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La sposa turca

Regia di Fatih Akin vedi scheda film

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giancarlo visitilli

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La recensione su La sposa turca

di giancarlo visitilli
8 stelle

Se si vuol riuscire a farla finita, “la vena va tagliata di lungo, mai di traverso”. Un buon incipit per il film Orso d’Oro al 54mo Festival di Berlino 2004, La sposa turca, del regista trentunenne turco, nato e cresciuto ad Amburgo, Fatih Akin (molto apprezzati i suoi due film Short Sharp Shock e In July).
Infatti, il desiderio di farla finita, del mal di vivere, emerge sin dalle prime sequenze del film. E’ la reale condizione del popolo turco, personificata dalla protagonista, Sibel, una ragazza di origini turche scampata a un tentativo di suicidio. E’ lei che, per sfuggire alle severe abitudini musulmane della famiglia, decide di chiedere aiuto a Cahit, anche lui turco, per farsi sposare. Anche Cahit ha provato a togliersi la vita e, dopo l'iniziale riluttanza, accetta di prendere Sibel in moglie, forse per realizzare nella sua vita qualcosa di utile. Nonostante il matrimonio, però, i due vivono separati e spesso Sibel porta a casa altri uomini. A poco a poco il suo compagno s’innamora della sua coinquilina e prova gelosia per gli uomini che lei frequenta. Anche Sibel inizia a provare dei sentimenti, ma se ne rende conto troppo tardi. Cahit uccide uno dei suoi amanti e viene arrestato. Lei va ad Istanbul e, quando lui viene rilasciato, la va a cercare perché spera ancora che potranno avere un avvenire insieme.
Film duro, che mette in bilico le persone, i caratteri, le vite dei personaggi, sempre prese dal desiderio di riscatto e di rivolta. E’ il cinema turco realista, coadiuvato da una magnifica fotografia, insistentemente buia e sporca, di Reiner Klausmann (ha lavorato in molti film con Werner Herzog) e un montaggio strepitoso. Nell’anima del film c’è l’enfasi fassbinderiana, ma anche il dolore brechtiano.
Ma, La sposa turca è straordinariamente attuale: lo scontro culturale, la condizione della diversità, il permanere degli integralismi religiosi, il caro prezzo dell’ingresso in Europa, la ghettizzazione politica e sociale delle minoranze, sono i veri protagonisti del film. La rappresentazione di Istanbul, affascinante-poetica-sporca-paurosa, non ha una valenza simbolica, ma è la fotografia di una città reale, che vive l’eterno paradosso.
Il film ha la stessa struttura di una ballata, con tanto d’intermezzi musicali (dell’altrettanto affascinante banda turca, sulle rive del Bosforo), ma tragica. A traballare non sono i personaggi, ma la cultura turco-tedesca, la vera protagonista. Destabilizza la scelta musicale di un gruppo dark per eccellenza, i Depeche Mode, che all’inizio ben introducono gli attori e spettatori nel sentimento del “sentire, provare”: i feel you… Ma, basta leggere attentamente il testo, cantato da David Gahan, per accorgersi che, anche in questo caso, di vita tragica, volutamente ‘nera’, si sta cantando.
I due attori interpreti sono perfetti, sebbene esordienti. Ingordi, autodistruttivi, suicidi, relitti, ma soprattutto reali. La loro vita è un canone che straripa rabbia, passione e il masochismo di chi sceglie di farsi del male. Anche solo mediante le passioni.
Il film di Fatih Akin, alla fine, lascia l’amaro in bocca. In questo emerge tutta la sua (in)contaminazione con un certo cinema, più occidentale. Semmai, l’unica prospettiva sembra offrirla mediante le parole della cantante: “Tutto ciò che ora sembra perduto, un giorno tornerà”, avendo però presente che c’è sempre, e per ognuno, la possibilità di mettere fine alla propria vita. Anche senza uccidersi, specie quando è la vita stessa a provvedere a tale compito.
Giancarlo Visitilli

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