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Animal Kingdom

Regia di David Michôd vedi scheda film

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La recensione su Animal Kingdom

di LorCio
8 stelle

Partiamo dalla locandina. Il titolo, in grande. Tinte oscure, cupe. E poi un gruppo di famiglia, in una posa tutt’altro che classica: c’è chi colloquia, chi guarda torvo, chi sembra stare lì per caso, un’unica, fondamentale presenza femminile. Semplificando ai minimi termini, Animal Kingdom – il regno animale, in cui vige la legge del più forte e la morte, più che un passaggio, è una conseguenze inevitabile – si rappresenta così, attraverso quell’immagine. È la storia di J, la cui madre crepa per un’overdose di eroina sotto i suoi occhi, e che viene accolta nella famiglia d’origine materna, dominata da una matrona dolcemente inquietante e da una manica di zii violenti, repressi, codardi.

 

Un romanzo non tanto di formazione quanto di vera e propria iniziazione al regno animale, declinata sulle tinte fosche e cupe del gangster movie più insolito degli ultimi anni, l’esordio dell’australiano David Michôd si rifà essenzialmente a due modelli ben chiari: l’inchiesta sociale, ma non civile, per la rappresentazione della piccola criminalità organizzata – che vive di furti e rapine mantenendosi con decoro, anche se talora ci scappa il morto – e tutta la narrazione, cinematografia o letteraria, che nulla a che fare con il gangster movie. I flani richiamano Scorsese, ma con il regista di Quei bravi ragazzi c’è poco da che spartire. Da qualche parte ho letto di un accostamento con La caduta degli dei di Visconti, e, con le dovute riserve, penso sia pertinente.

 

Tornando all’oggetto filmico in sé: l’autore non è interessato a descrivere una storia criminale. L’esplorazione del sottobosco criminale di Melbourne gli serve per creare l’atmosfere, le cose che si vedono e le cose non dette (come il già citato Visconti, che pretendeva che fossero inseriti dentro i cassetti d’epoca certi oggetti appartenenti al tempo storico messo in scena), quella sorta di background esistenziale necessario all’opera per essere quantomeno credibile. Per quanto giovane e alla prima opera, Michôd si registra abile nell’uso della macchina da presa, raffinato e sporco al contempo, dallo sguardo torbido e cupo e finanche senza pietà né tantomeno via di salvezza. Ecco, sì: una buona definizione per il film è senza via. Né di fuga, né di salvezza, né di redenzione. A poco servono i tentativi dell’unico personaggio positivo della vicenda, il poliziotto impersonato dall’ottimo Guy Pearce, di estirpare l’erba ancora (per poco) pura dal prato malsano.

 

Animal Kingdom riesce a non essere sgradevole, a non essere mai volgare né tantomeno gratuito: è un film bellissimo, raro e prezioso nel suo genere così poco frequentato come si dovrebbe negli ultimi anni. Ma su tutto l’esimio cast, come una materna sacerdotessa della violenza privata, regna la mastodontica interpretazione della sessantenne Jacki Weaver, spiazzante rivelazione di un’attrice capace di impersonare un personaggio, così magnificamente scritto, con inquietante forza, fredda determinazione, secco controllo. Oscar?

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