Opinione di lorenzodg su Il dittatore
Con Sacha Baron Cohen, Anna Faris, Ben Kingsley, Megan Fox, Jason Mantzoukas, Fred Melamed, Rock Kohli, Anthony Mangano, Chris Gethard, Jeff Grossman
- negative [5]
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Sul film
“Il dittatore” (The Dictator, 2012) è il quinto lungometraggio del regista di Brooklyn Larry Charles. Personaggio che nella relativa breve carriera cinematografica non le manda certo a dire. Puntiglioso, sarcastico, spudorato e, tanto quanto basta, scurrile (per rompere tutte le uova del paniere); un newyorkese che si fa beffa dell’America-sogno e irriverente verso il facile modo di misurarsi col pubblico. Una filmografia che comprende le tre pellicole con Sacha Baron Cohen (‘Borat’, 2006, ‘Bruno’, 2009 e appunto ‘Il dittatore’), un documentario (‘Religiolus’, 2008) sulla fede religiosa in tutte le sue forme (scorretto e satirico) e un film sui concerti ad ‘uso beneficienza’ (‘Masked and Anonymous’ co-sceneggiato con Bob Dylan anche interprete).
“Il dittatore” appare da subito come un film in presa diretta da un paese fantasioso-suurreale ad un paese feticcio-reale. Una cadenza narrativa da passo accelerato dove ad ogni greve e saccente battuta ne nascono (o meglio ne scaturiscono) molte altre talmente compresse che si fa fatica a colmare una risata liberatoria: tutto in un contrattempo sgrammaticato e imbastito con artistiche velleità e trash-manie argomentate. Il film di Larry Charles è costantemente in bilico tra qualcosa di ‘sublime’ (per intendersi non di risata sguaiata) a qualcos’altro di ‘grezzo’ (per intendersi cercando di accattivarsi il pubblico con disarmante facilità). Un simbolismo vivo tra un manifesto big-cultural e una scrittura pig-pop. Tutto con manierismo certamente intelligente ma calante in un vezzo irrisolto e non pieno di toccate feroci e radenti. Quando la storia è di ieri (e non do oggi) è lecito porsi un questionario, irrisolto finché si vuole, per sparare cartucce future di illogicità umana per una cronimania sacrale di quello che il futuro attende a noi e di quello che la risata di oggi aspetta per squarciare ogni disabilità legale. Appare un frammisto, ora uno sputo e ora un sorso d’acqua, di avvenimenti (visti dall’alto) che sono interiori al linguaggio del dittatore (di noi tutti) non certamente esplicitatati in modo veramente irrispettoso. Ora Saddam Hussein è nella memoria (non di certo per premio) mentre il dittatore vuole appropriarsene nel presente in un ieri trasandato mentre non corrode un Presidente di oggi, che sì appare e preso in giro con voce fuori campo, che lungi da essere fuori luogo, non castiga i vivi perché dei morti (viventi nel film) ne abbiamo a iosa (arrecando danni inusitati). Una pellicola che apre molte e forti speranze di rottura per rompersi sul più bello col personaggio doppio (sosia vero e sosia falso) che non incide per nulla (o quasi) nella teatralità di un mondo (newyorkese) ferito fino al midollo. E il richiamo chapliniano (‘il grande dittatore’) e lo specchio Kurosawaniano (‘Kagemusha’) si ritrovano quasi a braccetto senza un compiuto vero e un’irriverenza cadaverica di quello che il sogno americano ha perduto e dello skyline di Manatthan oramai segnato (le torri gemelle richiamate più volte parlando dell’Empire State Building come vortice e vertice di una città spremuta). Le immagini dall’alto e verticali della città (con i suoi grattacieli) stile ‘blade runner’ e le notturne in lungo orizzontale che raccordano le scene dovrebbero spaventare oltre il significato invece diventano (ad uno spettatore non colto in fallo… di fuori gioco) un quadro pulito che accarezza un’ignominia di una centralità persa e di una politica culturale in ribasso e per nulla veritiera. Chaplin irrideva e triturava il presente, Kurosawa ricordava e intrepidamente dava vivacità al mondo circostante mentre Larry Charles (e l’alter-ego che diventa partecipe di se stesso) schiuma rabbia con fugacità irrisolta e maestria un po’ rabberciata. Certo i confronti sono irriverenti (se ne rende conto benissimo chi ha visto il film e ne scrive) ma per smuovere veramente le acque si deve andare fino in fondo con una risata piena e un gioco di smarco ficcante e portentoso senza aggiungere manifestazioni (per carità gustose) e risvolti deretani, eiaculanti e fortemente puzzolenti. Il trash arriva in un tempo ristretto (appena non te ne rendi conto appare fuori dalla finestra) e sfacciatamente si appropria del tutto. Farsi raccontare la masturbazione è un filmino nel film (ripeto anche sagace) di pieno sfogo ma appare alla lunga col fiato corto mettendoci dentro tutto (o buona parte) dell’immaginario hollywoodiano (fino alla corsa di ‘Forrest Gump’) per arrivare allo ‘splatter’ giocoso di uno scary-movie qualsiasi e di un fanta(porno) in prossimità (simil faccende di certi ‘idioti’ soliti). Perché nel mentre si rivuole la scena attoriale (perché non far fuori il sosia che di gusto vorrebbe andarsene) ecco che fa capolino una capra (come non pensare all’uomo ‘capra’ George Clooney già nominato) che cerca di far saltare i piani del dittatore che con una carrucola vuole entrare nel palazzo che conta mentre (per accontentare chi è distratto) un pene (contro-figurato?) si scaglia distrattamente contro la cinepresa e di rabbuiata voglia di spargere (bianca sentenza…) sale. Un chiuso e una chiusa tra una libera elezione e un rigurgito dittatoriale prima che il fine ultimo è uno sberleffo a tutti quando un matrimonio di entità disgiunte avalla una trivialità di odori ripugnanti e di puzze arrapanti (come per dire che di tutto c’è fino al gracile leccare di peli e alla maternità ancora in vagina mentre un cellulare si diverte a contattare un sms del pargolo in arrivo –che peccato è una femmina dove la buttiamo…-).
Una compiaciuta pellicola dove il piatto è ricchissimo senza confini di registro e di scrittura inondando molti generi con toni parodistici, macchiettistici e commedianti dove la satira sconfina nella celebrazione di ciò che non si vuole e il tono appare smorzato e claustrofobico. L’affronto sociologico a cui tende si abbevera dello stesso script divorando le frecciate ed eliminando qualche spunto denigratorio (e fortemente irriverente). E lo spirito di movimento corporale del dittatore (e di Sacha Baron Cohen) restaura ciò che Bin Laden poteva simboleggiare e ciò che è un sogno sfinito e odierno con una demenzialità (americanizzata) che rifà il verso ad un recitare vecchio (una comicità muta) e nuovo (un fagocitare continuo di sberleffi –da tv di piazza…da dove proviene l’attore londinese). E il marchio teatral-tv rende il tutto appetibile e voluminoso anche se rischia (quasi) sempre il fuori onda (e l’orrore di qualcosa appare scaduto).
Sacha Baron Cohen (che ha co-sceneggiato la pellicola) è al centro di tutto sempre e comunque e regge tutta la baracca; da ricordare il comprimario di lusso Ben Kingsley (nei panni di Tamir che vorrebbe raggirare il dittatore e i suoi modi) con una recitazione veramente spassosa; infine sono da menzionare (e vedere) ragazze di rara bellezza che circondano il letto del dittatore (mogli e amanti….con un archivio degno di un viziato del super-sesso); Megan Fox e Edward Norton rappresentano se stessi (chi sa se Edward Norton –che appare in pochi secondi- è stato chiamato appositamente per un giusto richiamo al film di Spike Lee “La 25° ora”…). Regia non certamente raffinata e di lusso.
Voto: 6+.
Commenti
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16 giugno 2012, 19:40 di bradipo68
ho appena sentito Boris Sollazzo parlare di questo film come di un Chaplin rifatto da Checco Zalone.Che ne pensi? sacrilegio oppure fondo di verità?...comunque a me Sacha Baron Cohen in tutte le sue incarnazioni è sempre sembrato molto meno stupido di quanto volesse apparire...
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16 giugno 2012, 20:23 di lorenzodg
Bradipo68: per prima cosa ti ringrazio del commento. Sempre utile appurare da altri (e da altri ancora) il percorso di un attore, i suoi riferimenti, le controfigure (icone volevo dire...sic), i gesti e i modi connaturati. Sacha Baron Coen appare un misto muto-parlato (nel senso di movimenti di comiche che furono -naturalmente è un semplice accostamento non certo un paragone e un vero raffronto- e parlato riprendendo gag e linguaggi di certe tendenze tv post-moderne -da cui lui tra l'altro proviene): per fare tutto ciò da 'solo' e quasi senza aiuti e spalle (qui tenta la sua bravura -encomiabile e spassosa per carità- Ben Kingsley ma non sempre il gioco ridanciano buca lo schermo -sembra trattenuto come...l'insegnamento postdatato della masturbazione nel film-) si deve (per forza di cose) essere 'fenomeni'! Credo che il livello (da quello che ho scritto nella mia recensione) non è raggiunto (o forse non c'è proprio). L'irriverenza forte e senza sconti deve essere ben scritta e il cinema non è tv: bravo è sicuramente Sacha ma rischia (sempre molto) di naufragare nel 'trash-comico' che investe il suo personaggio. Oltre ci vorrebbe un regista che ne sappia comprendere e limitare la scrittura. Tu hai parlato di Chaplin vestito da Zalone (un accostamento che è indegno per Chaplin senza fuori di dubbio e per Zalone che non merita -perchè non ha meriti 'specifici' (a me non fa neanche ridere...ma forse è un mio difetto dopo i milioni e milioni incassati col suo ultimo film che per inciso non ho voluto vedere....mi sono bastati 5 minuti di quello prima per deprimermi altro che ridere): ma il problema che Sacha vuole aggiungere molto altro storpiando ogni vera irriverenza....comre il discorso dittatura-democrazia accostato ad ogni paraculismo trasandato. Peccato per come vedo il discorso cine, Certo che è molto meno stupido di quello che appare ma questo non aiuta alla...scrittura pensata accatastata, scurrilmente free e testicolante-intelligente! Invece ho pensato a Jerry Lewis (non vive giorni felici gli anni passano anche per il 'grande picchiatello') anche se non ho voluto coinvolgerlo. Ma Lewis aveva una mimica e una recitazione di passo doppio e prendeva in giro lo star-system da dentro (dove lui era) e soprattutto con un linguaggio 'diverso' e 'sorprendente' senza scherni e doppi sensi! (Basta guardare Re per una notte di Scorsese per capire la grandezza di Lewis). Tornando a Sacha...il film fa ridere (ma non mi sono incazzato per trattenermi) ma si chiude con gergi e gestualità forti e trivialmente non edulcorate per rompere le palle a tutti (ma senza nominarle mai...l'irriverenza è quadratica!). Sacha e il suo pene che sbatte sullo schermo dice tutto e l'intento di una pellicola. Per carità niente di male. Ma i capolavori (mi chiedo) sono altro? O qualcuno si aggiunge alla corsa dell'ultimo giro? (Nel fil di Scorsese "Hugo Cabret" ho apprezzato molto il suo personaggio -gustoso e giocoso- ma dietro aveva un regista di livello eccelso... E' qui la differenza? Penso proprio di.....). Un saluto. A presto.
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17 giugno 2012, 07:32 di bradipo68
grazie per la risposta esauriente: un'unica cosa, io non ho visto il film, quell'accostamento Chaplin/Zalone non l'ho fatto io,l'ho sentito a una trasmissione radiofonica dalla viva voce di Boris Sollazzo e mi aveva lasciato un attimo pensieroso...
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17 giugno 2012, 19:30 di M Valdemar
Dal trailer sembra parecchio spassoso. Cohen è dotato di un talento comico debordante e irrefrenabile, per cui, è vero, ci vorrebbe una presenza forte e autoritaria in cabina di regia che lo sappia "controllare" e contemporaneamente valorizzare. Piuttosto, sono parecchio curioso del cameo di Edward Norton ...
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17 giugno 2012, 20:12 di lorenzodg
Il talento molte volte 'sfugge' di mano. Solo pochissimi grandi attori (ognuno nel suo genere) sono riusciti a dare il meglio (quasi sempre). Non è semplice. La scrittura deve essere ben 'strutturata' con l'immagine. Un coonubio difficile. Per carità la 'perfezione' può essere antipatica ma un film comico deve far ridere anche se visto venti volte...Certo siamo 'coinvolti' in un linguaggio modernizzato...ma la volgarità (in senso lato) deve essere sempre necessaria? Dico sempre?! (non sì è contro a priori...). Sono curioso del doppiaggio...se ha combinato guai o simili.... Grazie M.Valdemar del tuo commento. Un saluto.
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26 luglio 2012, 22:13 di ROTOTOM
E' un'ottima recensione la tua.Credo che il limite di Baron Cohen sia Baron Cohen stesso. Qui un po' meno visto che ha una struttura narrativa se non di livelli eccelsi almeno superiore alle prove precedenti. Cohen ha sempre funzionato nel tempo breve (le comparsate televisive, i cortometraggi, le piccole parti in hugo cabret e Sweeny todd). Qui assomma "tanti tempi brevi" e non stanca. Mi sono divertito, personalmente mi diverte il non sense metafisico del Phyton, quanto la spudoratezza farrellyana e in più ci sono un paio di gustosi scambi verbali. Una sorpresa per me, che ero andato al cinema preso dalla disperazione del caldo e del nulla distributivo. Un saluto, by roto
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28 luglio 2012, 12:22 di lorenzodg
Rototom: grazie del commento. La 'somma' di 'tanti tempi brevi' può essere un'idea...ma (forse) non è più cinema vero e incontro con la 'commedia' fustigatrice e invereconda. La scrittura in questi casi è essenziale. Ci sono stati grandi attori (comici) che avevano dietro grandissimi 'writer' e soprattutto si fidavano di certi registi. Il divertimento c'è ma alcune situazioni non sono spudorate ma eccesso di un eccesso...senza vera conclusione. Il cellulare nell'utero e....nella vita nostra è un'idea ma fatta male (mio parere). un saluto e grazie ancora.
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