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Il giorno in più

Regia di Massimo Venier vedi scheda film

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La recensione su Il giorno in più

di LorCio
4 stelle

Premessa. Ho letto Il giorno in più due anni fa. In quel periodo avevo preso una pesantissima cotta (noi altri però diciamo i ben più devastanti “ci ero andato sotto” o “mi ero infognato”, ma è un’altra storia) per una ragazza di nome Michela, come la protagonista del romanzo. Poco dopo lessi anche Il tempo che vorrei, il libro successivo di Fabio Volo, la cui prima frase in quarta di copertina era “Lorenzo non sa amare”. Ho letto il romanzo con Michela pensando alla mia Michela, immaginandomela come la mia Michela, confrontandola con la mia Michela. Considerando, inoltre, che Fabio Volo, a prescindere dallo stile e dal valore della sua opera, ha gli stessi pensieri di un adolescente (maturo, ad essere sinceri), l’identificazione è salita alle stelle e mi sono ritrovato con un romanzo, bello o brutto non importa, che mi riguardava direttamente e con un autore inevitabilmente compromesso con il mio percorso di crescita. Questo preambolo serve semplicemente per dire che io sono troppo affezionato a questo romanzo per impostare un discorso oggettivo sulla storia in sé per sé. Stop.

 

Veniamo al film. È la prima trasposizione cinematografica di un libro di Fabio Volo, uno che zitto zitto contribuisce a far andare avanti l’editoria italiana con best seller di lunga durata (in classifica possiamo trovare suoi libri dei primi del decennio) indubbiamente non ascrivibili alla categoria dei capolavori ma che, bene o male, riescono ad attirare una vasta fascia di lettori occasionali con caratteristiche disparate (ragazzine che si eccitano di fronte ad una tautologia scritta con abilità, maschi arrapati che riscoprono di avere un cuore, donne inguaribilmente romantiche…). È probabilmente un nobile esempio di paraletteratura o letteratura minore, sicuramente d’evasione ma non privo di una sua morale di fondo, spesso banale ma di tanto in tanto anche un po’ di semplicità non guasta.

 

Giunti al passaggio cinematografico bisogna ammettere innanzitutto una cosa: i libri di Fabio Volo hanno suppergiù un centosettanta pagine e almeno centoventi sono occupate da pippe mentali (elegantemente potremmo definirli aforismi, ma si tratta essenzialmente di pippe mentali) e dialoghi, dieci da scopate (vera ossessione) e il resto dalla storia. Costruire un film, peraltro una commedia romantica, su pippe mentali è arduo. Il film che Volo ha sceneggiato con Michele Pellegrini, Federica Pontremoli e Massimo Venier è un’altra cosa rispetto al libro (forse per fortuna) ed ha due difetti di fondo che lo imbrigliano senza via d’uscita: il protagonista e le ambizioni. Innanzitutto c’è un evidente problema nel personaggio di Fabio Volo e in Fabio Volo stesso: è credibile che riesce a silurare con lo sguardo qualunque donna gli capiti nei paraggi?

 

Per quanto poi il protagonista inevitabile e naturale delle sue storie sia lui stesso, una specie di catalizzatore di esperienze, ponendosi in maniera equidistante tra la parte migliore (o più saggia) e quella peggiore (o più irresponsabile) della sua stessa generazione, Volo invade troppo la personalità e il background di Giacomo, lo plasma a sua immagine, lo costruisce di sé (e non sorprenda l’iniziale bastardaggine del nostro, che detto fra noi non è proprio uno stinco di santo) e non gli permette di avere una vita propria. Il punto debole del film sta proprio in questo eccessivo fabiovolismo che inonda il personaggio non permettendogli di essere davvero Giacomo.

 

E poi le ambizioni: cosa vuole essere questo Giorno in più? Una commedia romantica all’americana o un’alternativa italiana alla commedia americana? Forse è soltanto una malinconica storia d’amore con momenti divertenti e pervasa da una parte da un romanticismo che non coinvolge fino in fondo (e questo è grave) e dall’altra da un provincialismo magari buffo ma poco efficace (l’idea degli Stati Uniti è quasi stereotipata e figlia di un immaginario inflazionato, come il bacio sul grattacielo). E non appassiona la deriva nel finale alla Serendipity, con la lettera che con una serie di casualità e circostanze fortuite arriva alla destinataria.

 

Cosa avrei voluto? Più passione nella seconda parte con la storia d’amore, più spazio all’amica Silvia (che nel romanzo aveva un ruolo ben preciso qui fin troppo sfumato), meno acceleratore sul lato sessuale (che palle). Cosa mi è piaciuto? Soprattutto il cast (comunque Volo sguazza nel ruolo; Isabella Ragonese è la personificazione della normalità; il bel ritorno di Lino Toffolo, l’onnipresente e adorabile Stefania Sandrelli, Camilla Filippi, Pietro Ragusa, Roberto Citran di contorno; il cammeo memorabile di Luciana Littizzetto), la colonna sonora (presentissima nel libro). Non è un brutto film, anzi. Ma non sa andare oltre l’inquietante barriera del “carino”. Peccato.

 

Epilogo. Il tempo è passato. Oggi Michela studia per diventare medico-clown e io devo ancora inventarmi un futuro. Io ho avuto altre storie di poco conto e vegeto orgoglioso nella solitudine sentimentale; lei è fidanzata da due anni con l’ex ragazzo di mia sorella, ma questa è un’altra, assurda storia.

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