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Opinione di spopola su Hunger





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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10/04/2012 voto al film: voto ottimo

Sul film

Pare che qualche cosa si sia mossa finalmente intorno allo straordinario esordio cinematografico di  Steve McQueen, uno dei più significativi di questi ultimi 10 anni (parlo ovviamente dell’ottimo risultato raggiunto con Hunger, vincitore per altro di una più che meritata Caméra d’Or nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes di qualche anno fa) e che ci siano adesso buone prospettive per una sua visione allargata. Bisognerà vedere però come sarà effettivamente fatta la sua distribuzione in sala, e in quante città riuscirà poi ad approdare davvero (in base al numero delle copie che saranno rese fruibili e alla disponibilità degli esercenti a “rischiare”, visto il disinteresse crescente del pubblico pagante per il cinema di qualità), e soprattutto che tenuta gli sarà poi di fatto garantita, poiché per il momento è difficilissimo azzardare pronostici: non lo si vede ancora troppo in giro e se continua a circolare un po’ marginalmente, lo fa in forma semiclandestina e soltanto in qualche rassegna “specializzata” sponsorizzata dalle realtà d’essai delle città più organizzate e sensibili. Ricordo comunque agli interessati, che il film è anche reperibile in rete (in versione originale sottotitolata in italiano). Credo anzi (o almeno lo spero) che sia stato proprio attraverso tale fonte che una pellicola così importante ma  poco considerata dal “sistema cinema Italia” abbia già potuto  “godere” di un contatto e un rapporto più capillare col pubblico, certamente superiore a  quello che gli era stato garantito dal suo semplice e un po’ frettoloso  passaggio da un festival sia pure prestigioso come quello di  Cannes (comunque sempre un po’elitario e abbordabile soprattutto dagli “addetti ai lavori” e da pochissimi altri fortunati).
Quello di Steve McQueen (e ne abbiamo avuto una conferma anche con il successivo Shame)  è un cinema tutt’altro che schematizzato, che privilegia spesso l’enfasi dei dettagli, poggia la sua forza sulla potenza di un impatto visivo di insolita ed eccezionale levatura e sulla rarefazione dei dialoghi, visto che la sua linfa vitale si nutre anche di frequenti e prolungati silenzi sorretti però da movimenti di macchina a volte frenetici, altri più sussiegosi, finalizzati a privilegiare un particolare, un volto, un corpo, un gesto, e dove le parole diventerebbero assolutamente “sussidiarie” alla più esplicita e diretta esposizione empatica anche violenta di immagini spesso tanto crudeli e veritiere da risultare quasi insostenibili allo sguardo che non si peritano a mostrare in tutta la sua tragica fisicità, la carne nuda, degradata e martoriata dei protagonisti presenti sulla scena. Una modalità di rappresentazione tutt’altro che univoca comunque poiché il regista ha poi anche il coraggio e l’intelligenza di modificarsi all’occorrenza in corso d’opera arrivando a dare una forma diversa ma ugualmente “necessaria” al suo racconto filmico: qui ce ne dà una tangibile e significativa dimostrazione pratica  piena di pathos e di partecipazione emotiva, proprio quando decide di “fermare” per un lungo tratto il vorticoso itinerare della macchina da presa per fissarla indelebile nella immobile staticità di una prolungata ripresa a “scena fissa” (a suo modo comunque ugualmente dinamica) durante un “confronto a due voci” serrato e persistente, che non poteva essere affidato altro che alla parola, e che infatti qui vive e si alimenta proprio della  potenza traumatica che solo una sofferta  intensità “verbale” di fortissimo impatto anche drammatico tutta affidata  alla forza affabulatrice del parlato che in altre parti è  invece meno presente e quasi sussidiario.
McQueen rivela quindi già al suo debutto, un eccellente talento coinvolgente ed appropriato che lavora di fino sulle immagini, con quel suo particolarissimo modo di esporre senza infingimenti, la sopraffazione, la sofferenza fisica, il dramma e la tragedia, e che di conseguenza e nonostante i silenzi, riesce a farlo diventare un film “gridato” quasi fino all’estrema lacerazione della voce, che è già un consolidato e personalissimo “stile di rappresentazione delle cose”  davvero sufficiente a  catapultare da subito il suo nome nel limitato pantheon dei cineasti più interessanti e innovativi del momento.
Il cinema, anche partendo a volte da differenti angolature (che chiamavano magari in causa più che i protagonisti incarcerati, il doloroso “sentire” delle loro famiglie, come  accadeva per esempio – solo per citare il primo titolo che mi viene a mente – nell’altrettanto interessante pellicola di Terry George Some Mother’s Son - Una scelta d’amore per l’Italia - che privilegiava appunto il travaglio interiore e la sofferenza delle madri) si era già provato a raccontare altre volte la vicenda umana e politica di Bobby Sands, esponente dell’IRA morto in carcere insieme a un gruppo di altri suoi compagni di lotta  a seguito dello sciopero della fame durante la cosiddetta “blanked and no wash protest”,  ma a mio avviso nessuno dei registi che aveva affrontato anche con coraggioso ardimento la scottante materia, era riuscito a raggiungere la stessa intensità non solo di impatto, ma anche di denuncia e di coinvolgimento, che ha qui al suo attivo come elemento caratterizzante e catalizzante, proprio la capacità  aver saputo traslare un prepotente atto d’accusa che non perde nulla della sua sconvolgente veemenza , in una vera e propria opera d’arte che lo trasfigura. McQueen è riuscito a farlo proprio scavando e lavorando su quei silenzi a cui accennavo sopra, rinnegando totalmente la retorica, e puntando soprattutto sui dettagli dei corpi impudicamente mostrati, sulla forza degli ambienti e delle facce, utilizzando al meglio il contributo emblematico di attori così partecipativi da  accettare consapevolmente il rischio di trasformarsi alla fine in materiale umano da plasmare, da “martoriare” e quasi disintegrare, con la carne che progressivamente si emacia  e si distrugge fra le piaghe e le pustole di una mancata alimentazione che l’abbandono della cura della propria integrità anche fisica trasforma in devastazione totale e progressiva di una “via crucis” laica che trascina inesorabilmente i suoi protagonisti verso l’agonia e la morte. E’ su questi elementi che il regista spinge il pedale al fine di rendere lo spettatore partecipe anche sensorialmente di un dramma politico e personale che ha la sua principale spinta propulsiva proprio nella inflessibile forza soprattutto morale di un uomo come Bobby Sands, che con il suo estremo sacrificio esposto brutalmente in primo piano, riesce a trasmettere un messaggio davvero inusuale, che è poi quello di essere riuscito a trasformare una protesta magari estrema, ma non inconsueta, in qualcosa di terribilmente simbolico, importante e definitivo: la storia di un uomo che utilizza il suo corpo proprio come un’arma, per ritrovare così – e riaffermare - anche fra le chiuse mura di quella oltraggiosa prigione, un necessario ideale di libertà (anche crudele ed estremo se vogliamo, visti gli esiti finali), da promulgare a costo della vita per far prevalere diritto e dignità.
McQueen è bravissimo anche a lavorare sulle assonanze sollecitate da contrapposizioni a volte molto dolorose e spiazzati, ma anche poggiate su momenti all’apparenza poco significati, ma fondamentali per l’economia generale del racconto, vedi l’insistito “sguardo” che si concentra sul dettaglio delle briciole buttate a terra da uno degli agenti di custodia – personaggio interpretato con tutta la sua gretta tracotanza da un ottimo Stuart Graham - mentre a casa consuma il pranzo preparato dalla moglie (vero e proprio preludio introduttivo al prolungato e sofferto finale del digiuno, ma anche suggerimento quasi subliminale a ciò che intende già da subito indicare il titolo scelto per la pellicola) o anche le sequenze che portano in primo piano i tortuosi corridoi del carcere, le nocche insanguinate delle dita delle mani o il fetore delle piaghe e degli escrementi che diventa quasi una trasmissione olfattiva indotta.
Se per buona parte del film, tutto è dunque affidato al potere delle immagini in un percorso narrativo anche drammatico quasi totalmente privo di dialoghi strutturato rigorosamente, con inquadrature frontali, carrellate e totali devastanti (e dove anche la”colonna sonora” è surrogata e sostenuta soprattutto dal vociare confuso degli agenti, dai rumori di fondo, dalle grida,  dal sordo clangore dei pesanti cancelli di ferro che si chiudono inesorabili intorno ai  prigionieri, dallo scalpicciare concitato dei passi, o persino dalla voce inflessibile, terribilmente autentica e “reale” della Thatcher che lancia dalla radio i suoi proclami), e sono quindi i particolari degli sguardi, delle mani, delle sopraffazioni violente ad essere privilegiati, con quel soffermarsi e indugiare quasi famelico della cinepresa  nel mostrarci prima i corpi nudi dei detenuti, e poi le mura imbrattate delle celle, o anche le laide coperte che tentano inutilmente di proteggere nello spazio esiguo e straziato della sua prigionia il fisico ossuto di un uomo macilento, impudico ma dal fiero sguardo, seduto a terra sporco e infreddolito, che è poi quello prestato (sarebbe più appropriato dire “offerto” però) in modo magistrale al personaggio da un grandissimo attore a quel momento praticamente sconosciuto ai più come Michael Fassbender (che proprio da qui prenderà il volo per una eccezionale carriera duttile e “movimentata” che lo farà diventare una delle “icone” maschili più interessanti, capaci e versatili della cinematografia contemporanea, uno che davvero fino ad oggi non ha praticamente mai “sbagliato un colpo”) per come è stato coraggiosamente disponibile a farsi veramente “macellare” anche nella carne: la sua è un’interpretazione davvero sconvolgente (di quelle che si suol giustamente definire “da manuale”) per la trasformazione fisica a cui ha sottoposto il suo corpo riducendolo davvero “al lumicino” e la marcata, intensissima resa espressiva del suo sguardo intenso e accusativo.
Ed è poi anche e soprattutto la particolare illuminazione (una luce vividamente azzurrina) privilegiata dal regista  per fissare meglio e in profondità nella mente dello spettatore le bellissime e al tempo stesso terribili sequenze del film, a fare davvero la differenza (ottima e di pregio anche la fotografia) e a rendere indimenticabile, indelebile e ancor più scioccante, la percezione di tutto ciò che viene mostrato senza reticenze, nel raccontare proprio le ultime settimane della vita di Sands, il suo progressivo degradare anche fisico verso la morte, con un senso della realtà quasi tattile, ma che sfugge da ogni possibile sensazionalismo anche estetico, filtrato come è dallo sguardo di un “artista” (definirlo solo regista in questo caso, sarebbe a mio avviso abbastanza riduttivo) che osserva e interpreta impietoso per risvegliare il raziocinio pensante del pubblico e che non ha timore per questo – come per altro ho già detto in apertura - di cambiare all’occorrenza e quasi all’improvviso registro e ritmo: se la cinepresa è  stata infatti quasi sempre mobilmente vicinissima ai volti dei detenuti rinchiusi dentro le loro celle o ai corpo a corpo dei pestaggi nei corridoi mostrandosi freneticamente attiva  proprio nelle riprese ravvicinate per rendere palpabili anche le percosse, si staticizza poi coraggiosamente in una lunghissima inquadratura fissa (della durata di una quindicina di minuti) realizzata in campo medio che esalta soprattutto la dilacerata potenza del verbale, e “disegna magistralmente” il senso di uno sfiancante confronto fra Sands  e padre Morant (un altrettanto entusiasmante e centrato Liam Cunningham nel ruolo di un prete schietto e non convenzionale, ma soprattutto stimolante contraltare dialettico e “dibattimentale”) che seduti ai due lati di un tavolo discernono con la radicata passione delle proprie personali convinzioni sciorinando doviziosamente le loro personali punti di vista, diversi, contrastanti e assolutamente inconciliabili. Sono così proprio i concetti, le idee diversificate, lo scambio ideologico di due posizioni incompatibili, ad essere privilegiati n primo piano, affinché possano essere assimilati anche dallo spettatore senza distrazione alcuna per acquisirne il senso nella sua interezza che si può sintetizzare semplificando un poco, come lo scontro frontale delle ragioni della vita e della morte, entrambe irrinunciabili, esattamente come quelle di una protesta, necessaria per l’uno, quanto insensata per l’altro. E qui c’è uno scarto importante sottilmente nascosto nelle pieghe del confronto, perché a un certo punto risulta a mio avviso chiarissimo che non sono più le motivazioni della politica e dei differenti ideali ad essere discusse dai due “contendenti”, ma diventano semmai quelle  private dell’uomo (di ogni uomo) che si rifanno ai ricordi  d’infanzia e al significato della vita ad essere chiamate in causa, ed  ecco che allora il passo si modifica di nuovo e l’inquadratura si stringe  per focalizzarsi  prima sul ravvicinatissimo, intenso primo piano del volto di Fassbender  e poi staccare e concentrarsi su quello analogamente problematico e sofferto di Cunningham, quasi a voler significare che a questo punto il rapporto dialettico non è più fra due posizioni dottrinali (etiche e religiose), ma bensì fra due uomini che hanno fatto scelte differenti che non consentono loro di incontrarsi realmente,  e che proprio per questo, il risultato finale non potrà essere che tragicamente ineluttabile.
Lo straziante ultimo quarto d’ora, ci mostra poi un uomo – il determinato Sands – mentre si consuma fino a morire da solo, di fame, in un carcere irlandese non in un’era lontana, ma bensì nel 1981, e McQueen e ce ne fa pienamente percepire la vergogna…. Una sequenza  “straziata” che ci arriva come un vero e proprio pesantissimo pugno nello stomaco: immagini dolorosissime al limite estremo della sopportazione che solo la sensibilità umana e il talento anche creativo del regista, riescono a farci guardare fino al termine del martirio senza mai distogliere lo sguardo nemmeno per un secondo, consapevoli di assistere a una vera e propria tragedia che è soprattutto umana, e a una straordinaria riflessione sulla libertà e sulla purezza degli ideali da difendere ad oltranza, cosi quel che costi.
 
Il film è il drammatico racconto in immagini della rivolta attuata nel carcere nordirlandese di Maze all’alba degli anni Ottanta, quando – in piena era Tatcher – i detenuti IRA, per costringere il governo inglese a dare loro lo status di prigionieri politici, diedero prima il via ad uno sciopero dell’igiene, e successivamente, per iniziativa di Bobby Sands, ad uno sciopero della fame che portò alla morte dello stesso Sands e di altri nove detenuti.


SI

Commenti

  • 10 aprile 2012, 12:24 di lorenzodg

    Scrittura di classe e 'visionaria'!

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  • 10 aprile 2012, 17:16 di Snaporaz68

    Visto proprio da poco per intero su youtube. Condivido quasi tutto, mi rimane qualche perplessità estetica sul limite del mostrabile e qualche interrogativo etico sul ruolo dello sguardo empatico dello spettatore. La mia sensazione è che mostrare piaga per piaga il calvario di Bobby Sands voglia imporre un parallellismo con la figura del cristo-martire. Cinematograficamente il film è su livelli altissimi ma mi preoccupa l'eccessivo sbilanciamento del regista verso il corpo di Fassbender (che si ripete anche se in manier più ragionata e contenta in Shame). E' anche vero, parafrasando un tuo pensiero, che l'attore non sbaglia un...."corpo"... Un saluto

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  • 11 aprile 2012, 05:18 di spopola

    @Snaporaz: in effetti il "corpo" è un elemento centrale (almeno fino a qui) nel cinema di McQueen... e sicuramente la "tentazione" cristologica c'è ed è evidente il parallelo (che a me sembraanche necessario). Sarà semmai da studiare l'evoluziine successiva del regista dopo queste due prime prove. Ma è un esordio eccellente proprio cinematograficamente parlando ed è sotto questo profilo che mi è sembrato giusto valutarlo ... carina la tua chiosa su Fassbender.. e sul suo "Non sbaliare.... un "corpo". @lorenzo: Grazie per il "visionario" (ho solo cercato di "riportare" il senso delle forti emozioni che ho provato (la visione del film è in ogni caso tutt'altro che indolore)

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  • 14 aprile 2012, 16:36 di emmepi8

    Dopo Shame mi sono appassionato a questo regista spero proprio di vedere il film

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  • 20 aprile 2012, 10:04 di emmepi8

    Scusa Valerio io per ora ho trovato solo la versione orginale, ma senza sottotitoli, l'ho vista e pur masticandoi bene l'inglese mi sono perso nel lungo colloquio con il sacerdotre in carcere, non gustando del tutto il dialogo, dato che non tutte le parole mi arrivavano chiare senza l'aiuto dei sottotitoli, hai notizie per vederlo nella maniera giusta? ciao e Grazie

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  • 22 aprile 2012, 09:40 di spopola

    Io l'ho scaricato con e-mule (e in questo caso c'era anche la versione con sottotitoli) Chiaramente si tratta di un dvx e quindi per quel che mi riguarda lo posso vedere solo sul computer. Comunque se vuoi, posso duplicartelo e spedirtelo. Fammi sapere

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  • 22 aprile 2012, 13:56 di bufera

    Con lo stile impeccabile di scrittura che ti è proprio sei sempre una guida forte e persuasiva nella descrizione e commento di opere che non sono ancora visibili a tutti. Buona domenica!

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  • 30 aprile 2012, 11:50 di zombi

    non mi trovo d'accordo con "la tracotanza della guardia". mcqueen lo ha trattato con estremo rispetto il personaggio. del resto anche la sua vita era un calvario. certo per carità, le nocche delle mani se le spaccava a prendere a pugni i prigionieri e quando questi si scansavano a sbatterle contro i muri e i prigionieri non potevano di certo ribellarsi. più che tracotanza , la sua mi è parsa paura mista a sconsolante rassegnazione e una visione fatalista della propria vita.

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  • 30 aprile 2012, 12:03 di spopola

    per me le responsabilità restano sempre e comunque "individuali": se sono corrispondenti al ruolo e non ci si sente di portare avanti così come richiesto, ci si dissocia (a costo di lasciare il posto) almeno io ho cercato sempre di operare in questa prospettivapur stretto da "responsabilità" meno destabilizzanti. Tutto quello che dici è certamente presente in ciò che ossservi, ma non sono elementi che lo portano a considerare le cose per lo meno con un pizzico di umanità in più (in questo senso lo definisco "tracotante"): l'uomo ha la capacità di ragionare e se necessario, deve saper scegliere-

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  • 13 maggio 2012, 12:38 di bennato

    La tua, caro Valerio, è una recensione di grande livello, attentissima. Leggendola ho di fatto, mentalmente, rivisto il film, rivivendo le stesse emozioni, sensazioni ed angosce. Ed anche lo stesso estetico piacere di trovarmi di fronte ad un film-evento che coniuga la straordinaria regia di Steve McQueen alle infinite capacità attoriali di Michael Fassbender. Grazie!

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  • 13 maggio 2012, 14:47 di spopola

    Grazie a te, bennato!!! Grazie davvero.

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  • 14 maggio 2012, 11:45 di Estonia

    L’ho visto ieri. E sono ancora stordita da quelle immagini terribili ma così vivide, nitide, belle. Un bel connubio di Arte e cinema di denuncia. Crudo ma anche emozionante, soprattutto nella parte finale. Ciao Valerio.

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  • 14 maggio 2012, 12:38 di spopola

    Ciao Maria Grazia.... che piacere sentirti!!!! Un abbraccio caloroso da parte mia (concordo: un bel connubio di Arte e cinema di denuncia).

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  • 1 maggio 2013, 23:14 di cheftony

    Ho appena visto "Hunger" e mi ha lasciato sensazioni contrastanti: ho apprezzato praticamente tutto quello che hai scritto nella tua bellissima opinione-saggio, ma personalmente non sempre riesco a farmi cogliere preparato dai film che vogliono essere un pugno allo stomaco e questo è uno di quei casi: la storia di Bobby Sands e in generale del Conflitto Nordirlandese è disturbante di per sé e la forma espositiva scelta da McQueen è fedele, ardita e proprio per questo da assimilare nel tempo. McQueen stesso ha detto, confortandomi in qualche modo: "Originariamente non volevo alcun dialogo. Spesso le parole hanno l'unico scopo di riempire gli spazi e dopo un po' diventano solo rumore che ha il potere di distrarre da quanto sta realmente accadendo. Io invece volevo concentrarmi sull'esperienza sensoriale che si provava là dentro in quel periodo, sull'aria che si respirava.". Leggerò con calma qualche altra opinione di altri utenti, anche di tenore diverso, sperando siano illuminanti come questa, però non penso scriverò qualcosa perché già ora credo di non avere nulla da aggiungere. Bene o male, se questo è un esordio cinematografico, ne consegue che il successivo "Shame" va di diritto nella mia lista d'attesa. Ciao Valerio!

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  • 2 maggio 2013, 05:15 di spopola

    Ti rigrazio per il prezioso intervento che in fondo ha già detto molto di ciò che comunque il film ha suscitato in te (credimi succede spesso anche a me di non riuscire a buttar giù parole anche per film importanti che in qualche modo creano un "subbuglio" difficilmente metabolizzabile). C'è sempre un problea "etico" sul limite del mostrabile e anche per questo esordio disturbante non tutti (e forse con più di una ragione) sono riusciti ad entrare in sintonia con un'opera "estrema" come questa. Si sono comunque accesi numerosi dibattiti e molte discussioni proprio sull'artista Mc Queen e il suo fare cinema: troverai un cospicuo materiale che comprende anche i giudizi sul successivo Shame (sul quale ancora nemmeno io sono stato capace di scrivere qualcosa proprio perchè ha toccato corde scoperte molto private e personali anche se coniugate in altre direzioni) che ti potranno fornire materia elementi importanti di riflessione. Grazie di nuovo (anche per l'apprezzamento) e a presto.

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