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Christmas in Love

Regia di Neri Parenti vedi scheda film

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La recensione su Christmas in Love

di pgm
3 stelle

E dire che, volendo essere coerenti, occorrerebbe stare lontano da certi prodotti, circumnavigarli, scrutarli e voltarsi, indignati, altrove. Eppure, proprio in virtù di un'irrefrenabile febbre cinematografica, accade di imbattersi nell'orrida creatura comunemente denominata cinepanettone, un po' ammuffito e da consumare preferibilmente entro i termini della pazienza, oltreché quelli imposti dal patinato perioo natalizio. Come gli orrori dai quali è impossibile distogliere lo sguardo, così si guarda Christmas in love, due ore di affastellamenti pecoreccio-televisivi a base di inguardabili guazzabugli di piccolo e grande schermo, al di qua e al di là ell'Atlantico, film degno persino degno di una candidatura ai Golden Globes per la migliore canzone originale.

Neri Parenti, regista che qui si dimostra penoso come poche altre volte, strenuo maneggiatore di elementari soluzioni di ripresa confacenti al miglior montatore di filmatini di matrimoni e comunioni, frena lievemente il turgore genital-escrementizio dei "lavori" precedenti per avventurarsi in una commedia un po' più commedia, chiazzata qua e là di sketch più o meno riusciti, ma egualmente triti, ritriti e anche di più. Meno parolacce, meno scurrilità non significa necessariamente più qualità, così come sarebbe nel caso di operazione inversa: pertanto, ecco sorgere una creatura né carne né pesce, mediocre, un ibrido mutevole e muto, che nulla recita se non un epitaffio di un (de)genere oramai spirato, un filone forse nato morto, un morto vivente ancora in grado di perpetuarsi a suon di soldoni ogni fine d'anno.

Se per quanto riguarda gli equivoci non vi sono novità di sorta, la sorpresa proviene da una certa presunzione moraleggiante, evidentemente spiccia e grossolana, emergente soprattutto nell'episodio della Barbera e Ronn Moss, inserto profumatamente pagato, insieme a Danny DeVito, entrambi mai personaggi così spuri nei riguardi di un'economia narrativa già impoverita da improbabili svolte e trovate di sceneggiature perlopiù prive di senso, superate. Se, poi, aggiungiamo il fatto che due personaggi americani anche nella finzione parlino un perfetto italiano, allora la povertà qualitativa, il pressappochismo nella realizzazione e la scarsa ricettività intellettuale che gli auturi presumono (non a torto) nel proprio pubblico, rendono perfettamente il senso dell'operazione intera, unicamente votata al profitto sicuro e scevra da ogni velleità artistica, al pari di altri prodotti omologhi.

Gli attori. De Sica funziona, sebbene ripeta all'infinito il medesimo personaggio, mentre Boldi si dimostra impegnato in un delino senza fine e disperato. Ferilli pietosa, D'Aquino pessima, Seredova buona a mostrare le ragioni per cui sia divenuta una "attrice", Capotondi passabile, ma ancora imprigionata in un limbo tardo-adolescenziale volto a renderla assai poco credibile. Aggiungiamo una storia debole come un palazzo costruito sugli stuzzicadenti, il product placement galoppante e selvaggio, un triplice finale meramente ornamentale, e il gioco è fatto. Quello che preoccupa, in verità, non è tanto il fatto che tali pellicole continuino a infestare le sale cinematografiche italiote, quanto, piuttosto, il gradimento puntualmente dimostrato dal pubblico al botteghino, mai sazio di vedere riassunti in novanta o centoventi minuti a cuor leggero il peggio dell'anno televisivo e gossiparo, tradizione che, forse, funzionava nel bel mezzo degli anni Ottanta, ma oggi già stanca, sfibrata da un mondo e da specifiche contingenze sociali ben diverse e stratificate. Ma De Laurentiis e Parenti, ancora oggi, paiono non accorgersene.

Dunque, bocciato su tutta la linea e due ore di vita gettate alle ortiche.

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