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Il grande dittatore

Regia di Charles Chaplin vedi scheda film

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La recensione su Il grande dittatore

di PompiereFI
10 stelle

Charlie Chaplin, con l’avvento del sonoro, non smarrisce lo smalto della sua mirabile dialettica ed escogita un “Great dictator” pervaso da una forma in via di evoluzione, aperta alle nuove invenzioni tecnologiche dell’epoca. L’ironia si diffonde anche attraverso il dialogo (forse con un impatto leggermente più debole) e conferma le tipiche situazioni alleviate dai gesti e dalle spassose gag. Trovate come quella del missile che, uscito dal gigantesco cannone “Grande Bertha” e caduto senza esplodere mentre gira intorno ingovernabile come una prima avvisaglia di ribellione al padrone, sono godibilissime perle di humour. 

Incombe su tutto e tutti l’emblema delle croci accoppiate: vessillo di coloro i quali alzano la voce per farsi sentire, tanto che ai microfoni non rimane altro che ritrarsi. Si conferma l’atteggiamento tipico dei grandi poteri autoritari; direttori d’orchestra che dettano tempi e modi degli applausi di approvazione, di cori e fanatismi vari, disprezzando nel frattempo tanto la democrazia quanto i loro sostenitori. I comandanti, si sa, vedono solo se stessi. E i colpi di tosse di cui sembrano soffrire, arrivano provvidenziali a nascondere le indecisioni e la mancanza di argomenti. I condottieri tirano in ballo problematiche fasulle, o secondarie, per nascondere quelle vere, e avvalersi di un numero spropositato di lecca…buste. Oppure si fanno belli e cercano di restare in qualche modo nella Storia, facendosi ritrarre su tela o sotto forma di scultura, sempre senza concedere molto tempo perché, si sa, all’Arte non si riservano quelle attenzioni che merita la Belligeranza. E poi chi ha voglia di prestarsi a uno specchio così impietoso quando la natura non lo ha dotato in altezza e in spiritosaggine?

Hynkel, dittatore della fantomatica e assonante Tomania, è il marchio ostile della logica di Chaplin. Raffigurato ed estremizzato ad arte da un volto perennemente sboccato, e comico solo perché naturalmente innocuo. Un po’ come Charlot. Napaloni invece, confortato dall’abbagliante interpretazione fornita da Jack Oakie, è l’assurdo dittatore di Bacteria (anche se nel film mi pare che il nome abbia un riferimento più esplicito all’Italia), un finto contraltare di Hynkel, in realtà doppione rafforzativo di una condizione sociale allo sbando e ridicola per quanto realmente pericolosa.


La fantasiosa dicotomia creata da Chaplin si esprime tuttavia ai massimi livelli quando scorta musicalmente il barbiere-sosia e il vero dittatore. Servendosi di Brahms e della sua marcia ungherese, infonde un’allegra agilità al barbiere e alla sua confidenza col rasoio, facendolo muovere a ritmo di musica mentre taglia via i peli a un malcapitato e impaurito signore. La sequenza della follia estatica raggiunta tramite la danza col mappamondo invece, sulle note della celestiale melodia di violini del preludio del “Lohengrin” di Wagner (!), favorisce subito un’immediata empatia di Hynkel nei confronti del palloncino-mondo; amato e coccolato, poi bramato con quel senso di possesso così vorace che il “giocattolo” gli esplode fra le mani. I due personaggi fluiscono in una similitudine e, grazie alla divergenza della loro origine, manifestano la loro irruenza in due modi completamente differenti: il primo per mezzo di una prepotente difesa, il secondo con l’aiuto di un distensivo attacco.

“Il grande dittatore” ha un non so che di estraneo. Forse perché decreta l’allontanamento della figura di Charlot, pur mantenendone certi lineamenti fisici e spirituali. Il barbiere ebreo che vediamo fin dalle prime scene sembra il maturo erede di un clown, quasi composto nel suo silenzio: adesso ha un’occupazione (condizione sociale di solito estranea all’omino con i baffi) e si ritrova catapultato, dopo una breve parentesi introduttiva che passa attraverso una memoria ballerina, nel grande realismo della Storia. E’ l’uccellino in gabbia che simbolicamente viene inquadrato al momento dell’assalto al ghetto. Da quella prigione dell’incoscienza riesce a evadere quale ambasciatore, durante il discorso finale a una folla che non si vede mai da vicino (una velata critica alla sprovvedutezza della gente?).

D’altronde il palesamento dell’ispirazione nazista giunge come integrazione all’assopito discernimento della piccola borghesia, e perviene a identificare un perfetto inganno popolare. Una volta che gli si presenta la possibilità di vestire i panni del tiranno, il barbiere trasmette con la voce il Chaplin-pensiero: discorre richiamando la dignità dell’uomo di fronte alla barbarie dell’autoritarismo. Una “piazzata” che giunge forse un po’ fuori luogo, ma che nasconde l’urgenza e l’ideale di molti oppressi in quel periodo storico così deleterio e misero.

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