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    L'amore che resta

    Regia di Gus Van Sant vedi scheda film

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    La recensione

    di thetreeoflife
    8 stelle

    Gus Van Sant ci ha abituato a cambi di stile repentini, a film dalle tematiche diversissime ha lavorato con attori famosi o non professionisti, con grandi produzioni e in modo indipendente, ma stavolta ci ha veramente sorpreso. Cosa resta dell’autore di Elephant o The Last Days in questa sua ultima fatica? Il regista abbandona lo stile fenomenologico che ci sembra il tratto più caratteristico della sua opera (lo stesso Psycho si può considerare una fenomenologia del gesto cinematografico, della sua tecnica e dei suoi movimenti, in un omaggio al “maestro dell’universo” Hitchcock) per un cinema più classico, procedendo per piccoli tocchi, tramite dialoghi lievi e ben calibrati. Restless è un film gentile, attraversato da un’ironia spiazzante, che ci porta a sorridere della morte e della sofferenza, ci consegna due protagonisti delicati e sofferenti, abitato da fantasmi e da tocchi surreali. A incontrarsi sono (classicamente) due solitudini: Enoch ha perso i genitori in un incidente e si imbuca ai funerali altrui; cerca forse così l’impossibile condivisione di un dolore troppo intenso, o più semplicemente è conscio che la morte fa ormai parte della sua vita, come il fantasma di un soldato giapponese con cui impegnarsi in surreali partite a battaglia navale. Annabel è una ragazza come tante, carina con un lampo di dolce malinconia nello sguardo; ha un tumore che scoprirà incurabile ma decide di non lasciarsi andare alla sofferenza della malattia. La ragazza trova in Enoch un compagno perfetto per condividere gli ultimi momenti, tra divertimenti adolescenziali, piccole tenerezze e grandi passioni, confessioni inaspettate e dolorose, scatti d’ira repentini, in un continuo mostrarsi reciproco, che diviene recitazione per loro e per noi, gioco a “fare come” (la ragazza mette in scena la propria morte con tanto di dialoghi scritti e microsceneggiatura...), che se non è totalmente originale (basti pensare a In the mood for love di Wong Kar Wai...) riesce a divertire e a rendere bene conto della freschezza della “vita giovane”. Perché la giovinezza dei protagonisti rimane tale anche se incombe l’ombra della fine, come se la morte non fosse che un l’altro modo della vita e come tale possa e vada trattata (in uno strano parallelo con un opera per certi versi agli antipodi l’eccezionale The tree of life di Malick...). Mi sembra che sia proprio questo aspetto a legare Restless a molti dei film di Gas Van Sant: la riflessione sulla morte, il più grande rimosso della cultura occidentale, sia quella di una rockstar che vaga per i boschi di Seattle, quella provocata da giovani killer volontari o involontari, quella che entra nella vita di Enoch per sconvolgerla, ma che sembra poi riportarlo alla vita, fino al sorriso finale. 

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