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    Shoah

    Regia di Claude Lanzmann vedi scheda film

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    La recensione

    di spopola
    10 stelle

    Non è facile parlare di Shoah. C’è della magia in questo film, e la magia non si può spiegare.

    Abbiamo letto, dopo la guerra, un gran numero di testimonianze sui ghetti, sui campi di sterminio; ne eravamo sconvolti. Ma oggi, vedendo lo straordinario film di Claude Lanzmann, ci accorgiamo di non aver saputo niente. Malgrado tutte le nostre conoscenze, quella terribile esperienza rimaneva distante da noi. Per la prima volta la viviamo nella nostra testa, nel nostro cuore, nella nostra carne. Diventa la nostra. Né romanzo né documentario, Shoah realizza questa ri-creazione del passato con una stupefacente economia di mezzi: dei luoghi, delle voci, dei volti.

    La grande arte di Claude Lanzmann consiste nel far parlare i luoghi, nel risuscitarli attraverso le voci, e, al di là delle parole, nell’esprimere l’indicibile attraverso i volti, i luoghi.

    Una grande preoccupazione dei nazisti è stata quella di cancellare tutte le tracce; ma non hanno potuto abolire tutte le memorie e, sotto mimetizzazioni – foreste giovani, erba novella -,  Claude Lanzmann ha saputo ritrovare le orribili realtà. In quella prateria verdeggiante c’erano delle fosse a forma di imbuto dove i camion scaricavano gli ebrei asfissiati durante il percorso. In quel fiume così bello si gettavano le ceneri dei cadaveri calcinati. Ecco le tranquille fattorie dalle quali i contadini polacchi potevano udire e anche vedere ciò che succedeva nei campi di sterminio. Ecco i villaggi dalle belle case antiche da dove è stata deportata tutta la popolazione ebraica.

    Claude Lanzmann ci fa vedere le stazioni di Treblinka, di Auschwitz, di Sobibór. I suoi piedi calpestano le “rampe”, oggi coperte di erba, dalle quali centinaia di migliaia di vittime erano spinte verso la camera a gas.

    Per me una delle immagini più strazianti è quella che presenta un mucchio di valigie, alcune modeste, altre più lussuose, che recano tutte dei nomi e degli indirizzi. Certe madri vi avevano riposto con cura latte in polvere, talco, farina per pappe. Altre abiti, viveri, medicinali. E nessuno ha avuto bisogno di niente.

    Le voci. Esse raccontano; e per la maggior parte del film dicono tutte la stessa cosa: l’arrivo dei treni, l’apertura dei vagoni dai quali cadono dei cadaveri, la sete, l’ignoranza mescolata alla paura, il denudamento, la “disinfezione”, l’apertura delle camere a gas. Ma, neppure per un istante, abbiamo un’impressione di ripetizione. Grazie soprattutto alla differenza delle voci.

    C’è quella fredda, obiettiva – con solo all’inizio qualche fremito di emozione - di Franz Suchomel, l’Unterscharführer SS di Treblinka; è lui che ha fatto il resoconto più preciso, più dettagliato dello sterminio di ogni convoglio. C’è la voce un po’ turbata di certi polacchi: il conducente dei treni che i tedeschi sostenevano con la vodka, ma che sopportava male le grida dei bimbi assetati; il capostazione di Sobibór, preoccupato del silenzio sceso all’improvviso sul campo vicino. Ma sovente le voci dei contadini sono indifferenti o persino un po’ derisorie. Poi ci sono le voci dei rarissimi superstiti ebrei. Due o tre hanno conquistato un’apparente serenità. Ma molti riescono appena a parlare; le loro voci si spezzano, scoppiano in lacrime. La somiglianza dei loro racconti non stanca mai, al contrario. Si pensa alla ripetizione voluta di un tema musicale o di un Leitmotiv. Infatti è una composizione musicale quella evocata dalla sottile costruzione di Shoah, con i suoi momenti in cui culmina l’orrore, i suoi quieti paesaggi, le sue lamentazioni, le sue zone neutre. E l’insieme è ritmato dal frastuono quasi intollerabile dei treni che corrono verso i campi di sterminio.

    I volti. Sovente dicono ben di più delle parole. I contadini polacchi ostentano compassione. Ma in gran parte sembrano indifferenti, ironici, perfino soddisfatti. I volti degli ebrei si accordano alle loro parole. Le facce più strane sono quelle dei tedeschi.

    Quella di Franz Suchomel rimane impassibile, salvo quando canta una canzone alla gloria di Treblinka e i suoi occhi si accendono. Ma negli altri l’espressione imbarazzata, sorniona, smentisce le loro proteste di ignoranza, di innocenza.

    La grande abilità di Claude Lanzmann è stata infatti quella di raccontarci l’Olocausto dal punto di vista delle vittime, ma anche da quello dei “tecnici” che l’hanno reso possibile e che rifiutano ogni responsabilità. Uno dei più caratteristici è il burocrate che organizzava i trasporti. I treni speciali, spiega, erano messi a disposizione dei gruppi che partivano in gita o in vacanza e che pagavano metà tariffa. Non nega che i convogli diretti verso i campi di sterminio fossero anche dei treni speciali. Ma pretende di non aver saputo che quei campi significavano lo sterminio. Erano, pensava, dei campi di lavoro dove i più deboli morivano. La sua fisionomia imbarazzata, sfuggente, lo contraddice quando professa la sua ignoranza. Un po’ più avanti lo storico Hilberg ci informa che gli ebrei “trasferiti” erano assimilati a turisti dall’agenzia di viaggi e che gli ebrei, senza saperlo, autofinanziavano la loro deportazione, in quanto la Gestapo la pagava con i beni che aveva loro confiscato.

    Un altro esempio impressionante della smentita opposta da un volto alle parole è quello di uno degli “amministratori” del ghetto di Varsavia: voleva aiutare il ghetto a sopravvivere, preservarlo dal tifo, afferma. Ma alle domande di Claude Lanzmann risponde balbettando, i suoi tratti si scompongono, lo sguardo sfugge, è in preda allo sgomento.

    La costruzione di Claude Lanzmann non risponde a un ordine cronologico, direi invece – se si può usare  questo termine a proposito di un soggetto simile – che è una costruzione poetica. Sarebbe necessario un lavoro più approfondito di questo per indicare le risonanze, le simmetrie, le asimmetrie, le armonie sulle quali essa si basa. Così si spiega che il ghetto di Varsavia non sia descritto che alla fine del film, quando già conosciamo il destino implacabile dei murati vivi. E anche qui il racconto non è univoco: è una cantata funebre a più voci, abilmente intrecciate. Karski, allora corriere del governo polacco in esilio, cedendo alle preghiere di due importanti responsabili ebrei, visita il ghetto per portare al mondo la sua testimonianza (d’altronde invano). Egli non vede che l’atroce disumanità di quel mondo in agonia. I rari superstiti della rivolta, stroncata dalle bombe tedesche, parlano invece degli sforzi fatti per preservare l’aspetto umano di quella comunità condannata. Il grande storico Hilberg discute a lungo con Lanzmann sul suicidio di Czemiaków, che aveva creduto di poter aiutare gli ebrei del ghetto e che perse ogni speranza il giorno della prima deportazione.

    La fine del film è per me mirabile. Uno dei rari scampati alla rivolta si ritrova solo fra le rovine. Dice di avere allora provato una sorta di serenità, pensando: “Sono l’ultimo degli ebrei e aspetto i tedeschi”. E subito vediamo passare un treno che porta un nuovo carico verso i campi di sterminio. Come tutti gli spettatori confondo il passato e il presente. Ho detto che proprio in questa confusione sta il lato miracoloso di Shoah. Aggiungo che non avrei mai immaginato una simile mescolanza di orrore e di bellezza. Certo, l’una non serve a mascherare l’altro, non si tratta di estetismo: al contrario, essa lo mette in luce con tanta inventiva e tanto rigore che siamo consci di contemplare una grande opera. Un puro capolavoro.”  (Simone De Beauvoir)

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