Opinione di Snaporaz68 su Psyco
Con Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles, John Gavin, Martin Balsam
- negative [1]
- sufficienti [2]
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Attenzione! quando vedi questo simbolo
significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
La nascita del cinema post moderno
“Vivete da solo qua?
Beh io diventerei matto…”
Psyco ha una importanza cruciale nella storia del cinema e rappresenta contemporaneamente un punto d’arrivo e di partenza. E’ sicuramente l’ultimo grande film di Hitchcock che da quel momento in poi, con l’eccezione degli “Uccelli”, non riuscirà più a raggiungere tali vette artistiche e a bissare lo strepitoso successo di pubblico. Dall’altra parte sposta in avanti il concetto della rappresentazione della violenza e crea un modello estetico che ancora oggi non ha smesso di essere imitato. Con un prodotto a basso costo, sceneggiato dall’allora semidebuttante Joseph Stephano, con un inganno feroce e sadico (utilizzo di una voce femminile al doppiaggio), Hitchcock inchioda alla poltrona lo spettatore utilizzando la sua bravura tecnica e creando tensione e suspence con un montaggio serrato (scena dell’assassinio nella doccia) e con equilibrismi della macchina da presa (la scena dell’assassinio sulle scale). A questo si aggiunge una prova maiuscola dei due attori principali Janet Leigh-Marion e Antony Perkins- Norman Bates. La prima è perfetta nel disegnare le frustrazioni (economiche e sentimentali) di una impiegatucola che vive una storia d’amore clandestina e , colta da un raptus di follia, ruba 40000 dollari e imbocca la road to perdition che ha come capolinea il tetro “american gothic” motel di Norman Bates. Il secondo è talmente aderente alla parte dello psicopatico e maniaco sessuale Norman Bates, che non riuscirà più a scrollarsi di dosso il personaggio e se lo porterà appresso come una maledizione, fino al 1992, l’anno della sua morte. Dopo gli originali titoli di testa sulla musica incalzante di Bernard Hermann, la macchina da presa dopo una veduta aerea di Phoenix (Arizona), si infila indiscreta in una camera di un albergo a ore dove Janeth Leigh - Marion e Sam interpretano la siesta pomeridiana a modo loro. Ma il senso di colpa di Marion è grande (non è facile girare contro il muro il ritratto della madre come suggerisce maldestramente Sam) e le fa giurare a sé stessa e all’amante che quella è la loro ultima volta in clandestinità (ed in effetti lo sarà ma per altri esiziali motivi). I soldi potrebbero risolvere tutto e potere dare la felicità alla coppia che naviga nei debiti per gli alimenti alla ex moglie di Sam. Quei 40000 dollari agitati sotto il naso della impiegata Marion rappresentano una tentazione troppo ghiotta e naturalmente Marion ci casca in pieno, in tutta la sua fragilità, in tutta la sua ingenuità. Dopo i primi comprensibili tentennamenti sottolineati dal mago Hicth con continue inquadrature sul pacco bianco che contiene le mazzette di dollari, Marion compie il furto e inizia la sua fuga per le strade dell’Arizona. Ma il suo rimorso la segue continuamente prima con pensieri rimbombanti nel cervello (“è una così brava ragazza non può averlo fatto”), poi nelle vesti di un memorabile poliziotto dagli enormi occhiali neri che le si incolla dietro come un insopportabile super io grillo parlante. Ma ormai il dado è tratto e nemmeno un rivenditore di auto usate riuscirà a frenarla dai suoi propositi. Dal momento in cui Marion mette piede nel Motel, l’incontro con lo psicopatico Norman Bates, le regalerà un confronto serrato sulla solitudine, sui rapporti madre-figlio, sulla grande facilità con cui la follia può impadronirsi delle menti umane. Hitch è bravo nel sottolineare i conflitti edipici alla base delle ossessioni sessuali di Bates e del folle furto compulsivo di Marion. Le due schiaccianti figure materne hanno generato insicurezza e frustrazione. Alle spalle di Norman Bates vediamo degli orribili uccelli impagliati inquadrati con ossessione maniacale: Bates ha imbalsamato tutto, anche la propria vita, è più facile guardare una donna spogliarsi dal buco della serratura (e masturbarsi, come nella sceneggiatura originale di Stephano, poi naturalmente tagliata) che possederla con il senso di rimprovero materno pronto a castrarti. Bates ha paura a pronunciare la parola “bagno” (e Hitch nel film per la prima volta nella storia del cinema fa un bel primo piano sulla tazza del cesso) perché in quel luogo avvengono cose turpi e disdicevoli. Le terribili coltellate della madre di Norman Bates (sottolineate dall’alternanza di sequenze e dagli archi diabolici di Hermann che sembrano essere loro taglienti come lame) alla povera Marion rappresentano una modalità diversa del possesso definitivo dell’oggetto e sostituiscono l’onanismo passivo con l’esplosione di una furia selvaggia ipercinetica mossa da un impulso sessuale totalmente deviato. E guardate l’altra ossessione di donne e uomini: il cibo. La fase orale viene soddisfatta continuamente tra grissini vagamente fallici e dolcetti di Halloween: Marion cercava la fuga dalla sua vita vuota verso una isola di sogno ed invece è caduta nell’incubo di un folle necrofilo. “Non si può sfuggire a niente, ciascuno di noi è stretto nella propria trappola, non ci spostiamo di un millimetro, ma a volte ci tuffiamo nella trappola” esclama Antony Perkins e nei suoi occhi brilla forse la folle consapevolezza che la poveretta sta cercando qualcuno che le faccia espiare la colpa e la liberi dal peso angosciante del rimorso.
L’occhio sbarrato vitreo di Janet Leigh fissa inanimato uno sporco giornale che avvolge 40000 dollari. Il bianco e nero rende più sopportabili le scene di violenza ma viene anche utilizzato per sottolineare alcuni contrasti: un esempio per tutti la lingerie di Janet Leigh prima bianca e poi, dopo il furto commesso, nerissima e seducente. Che dire ancora? Il pezzo di bravura della macchina che si inabissa in due tempi (che crea una empatia tra spettatore e Norman Bates, anche noi come lui, tratteniamo il respiro e speriamo di non essere scoperti). La ripresa dall’alto dell’omicidio dell’investigatore privato che è velocissima nella prima parte e poi rallentata nella caduta. Il lento avanzare della sorella di Marion verso la casa, con lo spettatore assolutamente tachicardico e aritmico. Il finale davvero agghiacciante con quella figura travestita che è più spaventosa di duemila mostri digitali di ultima generazione. Guardate la lampadina che va avanti e indietro e illumina la scena in maniera altalenante, creando da sola l’orrore. E poi alla fine, fissate gli occhi schizofrenici di Norman Bates nella sua cella di isolamento, non vi chiedono forse un po’ di complicità?
Commenti
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17 dicembre 2010, 18:12 di maghella
..."quella figura travestita che è più spaventosa di duemila mostri digitali di ultima generazione"....parole sante.Complimenti.
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7 novembre 2012, 09:08 di AtTheActionPark
Ciao Snaporaz, la recensione mi piace molto, è trascinante e appassionante. Volevo sapere riguardo al "sottotitolo" che hai messo - La nascita del cinema post moderno - come lo intendevi riguardo a Psyco, perché mi ha messo molta curiosità! grazie
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7 novembre 2012, 18:32 di Snaporaz68
Carp Atap mi riferivo alla destrutturazione del genere con l'infrazione delle convenzioni classiche allo scopo di stupire lo spettatore. L'esempio è il montaggio della scena della doccia: esso è articolato in 27 brevi inquadrature per la durata complessiva di 25 secondi (con alcune inquadrature che durano tra il mezzo secondo e il secondo) con un accompagnamento onomatopeico di Hermann che sottolinea con gli archi i cambi violenti della scena. Scena che cinematograficamente si dilata rispetto alla durata effettiva dell'assassinio. Questo è il seme della postmodernità intesa come montaggio "ludico" ovvero mirato a rendere più intensa la partecipazione cinematografica dello spettatore.
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8 novembre 2012, 13:17 di AtTheActionPark
Grazie mille per la tua spiegazione :) penso che concetti come "classicità" "modernità" e "postmodernità" siano, sì, utili, ma anche troppo rigidi. Perché non trovare elementi di postmodernità anche in un cinema considerato "classico" come quello hollywoodiano? Penso al musical, tra i generi più filosoficamente e filologicamente postmoderni, nel classico. Oppure, a tutti gli elementi "moderni" nel noir "classico". Il tuo esempio è molto interessante. In quella sequenza io ci ho sempre visto tanto Ejzenstejn, per esempio. Un saluto! At
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