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The Wolf of Wall Street

Regia di Martin Scorsese vedi scheda film

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M Valdemar

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La recensione su The Wolf of Wall Street

di M Valdemar
10 stelle

L'avverti ovunque, l'annusi, la cerchi con gli occhi e ne odi l'estasiante melodia: è un'orgasmica sensazione fottutamente familiare. È aria di (grande) Cinema. Come (quasi) sempre quando il grande schermo nero s'illumina della strabiliante sostanza scorsesiana. Roba che crea dipendenza.
E nella dipendenza - o meglio, nelle dipendenze - ci sguazza un bel po', The Wolf of Wall Street: sesso, alcol, soldi, potere, successo, e soprattutto droghe (in quantità industriale, tale da appagare almeno un paio di generazioni). Tutte riconducibili all'innata incapacità dell'uomo di evitare di autodistruggersi.
All'avidità s'uniscono in parti uguali vanità e stupidità per formare un letale cocktail tossico (iper)saturo che accelera il perverso processo involutivo, che non può che avere code umilianti e terminare con una rovinosa caduta (ma non la fine, che per i ricchi bastardi vuol dire qualche anno di purgatorio e il riciclo come oratore giramondo).
La storia (esemplare) di un fenomeno del baraccone-Wall Street - il broker dalla faccia di bronzo e dal corpo traboccante ogni sorta di droga, Jordan Belfort - che ha inizio nel bel mezzo dei "gloriosi" edonistici anni ottanta degli yuppies e dello sfrenato consumismo, serve perfettamente allo scopo.
Una parabola paradigmatica, di cui nulla ci viene risparmiato, dettagli (dis)gustosi e momenti inevitabilmente patetici compresi, come pure situazioni già ampiamente raccontate, sviscerate negli anni e quindi stampate con forza nell'immaginario collettivo.
Qualità che possiede, all'istante, da subito, e di prepotenza, l'ultima fatica del buon Martin: se alcune scene già assurgono a status di cult (il pranzo/lezione di vita con Matthew McConaughey e DiCaprio; l'esilarante siparietto per giustificare una cena da ventiseimila dollari; il lancio dei nani; l'intera sequenza delle gesta drogatissime di Jonah Hill e DiCaprio; la folgorante, genuinamente acutissima, inquadratura finale), a stupire, ad essere meravigliosamente potente, è l'insieme degli elementi che compongono un'armonia perfetta.
Su partitura narrativa di pregio (opera di Terence Winter), il maestro Scorsese, solo apparentemente subordinato agli automatismi di una convenzionalità necessaria (la fonte), orchestra un flusso ininterrotto e ininterrompibile di straordinaria eterogenea immersività. Movimenti di macchina che squarciano e ampliano spazi della psiche corrotta (e corrosa), riprese in odor di sacralità (dissacrante), sequenze orgiastiche (il soggetto filmato e il soggetto spettatore), voce narrante ed eloquio diretto alla mdp, un crescendo allucinante in tutte le sue fasi: l'attenzione/attrazione per una figura che sta a metà tra il simpatico bastardo figlio di buona donna e il guru (i suoi dipendenti e collaboratori altro non sono che una setta), si traduce e sublima in una travolgente ballata rock lisergica e maleducata che canta l'umana natura, caotica, folle, idiota.
Un dannato trip ritmato, filmato da Dio (complice il solito montaggio superbo di Thelma Schoonmaker), chiassoso e cocainico, che sa eseguire magnificamente tanto le note acide e canzonatorie della commedia (con picchi di demenzialità pura) tanto quelle struggenti del dramma intimista, e quelle sballate di un biopic deviato come il suo protagonista fuori di testa (e criminale per scelta).
Il fenomenale Leonardo DiCaprio incarna con cura assoluta Belfort, rendendone (credibile) ogni sfumatura, azione, condizione. Ad accompagnarlo un cast eccellente: Jonah Hill sfoggia tutte le potenzialità finora solo intravedute esplodendo in una performance memorabile; Margot Robbie spicca sì per indecente bellezza ma anche per intensità; McConaughey incide alla grande pur con un ruolo brevissimo; il regista Rob Reiner (si) diverte interpretando "Mad" Max Belford; Jon Bernthal, faccia truce e modi spicci, conferma la sua bravura e versatilità.
Tre (incredibili) ore di film, una goduria unica. Sì, The Wolf of Wall Street è  proprio un profondissimo respiro a pieni polmoni nell'etere cinematografico. Firmato Martin Scorsese.





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