Opinione di OGM su Food
Con Ludvík Sváb, Bedrich Glaser, Jan Kraus, Pavel Marek, Josef Fiala, Karel Hamr, Jaromír Kallista
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Sul film
La colazione, il pranzo e la cena non sono soltanto i tre pasti della giornata. Per Jan Svankmajer sono tre diversi momenti di assimilazione, che rendono l’uomo contiguo con l’ambiente circostante, con le cose, le macchine, gli arredi, in una visione in cui tutto è dispensatore di cibo e tutto è commestibile. Lo spettatore è onnivoro, perché consuma indifferentemente ogni tipo di immagine, pur che sia in movimento, in trasformazione, in relazione dinamica con il resto del mondo: la sostanza del cinema è una sorta di alimento animato, in cui i soggetti/oggetti si mescolano senza distinzione tra ciò che è vivo e ciò che è morto. Chi nutre può essere nutrito, chi mangia può essere mangiato, ed il cerchio si restringe sempre più, fino a chiudersi sulla estrema perversione dell’auto-cannibalismo. Divorarsi a vicenda è, d’altronde, il modo in cui la conoscenza umana si affina e si approfondisce, fino a penetrare nelle più remote sfere dell’intimità; ed è anche il modo in cui, nei conflitti, si determina chi vince e chi perde, chi conquista e chi è conquistato, chi sfrutta e chi è sfruttato I rapporti sociali sono regolati dal principio del possesso, che ingrassa i dominatori con le risorse dei sudditi, e, viceversa, dà in pasto a questi ultimi le verità confezionate dal regime. La circolarità del fenomeno, e la sua natura speculare, sono efficacemente rese, in questo cortometraggio, dalla ciclica inversione dei ruoli su cui è fondato il primo episodio, dall’emulazione che sta alla base del secondo, dalla riflessività che caratterizza il terzo. Il grande meccanismo trituratore della realtà a cui, di fatto, si riduce la poetica di Svankmajer, trova in Food – è proprio il caso di dirlo – pane per i suoi denti: l’operazione assume qui una veste così radicale da equiparare la carta alla pelle, il legno alla carne, il metallo alle viscere, eliminando, dall’orizzonte umano, la sensibilità e il dolore, le uniche prerogative che ne possano giustificare una posizione privilegiata all’interno del cosmo. L’antropocentrismo è spazzato via da una visione distaccata ed analitica, che isola e ricombina le parti, per puro gioco, mettendo però a nudo una crudele mancanza di senso.
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