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Nebraska

Regia di Alexander Payne vedi scheda film

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La recensione su Nebraska

di spopola
8 stelle

Con questo film Payne ci regala un’umanissima ed intensa pellicola ironica e pungente fatta di memorie del passato, riunioni di famiglia, liti e riconciliazioni, che in più di un momento diventa memorabile grazie anche al fondametale il contributo fornito da un strepitoso Bruce Dern ben coadiuvato da un altrettanto bravo Willy Forte

Due amici che avevano prodotto Election (un’altra pellicola  ambienta nel Nebraska) mi hanno fatto leggere la sceneggiatura, chiedendomi chi sarebbe stata la persona giusta per dirigerla.  ‘Perché non io?’ ho pensato. Solo che all’epoca ero reduce da Sideways e non mi andava di girare subito un altro film on the road, così l’ho ripresa in mano solo dopo Paradiso amaro, e questa volta per realizzarla davvero. Della sceneggiatura mi piacevano soprattutto i personaggi, l’ambientazione, la possibilità che mi veniva offerta di conoscere nuove zone del mio Stato. Ed era pure una storia divertente, piena di quell’umorismo tipico del Nebraska, con un padre e un figlio distanti che si ricongiungono e arrivano a una comprensione reciproca”. (Alexander Payne)

 

Per Alexander Payne (intelligente ed acclamato regista di opere come La storia di Ruth, donna  americana; Election; A proposito di Schmidt; Sideways e Paradiso amaro) è stata certamente un’occasione importante e particolarmente felice quella di aver incrociato sulla sua strada la bella sceneggiatura di Bob Nelson che aveva già nove anni sulle spalle e con la quale – appena rinfrescata un poco per renderla più conforme ai nostri giorni - ha  potuto costruire questa sua ultima, interessante e riuscitissima fatica cinematografica (Nebraska appunto, passata con successo dall’ultimo festival di Cannes dove si è anche portata a casa il meritato premio per la migliore interpretazione maschile assegnato al suo magnifico protagonista).

Il film (uno dei suoi migliori risultati in assoluto – e per quel che mi riguarda, addirittura la sua opera non solo più riuscita,ma anche la più sentita e “partecipata” e – singolarmente - anche l’unica per la quale non è stato anche coautore della sceneggiatura, il che potrebbe risultare persino un paradosso) è infatti uno straordinario, corposo e funzionale road movie delicato, struggente ed intimista al tempo stesso, che ha i profumi e il sapore di una moderna classicità nel suo essere “magicamente”  proiettato nel passato pur parlando del presente. Una pellicola insomma attraverso la quale il regista si confronta di nuovo e alla sua maniera, con tematiche che gli stanno particolarmente a cuore, come i rapporti padre-figli e le radici familiari.

Nostalgico e malinconico (ma senza eccedere troppo in nessuna delle due direzioni) deve gran parte del suo fascino e della sua tenera grazia, all’indovinata scelta di aver girato il tutto in uno strabiliante, luminoso e insolito (ma spesso e per fortuna recuperato con una certa frequenza da molti autori del presente) bianco e nero (mi sembrava la cosa giusta per un film che parla di un’altra grande depressine, quella del presente -  ha dichiarato sulla Croisette il regista –  certamente, ma venato di passato, il vento della società che soffia impetuoso sulla storia, intriso com’è di problematiche socio-economiche che appartengono  tutte alla contemporaneità).

Un bianco e nero dunque che qui diventa forma e stile, direttamente mutuato da certe pellicole  dei fulgidi decenni (cinematograficamente parlando) dei ’60 e i ‘70 del secolo appena trascorso:  prime fra tutte (ma non soltanto quelle), le opere realizzate da Peter Bogdanovich (un evidente e imprescindibile punto di riferimento dichiarato e ammesso dallo stesso Payne) con particolare riferimento a Paper Moon e L’ultimo spettacolo (con il quale condivide per altro la desolata e calda descrizione di un ambiente rurale  di provincia in un’epoca altrettanto disastrosa piegata da una crisi economica e recessiva non tanto dissimile da quella del presente).

Un road movie dunque (che qualcuno potrebbe considerare a torto “inattuale”) pieno  di reminiscenze e riferimenti cinefili assolutamente “necessari” e mai citazionisti, che sono l’espressione di una genuina, autentica ispirazione che si fa perfetta e matura “summa” etica e poetica di tutto il suo precedente percorso narrativo che anche questa volta è intriso di buoni sentimenti espressi però a colpi di amarezza e ironia (Roberto Manassero) e che riesce a trasmettere allo spettatore, un tragicomico senso di decadenza che è un vero e proprio concentrato di emozioni in agro-dolce.

La provincia rurale americana dunque, quel suo spostarsi del racconto dal Montana al Nebraska che rimanda (oltre ad alcuni dei precedenti titoli della filmografia del regista) ad altre grandi opere dei un passato sia remoto quanto più prossimo e attuale (fra Una storia vera di Lynch e Harry e Tonto di Mazursky insomma) che include però nei frequenti rimandi, anche gli spostamenti, i viaggi e le fughe di tanti capolavori della New Hollywood che ancora si alimentavano di quella fiammella tenue ma persistente che qualcuno continua a considerare una speranza ed era invece un’impossibile utopia.

 

Qui il sogno americano infatti è ormai diventato davvero carta straccia, proprio come quella cartolina che promette un’improbabile vincita da un milione di dollari (un altro fallace miraggio offerto dal mondo crudele e speculatorio delle lotterie). Il nostro protagonista è appunto un povero vecchio, coriaceo lavoratore ed ex combattente, che ci crede veramente e fa sua l’idea di essere davvero il vincitore, rendendosi di conseguenza pronto ad affrontare un viaggio lungo e incerto, persino a piedi se necessario, per incassare personalmente quel fantomatico premio che crede di aver vinto a causa di una lettera pubblicitaria fuorviante, e che gli fornirebbe le risorse per comprare un furgone e un compressore e ribilanciare così in positivo la sua vita.

Questo ottantenne un po’rimbambito fra l’Alzheimer e la demenza senile e dedito da tempo alla  bottiglia, scappa così ripetutamente dalla sua casetta nel Montana dove abita insieme a una moglie cinica e poco affettuosa, a due passi dai figli più grandi.

Frustrata dalla sua testardaggine senile, la famiglia inizia a pensare di metterlo in un ospizio e eliminare così alla radice il problema. Tutti d’accordo insomma per questa soluzione, tranne suo figlio David  che accetta di accompagnarlo in macchina a Lincoln (nel Nebraska appunto) a oltre 2000 chilometri di distanza, come se quel viaggio avesse un senso e il premio esistesse per davvero.

Il giovane, che con suo padre ha un rapporto tutt’altro che idilliaco, sa bene che non c’è nulla  laggiù ad attendere l’anziano genitore, ma non vuole disilluderlo (o forse avverte inconsciamente che quella potrebbe essere davvero l’ultima occasione per trascorrere un po’ di tempo insieme e provare così a sanare qualche ferita e ammettere qualche scomoda verità sempre taciuta: mi piaceva che alla fine il figlio riuscisse così a restituire al padre almeno un po’ di dignità – ha dichiarato ancora Payne, ed è una lettura più che accettabile della morale della storia).

Durante il lungo tragitto (e dopo che il vecchio cadendo si è procurato una ferita alla testa) i due decidono di passare da Hawtorne, il paese di origine del padre, dove vivono ancora alcuni parenti e qualche amico. E dove poi – a causa di una serie infinita di fortuite coincidenze – finisce per spargersi la voce di quella presunta vincita milionaria. Di conseguenza, i conoscenti di Woody (così si chiama l’uomo) alcuni dei quali vantano anche dei vecchi crediti mai riscossi, cominciano a  blandirlo e corteggiarlo sperando di ottenere così qualche briciola del consistente malloppo.

Come però è abbastanza facile prevedere, non appena scopriranno che quei dollari sono soltanto un’illusione, il voltafaccia di tutti sarà immediato e tale, da far riemergere all’improvviso tutte le antiche ruggini e i veleni mai sopiti

Eccellente e fondamentale il contributo fornito da un strepitoso Bruce Dern  che da troppo tempo era stato relegato in ruoli incomprensibilmente secondari e finalmente è tornato dopo tanto oblio, a un ruolo di assoluto primo piano, davvero straordinario nell’impersonare questa interessante “arrugginita” figura di reduce del passato rabbiosa, commovente e inacidita.

Gli tiene bene il passo e adeguatamente lo fronteggia, la maiuscola prova di un altrettanto bravo Willy Forte nel ruolo del figlio David, mentre intorno a loro si muove un assortito stuolo di ottimi caratteresti fra i quali si fanno soprattutto notare Bob Odenkirk, Stacy Keach e June  Squib.

Della struggente bellezza della fotografia ho già detto: rimane solo da rendere onore a Phedon Pampamichael che è l’uomo che ha saputo renderla così efficace e indispensabile.

Funzionale anche la colonna sonora curata da Mark Orton.

 

Payne ci regala insomma un’umanissima ed intensa pellicola ironica e pungente fatta di memorie del passato, riunioni di famiglia, liti e riconciliazioni, che in più di un momento diventa memorabile. Voglio ricordare soprattutto una scena che mi è entrata dritta dentro al cuore: mi riferisco a quella in cui Woody (o meglio Bruce Dern) dorme a bocca aperta, poi barcolla sulla strada e alla fine liscia con le sue nodose manone, quella benedetta lettera che lo ha indotto ad osare. David avrà un sussulto, e quella lettera alla fine sarà proprio lui a prenderla, facendosi così carico non di quel che c’è scritto davvero, ma di quanto il padre ci ha letto. I vecchi insomma se ne vanno prima o poi, è nella natura stessa delle cose, ma prima fuggono: di testa e a piedi, quando ancora ce la fanno,  per provare così a inseguire un anelito di dignità e una (im)possibile promessa di felicità. Solo i figli possono aiutarli e spetta sempre a loro il compito di raccogliere il  testimone: è questo forse il messaggio ultimo che il film prova ad esplicitare. 

 

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