidità e disperato stordimento, immolato all’autodistruzione perché ferito a morte dal tradimento della povera moglie (col giovane fratellastro) che torna per cominciare una nuova vita.

 

 

Sfida alla morte che tocca non solo il protagonista ma anche i due deuteragonisti (la moglie si propone come antidoto alla fine, il fratellastro è un ex combattente e s’improvvisa torero) in un continuo gioco a rimpiattino tra chi sia la vittima e chi il carnefice (i traditori accantonano il passato per farsi carico del presente ma anche del futuro del tradito, che a sua volta si vendica con condanne senza obiezioni di cui si pente un attimo dopo averle emesse), è una spietata discesa agli inferi illuminata di grazia dall’angoscia cromatica del maestro indigeno Gabriel Figueroa che coglie l’inquietante scarlatto delle bettole quanto la malinconia dell’en plein air. Per l’anziano Huston è un ritorno a casa: erano messicani anche i diversissimi Il tesoro della Sierra Madre e La notte dell’iguana – e non c’è nemmeno il fantasma di un idillio bucolico come suggeriscono le dissonanti e bellissime musiche di Alex North. È un grande film di spettri che si agitano sotto il fumante vulcano che erutta lapilli di sogni infranti, un delirio alcolico in cui s’annebbiano la premonizione di un’inevitabile fine e la nostalgia delle cose perdute (le incarna, con sofferenza e complessità, la straordinaria Jacqueline Bisset), un flusso di coscienza dominato da un leggendario Albert Finney in un ruolo di maestosa problematicità risolto gloriosamente.

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