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Quarto potere

Regia di Orson Welles vedi scheda film

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La recensione su Quarto potere

di LorCio
10 stelle

Solo tre anni prima Orson Welles si era già assicurato un posticino nella storia grazie a quel tremendo e meraviglioso esperimento di terrorismo psicologico che mise in atto via radio comunicare una presunta guerra dei mondi. Con il suo film d’esordio, si fa spazio nella leggenda. François Truffaut racconta di aver amato totalmente Citizen Kane per la sua spudorata universalità: “psicologico, sociale, poetico, drammatico, comico, barocco”. Aveva ragione. La potenza di un’opera così, appunto, potente nella caleidoscopica vastità della sua natura. C’è tutto nell’esordio di Welles, che a ventisei anni realizza una di quelle opere larger than life, in cui si ritrovano le esigenze della maturità e le istanze della gioventù.

 

Qualcuno ha supposto il metaforico significato di questo saltare da un momento esistenziale all’altro come la proiezione cinematografico-narrativa di un sentimento nazionale di rinascita dopo la grande crisi del ’29, che, dopo esserne uscita, ricerca il senso della vita nei ricordi sparsi e confusi di una lontana infanzia (“Rosabella”…). È una spiegazione pertinente, forse non effettiva, chissà. Eludendolo dalla sua simbiosi col protagonista-regista-autore (Welles è più che mai deus ex machina – a ventisei anni riesce a manifestare come attore la sbruffona puerilità dei bambinetti e la malinconica tristezza della vecchiaia e come regista dimostra quanto conti l’inesperienza nello sperimentare un nuovo modo di fare cinema), di Quarto potere andrebbe detto che, una volta tanto, ha un titolo italiano che non fa rimpiangere molto l’originale: ma se Citizen Kane poneva maggiormente in risalto l’uomo, Quarto potere amplia la visione al fine di esplicare attraverso il titolo quel che incarna davvero Charles Forster Kane.

 

Egli non è semplicemente un uomo di potere: è un potere. Welles capì che il vero potere è detenuto dai mass media, dai giornali: il popolo è educato e crede di comprendere solo mediante la lettura di un quotidiano, la quale infonde nel lettore quella curiosa sensazione per cui ci si ritiene “informati”. Non è solo un film sull’informazione traviata secondo gli interessi del magnate – lo è specialmente nella prima parte, in cui vi sono “lezioni di giornalismo” da non dimenticare, dal titolo a tre colonne alla dichiarazione progettuale – perché accanto alla vicenda, per così dire, pubblica, c’è il privato (una didascalia ci ricorda che il suo fu il privato più pubblico), con le relazioni sentimentali immolate al secondo fine o all’esperienza carnale.

 

Ci sono anche i temi dell’amicizia (Joseph Cotten incarna l’ebbra fedeltà dell’amico tradito), delle radici, dello spettacolo, della magniloquenza, dell’amore, della paura, della morte… E nell’ultima parte la pellicola si avvolge di quel fumo metafisico che confonde e disorienta, seguendo le suggestive strade dell’inconscio votato al mistero a tratti con le caratteristiche del film a tesi (e dunque c’è una recondita derivazione giornalistica nella sua rappresentazione, una sorta di inevitabile sbocco). All’ombra di Xanadu niente è sicuro, solo la parabola sociale di un uomo che non ha mai investito, ma solo comprato roba. Insomma, tra flashback evocativi e ipotesi e rompicapi, in Quarto potere c’è tutto quel che occorre per considerarlo non solo un capolavoro, ma un film fondamentale, se non il film fondamentale. È un film, d’altronde, che insegna, attraverso la sua congenita originalità, ad amare il cinema.

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