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The Rover

Regia di David Michôd vedi scheda film

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giancarlo visitilli

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La recensione su The Rover

di giancarlo visitilli
8 stelle

Il deserto è come l’anima di chi lo attraversa. Quella che gli uomini e le bestie di questa storia vivono è la desertificazione delle loro vite, di cui, quello che rimane, al modo degli ossi di seppia, appare come quei resti, portati dalle mareggiate, ma pur sempre capaci di rimescolarsi a quel che avanza del resto di una vita, per la quale vale la pena di provarci ancora.  

Il regista di Animal Kingdom (2009), David Michôd, attraverso un iniziale road-movie, che fa tanto pensare al bellissimo Duel (1971) di Steven Spielberg, con la differenza che in The Rover chi insegue ha maggior mestiere alla guida, e ci porta in Australia, a dieci anni dalcollasso del sistema economico occidentale, in uno scenario post-apocalittico. Nel mondo non ci sono più regole, l’unica è dettata dalla violenza. Lungo la strada, Eric (interpretato da uno stupendo Guy Pearce), intraprende il suo lungo itinerario, attraverso il deserto. Il pretesto è l’inseguimento della banda criminale che gli ha sottratto l’unica cosa che ancora possedeva, la sua automobile. Perché il cammino sarà abitato da viandanti brutti, sporchi e cattivi. Chi condividerà il percorso più lungo con Eric sarà Rey (un Robert Pattinson in stato di grazia), ragazzo problematico e ferito, abbandonato dopo l’ultima rapina dalla stessa gang, di cui fa parte suo fratello.

Michôd lavora per sottrazione, caricando l’immaginazione dello spettatore. Perché il suo è un continuo accennare, dalle miniere che nutrono la grande potenza, alla morte della moglie di Eric.

Sulla strada, segnata come dalla presenza di grandi pietre miliari, che si fanno di volta in volta macigni, caricandosi di gravità, Eric sotterra ogni peso della sua desolata anima. Riserverà la degna sepoltura solo alle bestie, le uniche capaci di fedeltà, sebbene abbandonate dai loro stessi padroni, che hanno preso la via, senza alcuna possibilità di ritorno. 

Affidandosi a una fotografia che interiorizza e fomenta i silenzi dei vagabondi, il regista crea, dall’inizio alla fine del film, uno stato di sospensione e di tensione continue, che spesso fanno avvertire la sensazione allo spettatore di essere parte di una lentissima moviola, in cui trascinarsi è più facile che tentare di camminare. Ci si ritrova spesso in stato orizzontale, piuttosto che in quello verticale. Se è vero quel che si pensa a proposito di chi intende la linea orizzontale come spinta verso la materia, differente da quella verticale, verso lo spirito. Lo stesso che, nonostante tutto e in qualche modo, Eric ritrova, nel finale del film, in cui sembra affidarsi a quel mondo animale, l’unico da cui gli rimane da imparare tutto. In fatto di sequela, fedeltà e civiltà. Perché, altrimenti, neanche lo sguardo di un anziano può arrestare il cammino verso quella vita che è sempre più simile all’orrore.    

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