Opinione di jek su Habemus Papam
Con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Roberto Nobile, Massimo Dobrovic, Franco Graziosi, Leonardo Della Bianca, Lucia Mascino
- negative [20]
- sufficienti [25]
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Sul film
HABEMUS PAPAM
Ovvero come Michele Apicella è diventato Nanni Moretti
Ovvero come rivoltare la frittata
Gaudium Magnum! Le lezioni servono, Alfred Hichchock affermava, riferendosi al suo Cinema muto, che minor didascalie si intromettevano tra i fotogrammi, migliore era la resa del film (e, naturalmente, la bravura del regista) lo stesso maestro sosteneva che con il sonoro si sarebbe dovuto andare per sottrazione: dialoghi essenziali e immagini larghe e esaustive. Anche il nazionalfilmografo Nanni si avvicina in maniera quasi parallela a queste direttive, diventando un regista a tutto tondo, dove prima era (solo) intellettuale e (solo) genialoide. Ovvero tante, forse troppe idee e poche e ben confuse immagini che facevano da trait d’union ai concetti messi ben in vista, ma non in maniera cinematografica. Ora, il sottoscritto ama in maniera incoerente e assolutamente indecifrabile il lungometraggio “Sogni d’oro”, il più chiaro pensiero sull’assenza di idee, pur avendo concetti a parole, brillanti e coerenti, nel caos del vedere. Perché nel cinema, di fronte non si ha una pagina, ma uno schermo, e lo schermo, se c’è, servirà pur a qualcosa.
A un certo punto del film “HABEMUS PAPAM” (in due punti, invero) il drappo rosso con il vuoto nero al centro, diventa lo schermo e si impadronisce dello sguardo dello spettatore attento. Ma in quel vuoto non c’è assenza, in quel vuoto c’è concentrazione.
Nanni Moretti raddoppia e divide allo stesso tempo. Il suo personaggio dei primi anni ottanta (il decantato e, a quanto pare, ancora rimpianto Apicella) viene chirurgicamente tagliato in due. La parte drammatica, rabbiosa, ovvero l’urlo (“sono un mostro, ma ti amo”) viene affidata ad un Attore che non ha bisogno di gridare, ma si fa sentire con sguardi, mosse, fatiche quasi immaginari. Mentre il regista si prende (quasi a volersi redimere) la parte simpatica, quella delle battute sul macellaio di fiducia, ma da non mettere in secondo piano. L’asse Piccoli-Moretti funziona alla perfezione. Al primo la drammaticità senza bisogno di parole inutili, con i concetti nella fisicità dell’attore, all’altro le battute sagaci e taglienti del primo Apicella, ma con l’immagine a particolareggiare, a evidenziare ciò che la parola non può esprimere. Come la telecamera infastidisce con quell’esagerazione di rosso (non comunista, evidentemente) con quei movimenti innaturali, con gli sguardi imbarazzati dei cardinali, del futuro Papa-attore, dello psicologo-regista, ma anche della moglie dello psicologo, e della gente comune che casualmente viene risucchiata nel gioco delle parti, così sfocate, così violente. Così precise.
Potrebbe sembrare un controsenso, usare due persone per un personaggio (addizione invece che sottrazione) ma sono immagini, è cinema. È vedere per comprendere. Per cui ben venga il raddoppio di personalità.
La situazione infastidisce sorridendo, in un modo o nell’altro, ma sempre volutamente sopra le righe.
L’urlo silenzioso (a volte interrotto da un vero grido di stizza) di Michel Piccoli riempie Roma, lo schermo, la chiesa e fa tremare le certezze della gente che ancora pensa e recepisce, naturalmente non quella dei papa-boys e di quella gente che non vuole sentire null’altro che quello che gli viene dato in pasto dai suoi dei. Lo psicologo Moretti spiega la bibbia ai cardinali, così ingenui e fanciulleschi, quasi ad approfittare.
Semplicemente geniale il gioco delle parti, il ribaltamento di frittata. Non è un libro, non dice nulla di nuovo, probabilmente neppure Bergman lo diceva, ma come Bergman, Allen, Antonioni e qualche altro, lo dice alla sua maniera.
Il suo film più “Alleniano”.e, come sempre, molto coraggioso. Violento e tenero.
Riabbiamo Moretti, ogni tanto il vuoto viene colmato e il vento scema, lasciando immobile il drappo rosso.
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