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Why Don’t You Play in Hell?

Regia di Shion Sono vedi scheda film

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L'autore

Badu D Shinya Lynch

Badu D Shinya Lynch

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La recensione su Why Don’t You Play in Hell?

di Badu D Shinya Lynch
9 stelle


Why Don't You Play in Cinema?

"Io stesso non credo di capire perfettamente il cinema. Sto ancora cercando di capire cos’è”
- Sion Sono -

Finalmente si ritorna a fare cinema, a divertirsi con esso e in esso. Si ritorna bambini per dimostrare la propria maturità stilistica, la propria crescita artistica. Sion Sono crede nella settima arte, nella sua forza distruttiva, purificatrice e (ri)generatrice, nella sua potenza liberante e catartica. Sì, perché Why Don't You Play in Hell? è un film catartico e svuotante, nel quale il pubblico ci si immerge completamente e fa sì che la visione si depuri, che tutto ciò che è contaminato diventi disinquinato, riportando il linguaggio cinematografico alla sua (in)naturale verginità espressiva, nonché alla sua indispensabile potenza corroborante. Lo spettatore quindi si lava attraverso l'illusione, tramite la finzione eversiva che Sion Sono propone; un bagno nel sangue, simbolo liquido di tutta l'energia creatrice (e creativa) del regista. Desiderio fluido del "partorire (il) Cinema". Una potenza irrefrenabile, quasi nervosa (ma mai snervante) e, per così dire, "mestruale". Il film è come un'apparizione miracolosa, tanto attesa, assimilabile da chi ha fede nel Cinema. Sì, perché Why Don't You Play in Hell? è un atto di fede verso la settima arte; è il sogno anarchico di ogni singolo spettatore, di ogni cinefilo e di ogni cinefago. Uno spazio stretto nel quale far detonare tutte le voglie cinematografiche. Tutto questo è (anche) postmodernismo scatenato e scatenante. Un inferno ludico (e lucido) nel quale bruciare allegramente grazie alla forza vitale che Sion Sono ghermisce, senza compromessi e mezze misure, dal Cinema. Ed è una pellicola bulimica, indigestione di generi [come non pensare al capolavoro Love Exposure?] che sfociano in un inesorabile e fluviale rigurgito pop. L'opera del filmmaker giapponese è anche un film politico che si fa manifesto di un cinema che lascia il passato alle spalle e diventa sguardo terremotante e inesorabile, motore di propulsione verso il futuro della settima arte; quindi un'opera di addii, (puro) esempio lampante di un cinema furente e virale, che non si volta indietro, ma scardina le porte dello stereotipo filmico, perché la settima arte non può rimanere ancorata a ciò che fu, ma deve evolversi, guardare oltre, scoppiare, esplodere perpetuamente. Collassare per poter rinnovarsi. Ed è proprio lo stesso regista che dichiara "Ozu is too much of a 'god' in japanese movie history, and the history can not be refreshed unless we become anti-Ozu. I have nothing personal against him, but I have to declare I am anti-Ozu in order to move forward". Why Don't You Play in Hell? lo si potrebbe definire la rimasticazione parossistica del suo stesso modo di concepire ed esibire il Cinema [la colonna sonora presente in Love Exposure, gli eccessi improvvisi di Cold Fish, la visionarietà di Strange Circus, i primi piani della sua (quasi) intera filmografia - che dimostrano la sua "adorazione" verso, ad esempio, autori come Dreyer e Cassavetes -, etc], e anche parodia di un cinema vecchio, d'altri tempi, per poi passare agli ammiccamenti ai yakuza movies, scimmiottamenti tarantiniani [Kill Bill: gli 88 folli, la tuta gialla, determinati rallenty in precise situazioni, etc] e quant'altro. Why Don't You Play in Hell? è quindi un lungometraggio saturo, in continua deflagrazione cinematografica. Una pellicola dinamica ed essenziale, che è (e da) nuova vita e linfa alla settima arte. Film impazzito, senza controllo, ma pieno di energia vitale, contagiosa. Il Cinema, in Why Don't You Play in Hell?, diventa l'arma di Sion Sono. Ecco che quindi diviene atto di fede; allora ogni schizzo di sangue è una dichiarazione d'amore in perpetuo movimento e mutamento. La mdp diventa la lama più potente del mondo. Taglia tutto, taglia i preconcetti, taglia i luoghi comuni cinematografici, taglia il cinema e lo rende meta-cinema. Il regista prima di tutto si diverte e fa divertire, e tutta la sua passione e ambizione diventano gesto visionario, fotogramma ingestibile, regia squilibrata. Why Don't You Play in Hell? è uno dei film più sentiti da Sion Sono: il protagonista (?) Hirata è l'alter ego di Sono, una sua immagine riflessa e dilatata, meno paradossale di quello che sembra. Infatti il regista dichiara “Ho scritto quest’opera quando mi trovavo nella situazione del protagonista del film. Già vent’anni fa avevo pensato di far saltare le teste”. Il filmmaker, con entusiasmo incrollabile, cerca volontariamente la deriva, vuole affondare e perdersi in un paese dei balocchi moderno che egli stesso ha creato. Generare Cinema attraverso altro Cinema. Cercare, o meglio, lasciarsi trovare dall'innocenza e freschezza di un Cinema incorrotto, iperreale nella sua totale finzione. Nella sua spensieratezza,  Why Don't You Play in Hell? è un urlo di tenacia verso un mondo cinematografico che rischia di sparire, di implodere, di involversi. Quella di Sono è evoluzione necessaria, ipercinetica e spasmodica, ma piena di energia funzionale. E come il personaggio che interpreta il regista nel film, Sono salvaguarda il proprio mondo, porta avanti, ineluttabilmente, il proprio sogno, l'atto del vedere, la potenza della finzione, l'illusione magnifica del gesto cinematografico. Fa sì che questo - il suo - universo sopravviva e venga protetto ad ogni costo. Why Don't You Play in Hell? è un film immediato, sincero, eccessivo, debordante e delirante. Quasi un'opera improvvisa e inaspettata. Questa pellicola potrebbe essere accostata concettualmente al lungometraggio Cut (2011 - Amir Naderi), ma concepito in maniera totalmente differente: canto di gioia e atto d'amore per il Cinema, ma raccontato in modo più goliardico, folle e leggero. Mai banale e scontato.

Fuck Bombers never die!

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