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Scelta d'amore - La storia di Hilary e Victor

Regia di Joel Schumacher vedi scheda film

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La recensione su Scelta d'amore - La storia di Hilary e Victor

di degoffro
6 stelle

Joel Schumacher e il melò. Il risultato è meno peggio di quello che si potesse temere ma è ben lungi dall'essere esaltante. Ruffiano e patinato, "Scelta d'amore" (per una volta il titolo italiano, pur banale, pare più azzeccato di quello originale "Dying young", decisamente iettatorio, non a caso il film è stato un trionfo in Italia, un fiasco negli States) funziona discretamente nella prima parte quando il regista, puntando più che altro sulle enormi difficoltà di Hilary, infermiera improvvisata, nella faticosa gestione di Victor malato di leucemia e su cui la chemioterapia ha effetti devastanti, riesce a tenere quasi sempre sotto controllo l'aspetto lacrimevole della storia, sottolineato maldestramente solo in un paio di momenti gratuiti (Hilary all'ospedale osserva commossa i bimbi e altre persone malate di leucemia, Hilary, a casa di Victor, guarda le foto di un passato presumibilmente felice del ragazzo). In questa prima parte si ha quasi l'impressione di una versione drammatica di "Pretty Woman": come nel film di Marshall c'è la diversità di classe (lei è la classica ragazza di provincia, lui un giovane miliardario che sta per laurearsi con una tesi sugli impressionisti tedeschi), c'è l'amica del cuore con cui la protagonista si confida (la telefonata disperata a Shauna, nella quale Hilary rivela tutta la sua inadeguatezza, ascoltata di nascosto da Victor che poi la lascia libera di andarsene, è un altro furbo e calcolato espediente per una commozione costruita a tavolino), c'è il maggiordomo impiccione, c'è persino una cena in un lussuoso ristorante. Poi, più o meno quando i due vanno a letto insieme, Schumacher lascia andare a briglia sciolta il melenso ed il patetico, insiti inesorabilmente nella vicenda, con la conseguenza che, a tratti, il film si fa insopportabile (il picco viene raggiunto nell'imbarazzante sequenza della cena della vigilia di Natale con la scenata furibonda di gelosia di Victor di fronte a Hilary e all'amico Gordon). Punti di forza sono senza dubbio le misurate interpretazioni dei bravi Julia Roberts (di nuovo con il regista dopo "Linea mortale") e Campbell Scott, le accattivanti musiche di James Newton Howard (bella la versione sax sui titoli di coda), la notevole ambientazione a Mendocino (California), un finale discreto e aperto (ci viene saggiamente risparmiata l'agonia di Victor), alcune sequenze ironiche (il racconto che i due protagonisti fanno al bar, appena giunti in villeggiatura, quando Victor giustifica il fatto di essere completamente rasato con il suo passato di hare krishna, costretto ad abbandonare la fede, perché folgorato da Hilary). Da godere le partecipazioni di Vincent D'Onofrio, in un ruolo a dire il vero un po’ troppo sacrificato, Colleen Dewhurst (interpreta la saggia signora Estelle Whittier la vedova che ha seppellito tre mariti nel suo giardino di casa, nella realtà è la madre di Campbell Scott) e Ellen Burstyn (la madre di Hilary). Dopo che Hilary ha abbandonato il fidanzato, scoperto a letto con un'altra donna, l'unica cosa che sa dire alla figlia che legge annunci di lavoro sul giornale è: "Almeno ti manteneva!". Di troppo, invece, certi riferimenti intellettuali alla pittura degli impressionisti e di Klimt in particolare. Superficiale quanto si vuole ma digeribile. La frase scult, immancabile in ogni dramma romantico che si rispetti, da "Love story" in poi: "Ho una sola cosa da darti: il mio cuore. Vuoi avere il mio cuore?" Prodotto da Sally Field, scritto da Richard Friedenberg ("In mezzo scorre il fiume") da un romanzo di Marti Leimbach.

Voto: 6

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