Opinione di Snaporaz68 su C'era una volta in Anatolia
Con Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mumtaz Taylan, Muhammet Uzuner
- negative [2]
- sufficienti [2]
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
IL FANTASMA DEL REATO (DIARIO NOTTURNO DELL'INQUIETUDINE DI UN PASTORE ERRANTE NELL'ANATOLIA)
"La mia anima... un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla..." F Pessoa
L'argomento al centro dell'ultima fatica di Nuri Bilge Ceylan non è certo l'epica del ricordo come nel film di Sergio Leone, né una sorta di racconto favolistico che parla del presente politico della Turchia per trarne un apologo morale. A differenza di Uzak e di Le Tre Scimmie stavolta, il regista turco mira molto più in alto cercando di mescolare insieme Antonioni, Bela Tarr e Tarkovskij, con un occhio sempre attento non solo alle sfumature psicologiche ma anche a quel senso del grottesco insito nella natura umana che lo avvicina in maniera evidente ai grandi scrittori russi (Cechov e Dostoevskij su tutti). Un cinema non solo di grandi pause e grandi silenzi attoniti, ma anche di ironica compassione di fronte alle debolezze e agli evidenti limiti fisici e intellettuali dell'umanità rappresentata. Ceylan rende magnificamente quel senso di angoscioso sgomento che nasce nel momento esatto in cui ci avviciniamo alla verità. La domanda posta in maniera provocatoriamente sottile è se è davvero utile squarciare il velo di Maya che copre le segnature degli elementi visibili; se è davvero conveniente (nel senso filosofico del termine) scoprire quell'essenziale che risulta invisibile agli occhi, lasciandosi travolgere da fantasmi che risultano proiezioni di sensi di colpa. La nostra mente di fronte all'insostenibilità di certi eventi mette in moto un meccanismo di rimozione: questo atto difensivo serve ad evitare la follia e l'autosoppressione. Una parte delle azioni umane sembra essere guidata più dal'istinto che dalla ragione e gli errori commessi spesso hanno conseguenze inimmaginabili, in una specie di reazione a catena. Tutti i personaggi del film realizzano nel corso di una notte ventosa e tempestosa le bugie che si sono detti per sopravvivere. La ricerca per le campagne dell'Anatolia del cadavere di un poveraccio assassinato da due fratelli ubriachi per futili motivi, è in realtà metafora della ricerca di quella prova che in qualche modo conferma l'assoluta solitudine di ogni singolo individuo di fronte ai misteri dell'universo e dell'esistenza. Questo patetico girovagare senza mai trovare il luogo giusto, questa assoluta dispersione temporale (resa in maniera quasi insostenibile da una macchina da presa che indugia sui paesaggi dei volti e sulla imponente violenza degli elementi naturali), questo senso di precarietà che si insinua non soltanto tra i protagonisti ma persino negli animali e negli oggetti (le lampade ad olio, i sacchetti di plastica, le mele), rendono la visione particolarmente disturbante e in alcuni tratti destabilizzante. Ogni personaggio ha un buco nero nella propria vita, una sorta di ferita primordiale che non guarisce ma viene tamponata in maniera palliativa, provando il meccanismo della finzione. Questo buco nero è una continua perdita di identità che a poco a poco si tramuta in depersonalizzazione. Ci si guarda allo specchio e si vede solo un estraneo (“Who are you” nel post it di The Machinist). Il commissario ha un figlio disabile ed è in perenne fuga dalla famiglia (la moglie lo richiama alla realtà ricordandogli le ricette mediche): la sua chilometrica dissertazione sullo yogurt sottende la necessità vitale di occuparsi d'altro per non impazzire. Il procuratore alle prese con migliaia di casi non si rende conto della differenza tra la morte naturale e il suicidio in una situazione che lo riguarda molto da vicino. Come si può essere cosi ciechi? Come possiamo non accorgerci dell'evidente? Se un suicidio non è che un atto punitivo verso chi rimane, allora dobbiamo prendere sulle spalle il fardello della colpa e realizzare le nostre responsabilità. Il medico finito il viaggio al termine della notte, prende atto della sua solitudine dopo il divorzio dalla persona amata (così somigliante all'angelo del focolare) confrontandola con la muta disperazione di una vedova con un figlio da tirare su da sola. Il presunto assassino (ma in realtà il dubbio rimane) rimane nel silenzio di un atto insoluto e inspiegabile, cova nel proprio interno una rancorosa accidia per i vuoti discorsi di quelli che lo circondano e stringe una alleanza mentale con il medico, l'unico che prova a immedesimarsi nel colpevole rivivendone il tradimento e il delitto passionale. Il regista turco riesce non solo a lavorare sulla fotografia creando tra le più belle scene notturne che si siano viste da un po' di tempo a questa parte ma si concentra anche sul sonoro immergendo lo spettatore al centro di rumori e suoni inquietanti. I tuoni, il fischio del vento, un'imposta che sbatte, il rombo minaccioso del motore, il latrato di un cane, cigollii e ululati lontani, uno sparo e l'improvviso sbattere d'ali di una moltitudine di gabbiani. Tutto il materiale audio accumulato non fa che moltiplicare in maniera esponenziale il senso di smarrimento individuale. L'unico momento di quiete, di calma quasi metafisica è quello dell'apparizione angelica della figlia del sindaco che da da bere agli assetati, in una annunciazione quasi leonardiana, con morti resuscitati e ombre fantasmatiche proiettate sui muri dalla lampada magica del Cinema. Once Upon A Time non è un thriller, non è un romanzo di formazione, non è puro dramma dell'incomunicabilità esistenziale sul modello di Professione Reporter di Antonioni. E' più vicino al Faust di Sokurov nell'interrogazione sulla natura contaminata dell'uomo e sul suo destino di inevitabile decadenza e consunzione. E con il predetto film condivide una autopsia, stavolta posta nel finale a rivelare un dettaglio che presuppone una diversa distribuzione di responsabilità . Nel Faust Sokuroviano il medico rovistando tra le viscere cercava disperatamente una verità: la presenza dell'anima. In Once Upon A Time in Anatolia il medico utilizza la procedura autoptica per sancire il trionfo della menzogna al posto di una verità inconfessabile. Perde la sua anima nel momento stesso in cui diventa complice. Il gesto ha una sua giustificazione in quello sguardo fuori dalla finestra che segue una madre e un figlio che ritornano mestamente verso casa. Una vita possibile divenuta impossibile per la mano violenta e cieca di un uomo. Il bambino lancia il sasso e si separa dalla figura paterna eliminandola per sempre. Alla fine si deve pur sopravvivere e rispedire al mittente la palla avvelenata di una vita difficile. E uscire fuori dal tunnel delle menzogne della notte.
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